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Cassazione Giraudo: alcune riflessioni

Nei giorni scorsi è stata depositata la motivazione della sentenza di Cassazione su Calciopoli inerente il giudizio abbreviato che vedeva interessato, tra gli altri, l’ex amministratore delegato bianconero Antonio Giraudo.

Non che ci si attendesse chissà quale sforzo da parte dei giudici di Piazza Cavour, essendo peraltro decorsa e dichiarata la prescrizione, ma leggendo le 46 pagine della motivazione ci si rende conto di quanto e come fosse indirizzato (più politicamente che altro) questo processo fin dall’inizio: così doveva andare e così è andato.

Innanzitutto, le argomentazioni della Suprema Corte spostano la soglia di punibilità (e colpevolezza di Giraudo) dal sorteggio arbitrale, che il dibattimento ha dimostrato essere regolarissimo, alla formazione delle famose “griglie”, indipendentemente dalla circostanza se ne conseguiva una concreta ingerenza sulla designazione del direttore di gara, ed, in ultimo, se si realizzasse un’effettiva alterazione della stessa.

Impostata in questi termini la questione – detto con estrema franchezza ed onestà intellettuale – è davvero impossibile difendersi. Quando il giudicante asserisce che, per l’integrazione del reato, è indifferente se l’arbitro consapevolmente favorisca una compagine a danno dell’altra, essendo sufficiente che l’ex AD abbia intrattenuto contatti con i vertici arbitrali atti ad influenzare la formazione delle griglie allora c’è ben poco da discutere.

E pazienza se poi agli atti non è mai emersa l’epoca esatta – meglio: mai è stato provato – in cui Giraudo avesse realmente tenuto quella condotta, in quanto nessuna intercettazione ha mai svelato colloqui tra lo stesso ed i designatori. Le uniche conversazioni che lo riguardavano erano avvenute esclusivamente con Moggi; così come mai gli è stato contestato il possesso di una sim estera. Tuttavia, atteso che vi sono stati degli incontri conviviali con i designatori Bergamo e Pairetto, certamente in quelle occasioni i protagonisti hanno “tramato” qualcosa.

Così doveva andare e così è andato si diceva innanzi, riprova di ciò la si rinviene nella frode sportiva relativa all’incontro Juve – Udinese, unica partita per la quale è intervenuta la prescrizione (per le altre quattro c’è stata assoluzione), in merito alla quale, scrive la Cassazione a pagina 13, la sera dell’8.2.2005 c’è stata sicuramente una riunione tra Moggi, Giraudo, Pairetto e Bergamo (dove? a che ora?), lo si deduce dal fatto che il giorno successivo l’ex direttore generale e uno dei due designatori pongono in essere la famosa “grigliata” telefonica (eh ma di Giraudo in quella conversazione non c’è alcuna menzione, ma va beh).

Così come non ha alcuna rilevanza il dato secondo cui immediatamente dopo Bergamo telefona alla Fazi e, quasi irridendo Moggi, le dice che non inserirà nessuno degli arbitri da lui nominati. Ammesso che la “grigliata” possa essere ritenuta penalmente rilevante (e non può essere tale), in tutto questo Giraudo che c’entra? Nulla evidentemente, ma, a giudizio della Corte, almeno un’ipotesi di frode doveva essere mantenuta in piedi altrimenti sarebbe caduta anche la contestazione relativa alla fattispecie associativa.

Un dato rilevante su cui è sceso il silenzio (ovviamente) da parte dei media riguarda la dichiarazione di inammissibilità del ricorso presentato dalla Procura Generale di Napoli che aveva impugnato la sentenza d’appello chiedendo la condanna di Giraudo anche per le altre frodi contestate, oltre che la condanna degli arbitri Rocchi, Pieri e Dondarini.

Trattasi di una vera e propria stroncatura quella della Suprema Corte che non ha esitato a qualificare l’atto napoletano un autentico “copia ed incolla” delle sentenze di primo e secondo grado, senza alcuna valutazione critica delle stesse, soltanto proponendo motivi irrilevanti perché non supportati da elementi probatori significativi che non sono mai emersi nei due gradi di merito.

L’estinzione del reato per intervenuta prescrizione fa salve le richieste risarcitorie delle parti civili che ora dovranno iniziare il relativo giudizio e chiedere i danni, si badi bene, al solo ex amministratore delegato e non anche, come erroneamente e maliziosamente scritto da più parti, alla società. La sentenza emessa il 24.3.2015, infatti, non contiene alcuna pronuncia di condanna nei confronti della Juventus che, peraltro, è uscita dal processo fin dal primo grado.

Si è detto che questo processo avesse preso una determinata strada fin dall’inizio; anche nel suo ultimo atto, peraltro, se n’è avuta conferma, atteso che uno dei componenti il collegio giudicante e relatore del verdetto finale, il dottor Renato Grillo, è stato giudice federale nonché membro del “Centro Studi di Diritto Sportivo”, organizzatore di convegni in collaborazione con la Federcalcio ed il CONI (in alcuni dei quali ha fatto da relatore il procuratore federale Stefano Palazzi). Già, proprio così.

Ragioni di opportunità avrebbero dovuto consigliare allo stesso di astenersi dal giudicare prima e vergare la sentenza poi, atteso che la FIGC è citata come controparte dalla società bianconera nella famosa causa di risarcimento danni di 444 milioni di euro. È presumibile pensare che il collegio difensivo non fosse a conoscenza di questa situazione altrimenti avrebbe sicuramente sollevato eccezione di incompatibilità del magistrato in parola.

In ultimo, quale ulteriore motivo di rabbia, si evidenzia che la Corte Suprema ha “bacchettato” gli inquirenti in un passaggio della motivazione laddove si legge che anche dirigenti di altre squadre (si citano Facchetti e Meani) intrattenevano la stessa tipologia di rapporti con i vertici arbitrali ma non hanno approfondito le indagini.

Appunto, così doveva andare e così è andata. In attesa della motivazione inerente la posizione di Luciano Moggi.

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