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C’era una volta Camin – Intervista con gli autori Beccantini & Gambelli

Buongiorno Roberto e Riccardo e complimenti sinceri.

Ho avuto l’onore di leggere in anteprima il Vostro libro “ C’era una volta Camin ” (edito da Bradipo Libri) e devo dire che mi sono davvero emozionato. Tra quelle pagine mi sono rivisto tanti anni fa, scanzonato tifoso, che divorava gli editoriali del palermitano, che leggeva quelle arzigogolate pagelle piene di colori.

A quel tempo la giovane età non mi dava l’opportunità di andare tra le pieghe di quelle pagine, di scavare e capire fino in fondo chi era e cosa dicesse quel formidabile cantore di sport. Non ne avevo la maturità e la coscienza.

Questa intelligente operazione editoriale da l’opportunità di rimediare, ecco perché  lo consiglio a tutti quelli che vogliono riscoprire il genio siculo, a coloro che l’hanno vissuto senza comprenderlo e a chi all’epoca o si limitava per meri motivi anagrafici a leggere Topolino. Riviverlo o scoprirlo è una grande emozione, credetemi.

Ma vengo al sodo, dopo questo dovuto preambolo.

Diceva di lui Furino, il calciatore più amato: “Non ci voleva un genio per capire che lui un po’ genio lo fosse sul serio”. Ebbene Roberto, In cosa stava secondo Lei la genialità di Caminiti?

“Stava in uno stile riconoscibile al primo aggettivo. Camin era un cantastorie, nel senso romantico del termine. Intarsiava metafore. Adorava la lingua italiana, adorava scrivere articoli, libri, poesie. Aveva un rapporto “erotico” con la parola (scritta, soprattutto). A quei tempi, le partite notturne si dettavano per telefono, “a braccio”: improvvisando sugli appunti presi. Ecco: Camin, in questo genere, era imbattibile”.

Con Caminiti, lei ci ha più riso o litigato? Non era un tipetto facile da maneggiare.

“ Siamo stati insieme a “Tuttosport” per dieci anni. Ci ho riso, ci ho litigato, ho imparato. Vladimiro era una persona e un personaggio di complicata gestione, per usare un lessico che l’avrebbe mandato in bestia. Non conosceva le mezze misure. Di più: le detestava. Ogni trasferta, con lui, era un’avventura. Storpiava l’inglese, per parlare in francese aggiungeva un accento alla fine di ogni parola; e per lo spagnolo, una esse. Era molto impegnativo, Vladimiro. Molto siculo, molto fumantino. Un eccesso ambulante”.

Vladimiro Caminiti e Gianni Brera. Universi paralleli che mai si toccano o in realtà un unico grande solco giornalistico? In cosa si assomigliavano e in cosa si distinguevano l’uno dall’altro?

“ Al tempo. Siamo su due piani differenti. Brera è stato, per me, il massimo del giornalismo sportivo. Maradona, Pelè, Di Stefano: un tipo così, scelga lei. Ha fondato un linguaggio tecnico, tattico, addirittura etnico (la Lombardia cuore e motore di tutto, eccetera). Camin è stato un fuoriclasse. Brera spiegava, Vladimiro descriveva: spero di avere reso la differenza. Una differenza che, a mio avviso, fissa il podio onorando entrambi”.

Caro Riccardo, da dove nasce l’idea di questo libro, qual’è la genesi della necessità di rispolverare e approfondire la vita e le opere di Caminiti?

“Questo libro è nato grazie ad un articolo che scrissi per il sito ju29ro, nell’occasione del ventennale della morte di Vladimiro Caminiti, il giornalista poeta con la Juve nel cuore. Questo articolo piacque a tanti addetti ai lavori, colleghi amici del grande Camin, tra cui Roberto Beccantini, che mi telefonò ringraziandomi per il pezzo. Fu un piacevole colloquio che partorì l’idea di questo libro. Dopo due anni di lavoro, grazie alla Bradipolibri,finalmente il volume è nato e presente in tutte le librerie d’Italia. Era doveroso il ricordo di questo grande giornalista poeta, perché era colui che fece innamorare del calcio e della Juve tanti giovani della mia generazione, con una scrittura artistica, lirica, unica. Aveva una capacità di visualizzare l’azione ed il campione impegnato nel dribbling, nel contrasto o nel colpo di testa unica. Era un giornalista che sapeva parlare anche del lati umani dei nostri campioni, ce li portava in casa, ce li presentava e ce li faceva conoscere. Ti ricordo che era un’epoca avara di trasmissioni sportive e quindi d’immagini, ecco che il suo pezzo era come gli highlights di Sky. Amava la Juve e ci fece innamorare della Juve, ma allo stesso tempo era meraviglioso anche quando narrava delle altre squadre. Basti ricordare i grandi elogi per la Lazio di Maestrelli (scudetto 1974), per il Toro di Radice (scudetto 1976) e per il Milan olandese (anni 80). Poteva sembrare tifoso di tutte le squadre: ecco perché fu amato da tutti i tifosi. Ma in realtà lui amava solo la Juve e la sognava di notte, da bambino, quando si affacciava dalla sua cameretta e vedeva il porto di Palermo”.

Camin non aveva peli sulla lingua. Sempre diretto e schietto oltre i calcoli di opportunismo. Cosa direbbe oggi entrando nelle Redazione dei principali quotidiani, sportivi e non,  ai suoi “colleghi” abituati a parteggiare, gridare, fomentare, petulare?

“Camin è morto nel 1993, gli anni dell’esplosione della Tv, delle emittenti private e delle tante trasmissioni sportive. Nei suoi ultimi articoli, riportati nel libro, possiamo notare il malessere che Camin stava iniziando a vivere nei confronti dei colleghi. Aveva capito prima di tutti che il giornalista stava cambiando e che avrebbe scritto i propri articoli a seconda della sede geografica della testata. Ed eravamo solo all’inizio, adesso credo si rivolterà nella tomba, vedendo quello che accade nelle varie trasmissioni e leggendo quello che viene scritto sui quotidiani. Lui scriveva con il cuore e con onestà intellettuale, sia che scrivesse di Juve, di Milan, di Toro, di Sampdoria o di Atletica Leggera. Aveva le sue idee, certo, a volte estreme, ma che non le avrebbe mai barattate per niente al mondo. Un esempio ancora oggi per tutti. Basta leggere nel libro le testimonianze dei suoi amici/colleghi di oggi e nei giorni della sua morte.

Esiste ancora un giornalismo alla Caminiti? Sarebbe possibile essere Caminiti oggi in quelle redazioni più libellula che formica?

Mi devo ripetere brevemente: non può esistere un giornalismo alla Caminiti perché i giornalisti di oggi, anche quelli bravi, e ce ne sono, soffocano la loro creatività, la loro fantasia, i loro cuori, con la razionalità e l’interesse a favore della propria testata, a seconda delle sede geografica.

Suvvia Gambelli, me lo dica come me lo direbbe a 4 occhi, soli io e Lei. Che cosa avrebbe detto e scritto Camin dell’infame 2006 e di Calciopoli? Lo immagino inveire contro chi feriva (ma non uccideva) la SUA Juve.

“Guarda nel libro, nella mia prefazione iniziale, mi sono permesso d’inventare e di scrivere quello che lui avrebbe riportato all’alba della sottrazione dei due scudetti.

E’ probabile che avrebbe scritto così:

<< Due scudetti strappati con forza, cattiveria, dalle casacche juventine, casacche che hanno scritto le pagine più belle del calcio, illuminato i cieli della gloria immensa, vicine all’uomo di tutti i giorni con il sogno bianconero. Casacche violentate, lacerate, bruciate come un vecchio giornale in un camino ardente. Due scudetti strappati con bestialità dal petto di grandissimi campioni, inventori di magie sul campo verde, di uomini che hanno divulgato, con la loro grandezza, la storia della Juve nel mondo. Uomini veri, che vincevano le partite già negli spogliatoi, fissando gli avversari negli occhi, consapevoli che li avrebbero schiacciati come terra fresca sotto potenti ruspe.

No, signori del calcio, noi non vi perdoneremo mai >>.

Scusami Maestro Vladimiro se mi sono permesso…”.

Il libro è ricco di aneddoti e chicche sul Camin, di suoi pezzi originali che riletti ti fanno respirare un calcio d’altri tempi. Chissà se la Juve di oggi sarebbe piaciuta a Caminiti, se gli sarebbe andato a genio nel suo ruolo prediletto il nostro Gigi Buffon e infine, chi sarebbe il suo pupillo nell’attuale rosa appena laureatasi Campione d’Italia per la trentaduesima volta?

“La Juve di oggi sarebbe piaciuta immensamente a Camin, perché è una Juve proletaria, fatta di campioni umili. Come erano il suo Furino ed il suo Zoff. La Juve di Conte è una Juve di combattenti come quella di Gentile, Bonini, Furino…Certo lui amava ed elogiava anche i geni. Mi vengono in mente Causio, Platini, Baggio e certamente oggi avrebbe elogiato Pirlo e Pogba, ma sono certo che lui avrebbe amato Marchisio e Vidal, i campioni che fanno legna e che sono l’anima della squadra. Su Buffon avrebbe avuto un giudizio Foscoliano, fatto di contraddizioni: lo avrebbe promosso a pieni voti come portiere ma lo avrebbe bocciato, in alcuni casi, come comunicatore. Chiaramente a mio modo di vedere.

GRAZIE PER L’INTERVISTA e GRAZIE CAMIN, ti dovevo questo libro”.

– Potete trovare una esaustiva recensione di “C’era una volta Camin” sul sito ju29ro.com a cura di Nino Ori, prezioso amico e grande bianconero.-

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