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I miei due centesimi sul FFP dopo l’affaire Neymar

Il trasferimento di Neymar dal Barcellona al Psg sta suscitando un mezzo vespaio, non solo per il nome altisonante del giocatore e per l’ammontare del trasferimento, ma anche perché sembra sancire il fallimento del Finacial Fair Play, varato dalla UEFA nel 2009. FFP che, per inciso, sarebbe già stato ucciso nel 2012, quando i proprietari di PSG e City inventarono le ricche sponsorizzazioni che servivano alle loro squadre per spendere senza limiti di budget.

Invece il FFP è vivo e vegeto e gode di ottima salute.

Com’è possibile? Secondo me è colpa di un equivoco. Il FFP finanziario è sempre presentato come una normativa che ha la finalità di limitare le spese dei club; in questo senso, ha chiaramente fallito. Né si vede come avrebbe potuto ottenere un simile risultato se non attraverso imposizioni e limiti probabilmente incompatibili coi regolamenti UE (e che sarebbero stati probabilmente cassati dalla Corte di Giustizia, come successo nel caso Bosman). Solo che il FFP non ha questo obiettivo.

In verità, come scrive la UEFA sul suo sito, il FFP era stato introdotto perché “Nelle ultime stagioni, molti club hanno dichiarato perdite finanziarie ripetute e in aumento. L’instabile situazione economica ha creato condizioni di mercato difficili per i club europei, con conseguenze negative sulla generazione dei profitti e ulteriori problemi di disponibilità finanziaria per le operazioni quotidiane. Molti club hanno registrato un calo di liquidità, che ha comportato per esempio ritardi nei pagamenti ad altri club, ai dipendenti e alle autorità sociali/fiscali.
Pertanto, come richiesto dall’intera famiglia del calcio, la UEFA introduce misure adeguate per raggiungere questi obiettivi. Tra questi, l’obbligo per i club di chiudere i bilanci in parità o in attivo in un determinato periodo. A questo proposito, i club non possono spendere ripetutamente più di quanto guadagnino e sono obbligati a pagare dipendenti e trasferimenti in modo tempestivo.

L’obiettivo del FFP, quindi, era far si che che i club adempissero puntualmente a tutte le obbligazioni assunte. A tal proposito potevano spendere quanto volevano, a patto che il bilancio chiudesse in pareggio. L’unico limite era, appunto, l’ammontare complessivo dei ricavi.

Non è quindi un caso che gli sceicchi di City e PSG si siano “inventati” una ricchissima sponsorizzazione: in questo modo, aumentando i ricavi, potevano aumentare le spese a loro piacimento.
Per inciso, questa operazione l’ha appena rifatta la proprietà dell’Inter, quando ha sponsorizzato la Pinetina per 15 milioni € all’anno. Importo sulla cui congruità rispetto al valore della sponsorizzazione mi permetto di dubitare.
La UEFA, nel caso di City e PSG, formalmente (per motivi politici?) ha preso posizione contro queste sponsorizzazioni, ma di fatto, non vietandole, le ha permesse. Perché? Beh, gli sceicchi immettono centinaia di milioni freschi ogni anno in un sistema assetato ed asfittico; un fiume di denaro che, partendo da PSG e City, si ramifica poi verso decine di altre società, attraverso le compravendite dei calciatori: davvero pensate che la UEFA avrebbe chiuso una conduttura che pompa così tanta liquidità nel sistema?
E soprattutto: perché avrebbe dovuto farlo, visto che è come manna dal cielo?

Ma, direte, che differenza c’è coi grandi mecenati del calcio? Non è per eliminare questa stortura che la UEFA è intervenuta?
Sì e no. Il problema del “mecenatismo” è che questi presunti “paperoni” si impegnavano a pagare le obbligazioni dei club attraverso aumenti di capitale, che “ex post” ripiantavano le perdite e i debiti della società. Un aumento di capitale però non è un’obbligazione assunta dal proprietario, bensì una decisione arbitraria: se ho voglia lo faccio, se non ho voglia (o non posso, o non mi conviene) non lo faccio. Quindi “prima” venivano prodotti i debiti, “poi” ci si rimetteva alla buona volontà del proprietario per ripianarli. E se il proprietario, legittimamente, decideva di non farlo, bisognava trovare un compratore che se ne facesse carico. Non sempre è successo: i fallimenti di Napoli, Fiorentina, Parma e Lazio, giusto per fare quattro esempi di casa nostra, sono lì a dimostrare che il rischio era concreto.

Il problema stava assumendo dimensioni rilevanti in tutta Europa. Indebitarsi a fronte di “promesse di futuri pagamenti” è molto facile e garantisce un immediato aumento del livello di competitività della squadra: l’abuso di questa prassi poteva diventare devastante per gli effetti a catena che avrebbe potuto causare.
Prendiamo il Milan di oggi per esempio. La società sta tentando di rilanciarsi attraverso un profondo rinnovamento sportivo e sta comprando molti giocatori, tutti a debito. Coi soldi incamerati dalle cessioni dei propri giocatori al Milan, le altre squadre comprano a loro volta altri giocatori. Immaginate che fra un anno il Milan non adempia alle proprie obbligazioni perché a corto di liquidità e gli azionisti non lo riforniscano di nuovi capitali. Cosa succederebbe? Porto, Bayer Leverkusen, Wolfsburg, Villareal, etc vedrebbero mancare degli introiti su cui avevano fatto conto. Pensate al Porto, che ha chiuso il bilancio 2015/16 con una perdita di 58 milioni, un fatturato (al netto delle plusvalenze) di soli € 75,8 mln, un indebitamento netto abnorme (€ -170 mln), che non è in regola col FFP e, come scritto dagli amministratori nella relazione integrativa al bilancio, conta sulle plusvalenze per garantire la continuità aziendale: immaginate come starebbero se, inaspettatamente, all’appello mancassero i 38 milioni di euro della cessione di André Silva al Milan… Per i lusitani sarebbe un bruttissimo colpo, un colpo potenzialmente fatale.

Ecco, il FFP mira a evitare che queste cose possano succedere. Ci sta riuscendo?

A settembre 2016 la UEFA informava che, dalla sua introduzione:
– le perdite combinate di oltre 700 società analizzate sono diminuite per il quarto anno consecutivo, e adesso si attestano a poco più di 320 milioni di euro.
– i debiti complessivi dei club europei sono diminuiti di circa 900 milioni di euro.
– nel 2015 le nazioni europee che hanno avuto degli utili tra i loro club sono saliti esponenzialmente dai 15 del 2014 ai 25 degli ultimi risultati. Oggi circa 46 massime serie sono complessivamente in pareggio o addirittura in attivo.
– il forte calo delle posizioni debitorie scadute, passate dai 57 milioni di euro del 2011 agli appena 5 milioni rilevati il 30 giugno 2016 (un abbassamento di circa il 92%).
– la riduzione dei pagamenti contenziosi o ritardati ai giocatori, in calo rispettivamente del 72% e 37% tra il giugno 2014 e giugno 2016.

Funziona, inequivocabilmente.

Quindi, di Neymar che ne facciamo? Il Barca e la Liga stanno facendo ostruzione e pestando i pugni sul tavolo e la UEFA non sembra avere troppi margini di intervento. Potrebbe forse richiamare formalmente il PSG e magari anche multarlo, per dare un contentino di facciata, ma più di questo non credo possa fare.

Inoltre, al di là di eventuali dichiarazioni di facciata, credo che sotto sotto si stiano fregando le mani. Quest’anno gli sceicchi immetteranno nel calcio € 175 milioni della sponsorizzazione del PSG, € 90 mln della sponsorizzazione del City e 222 della clausola Neymar, ossia qualcosa come 500 milioni di euro circa. Per un sistema convalescente quale è il calcio europeo, questi soldi rappresentano vitamine, antibiotici, ricostituenti e pure il viagra! Perché la UEFA dovrebbe vietarli?

Mi sbaglierò ma al CFCB dell’UEFA (l’Organo di controllo finanziario dei club, ndr) sono molto più preoccupati della situazione del Milan che dei 222 milioni di Neymar… Il problema non è chi compra caro e pagando sull’unghia, bensì chi fa debiti e si impegna in complicati “pagherò”: non a caso il FFP è nato per evitare questa seconda situazione, non certo la prima.

Insomma, il FFP è nato per ridurre i debiti del sistema calcio, non per impedire a chi ha i soldi di spenderli, e sta funzionando egregiamente. Se invece si parla di “contenere i costi e le spese”, allora sarebbe stato molto meglio introdurre una cosa tipo il Salary Cap.

Ma questa è un’altra storia….

1 Commento

  1. Matteo

    12 agosto 2017 alle 15:29

    Mi leggo sempre i suoi articoli. Spiegano in maniera oggettiva i temi che trattano. Complimenti.

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