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Alessandro Birindelli

“Vietato lamentarsi”: è questo il cartello che papa Francesco ha fatto affiggere sulla porta d’ingresso del suo appartamento; sul cartello, un po’ in basso e in un carattere più piccolo, si legge che “i trasgressori sono soggetti da una sindrome da vittimismo con conseguente abbassamento del tono dell’umore e della capacità di risolvere i problemi” e che “la sanzione è raddoppiata qualora la violazione sia commessa in presenza di bambini. Per diventare il meglio di sé”, conclude l’avviso, “bisogna concentrarsi sulle proprie potenzialità e non sui propri limiti quindi: smettila di lamentarti e agisci per cambiare in meglio la tua vita”.

Quante volte ci lamentiamo per poco e non ce ne rendiamo conto?

A me capita, come a tutti, ovviamente, ma ho un metodo per “riprendermi”: leggere la storia di qualcuno che non si è mai lamentato nonostante avrebbe potuto.

Alessandro Birindelli, nato a Pisa il 12 novembre 1974, iniziò a giocare a calcio all’età di otto anni come esterno offensivo, ma passando all’Empoli, sotto la guida di Luciano Spalletti, arretrò la posizione diventando terzino destro.

“La mia storia inizia a San Frediano, un paese in provincia di Pisa. Mi piaceva il judo e, per un po’, ho praticato entrambi. Poi, ho dovuto scegliere ed ho continuato con il calcio ad Empoli, dove ho seguito la trafila delle giovanili, fino alla prima squadra. È stata una vita molto dura. La mattina alle sette prendevo il treno per Pisa, portandomi libri e borsa da calcio. Una volta arrivato, mi infilavo di corsa nel parcheggio custodito per le bici, come tutti i pendolari. Pagavo mensilmente, ormai conoscevo chi mi teneva la roba da allenamento fino al pomeriggio. Alle 13:00 uscivo da scuola ed avevo 20 minuti per attraversare la città, lasciare il mio mezzo di trasporto e riprendere il treno. Ad Empoli, c’era mia madre che mi aspettava, con due panini pomodoro e mozzarella, poi via a giocare. L’ho fatto per tanti anni. Tornavo a casa distrutto, mai prima delle sette di sera. E dovevo ancora aprire i libri! Al terzo anno ho smesso; studiavo presso l’Istituto Professionale per il Commercio, ma ho dovuto scegliere”.

Con l’allenatore di Certaldo è uno dei protagonisti della cavalcata trionfale dell’Empoli che passa in due stagioni dalla serie C1 alla serie B, tanto che Spalletti lo segnala a Lippi come possibile rinforzo per la Juve.

“Quando sono arrivato qui non pensavo di rimanere così tanto. Per me, tifoso juventino fin da bambino, era la realizzazione di un sogno. All’inizio, la speranza era quella di fare bene e di conquistare un posto da titolare. Venivo dalla serie B ed è stato un crescendo continuo”.

Birindelli in bianconero

Titolare nella prima stagione a Torino, con due gol e tanto impegno contribuisce alle vittorie della Juve di quell’anno: Scudetto, Supercoppa Italiana e finale (persa) di Champions.

“Ricorderò sempre il primo giorno di ritiro. Lippi disse a noi giovani che c’erano delle gerarchie da rispettare, ma che ci sarebbe stato spazio per tutti. Vinsi subito la Supercoppa Italiana contro il Vicenza ed esordii, segnando un goal, in Champions League, contro il Feyenoord. Ma la cosa più importante è che mi resi conto che c’era fiducia nei miei confronti. Tutti i miei compagni mi fecero sentire come se fossi stato con loro da sempre. Questa è stata, e sarà sempre, una prerogativa di questo spogliatoio”.

Negli anni a seguire, nonostante non sia più titolare, tutti gli allenatori avvicendatisi sulla panchina bianconera lo riconfermano e lo utilizzano spesso, ammirandone la rapidità e la capacità di mantenere la forma anche giocando saltuariamente.

Nel 2002 la convocazione in nazionale, sulla quale Sandro Veronesi, scrittore e tifoso juventino, disse:

L’umiltà fatta persona. […] Quando venne convocato in nazionale disse: “Io in nazionale? È la fine del calcio”.

Ed è proprio l’umiltà uno dei tratti distintivi di Birindelli.

“A livello personale, il ricordo più bello è stato il goal a La Coruña. Ma ce ne furono altri, come il cross per il goal di Zalayeta a Barcellona o la semifinale contro il Real Madrid, in un “Delle Alpi” ma così pieno di entusiasmo. Purtroppo, quell’annata si concluse con la delusione di Manchester, nonostante l’emozione di poter calciare e realizzare uno dei rigori. Fu una sensazione strana, quella che precedette il tiro, con pensieri che cambiarono mille volte prima di arrivare sul dischetto”.

Pur avendo saltato la stagione 2005-2006 per un infortunio subito in un’amichevole estiva, c’è l’anno della B, tornando titolare e diventando vicecapitano della squadra.

“L’amarezza che fa più male è stata la retrocessione in B, perché ho visto svanire tutti i sacrifici di una stagione dominata! Noi sappiamo quello che abbiamo lottato per vincere quei due scudetti e lo sanno anche dall’altra parte, però loro devono dire l’opposto per giustificare il motivo per cui non vincevano mai; la ragione, in realtà è una sola, noi eravamo i più forti e lo sapevano benissimo, dimostrandolo anche quest’anno battendoli a “San Siro”!”

Nel 2007-2008 disputa l’ultima stagione in bianconero, chiudendo con 305 presenze e 7 goal, con 3 Scudetti (più i due del biennio 2004-06), 3 Supercoppe Italiane e una Coppa Intertoto.

“L’impatto con la Juve è stato pesante, ricco di attesa dal momento in cui ho avuto la notizia al momento effettivo di passare di là, fino a quando sono arrivato ed ho iniziato il lavoro con il gruppo. In quel periodo mi facevo molte domande, tipo: “Ma sarò all’altezza?” oppure “Con quel gruppo là come mi troverò?” Comunque, era un gruppo che io vedevo in televisione e che ammiravo, essendo poi un tifoso juventino, chiaramente tutto questo mi portò un’emozione particolare. La stessa famiglia Agnelli, stentavo a crederci e facevo fatica a realizzare. Forse la serenità e la spensieratezza nel primo giorno in bianconero mi hanno portato a essere sereno e tranquillo. Quell’anno venivo da un campionato vinto con l’Empoli, poi sono partito con la Nazionale per disputare i Giochi del Mediterraneo, che abbiamo vinto, e il giorno dopo mi sono sposato. In pratica, quel periodo è stato così intenso che sono arrivato a Torino senza essermene reso conto. Sono arrivato lì, dove c’era gente che aveva già vinto la Coppa Campioni, gente affermata, però ripeto, mi hanno fatto sentire da subito uno di loro. Questo, poi, mi ha agevolato sia nell’inserimento che negli allenamenti, oltre che nei rapporti con mister Lippi, il quale mi ha dato l’opportunità di affacciarmi al grande calcio e ha avuto fiducia in me, che ho cercato di ripagare sempre con il massimo impegno. Noi avevamo veramente un grande gruppo, gli altri avevano forse rispetto a noi in quel periodo qualche cosa di più sull’aspetto degli individui, ma, dove loro si fermavano, noi riuscivamo a sopperire alle mancanze con uno spirito di gruppo, fatto di grande carattere e agonismo”

L’umiltà non si predica, si pratica. E Alessandro Birindelli da Pisa ci ha dimostrato con i fatti che l’umiltà non è segno di debolezza, timidezza o paura, ma indica che sappiamo dove risiede la nostra vera forza.

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