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Chi vince ha sempre ragione

Platini, Ravanelli, Del Piero, Morata. Sono i nomi dei realizzatori dei 4 goal segnati dalla Juventus in 8 finali di Coppa dei Campioni/Champions League tra il 1973 e il 2015.
In 8 finali, 4 reti segnate e 10 subite (dato quest’ultimo assolutamente normale). Una volta preso atto di questi numeri, mi sembra che le altre considerazioni possano passare in secondo piano. Solo due delle otto finali disputate finora ci hanno visto alzare la coppa… e per forza! Quante volevamo vincerne, segnando 4 goal in 8 partite?

Da decenni sento parlare di sfortuna, di assenza del Dna europeo, di coppa maledetta o innominabile, di anfora puttana, di recriminazioni su arbitraggi, di episodi sfavorevoli, di rigori negati, di goal in fuorigioco, di ammonizioni in semifinale, di legni colpiti, di lotteria dei rigori, di assenze decisive, di avversari troppo forti o troppo deboli, di sorte che dovrebbe restituirci questo e quell’altro, di scaramanzie di ogni genere, etc. Sono grosso modo le stesse argomentazioni e gli stessi alibi in virtù dei quali, anche qui da decenni, mi capita di prendere per i fondelli tifosi, giocatori, allenatori, dirigenti delle squadre avversarie, quando cercano di giustificare le proprie sconfitte contro di noi nel campionato italiano.
Vogliamo veramente metterci al loro stesso livello?

Ce lo dicono i numeri (come spesso accade) quali siano i motivi che ci hanno portato finora a perdere 6 finali su 8 in Coppa dei Campioni.
A maggior ragione, se li confrontiamo con i nostri numeri riferiti alle altre finali europee/mondiali disputate. Finali nelle quali abbiamo prevalso 9 volte su 11. Segnando, in 17 partite (alcune coppe prevedevano la finale andata-ritorno), 32 goal e subendone 14. Numeri assolutamente in linea con quello che storicamente è il nostro rendimento nelle competizioni italiane: per ogni partita, quasi due reti segnate e meno di una subita.
Quindi, il problema non è il nostro comportamento nelle coppe internazionali. Tant’è vero che la Juventus è al quarto posto tra le società che ne hanno vinte di più, dietro a Real, Milan e Barça. No, il problema da risolvere sta nel nostro comportamento in quella coppa lì. In particolare, nelle finali di quella coppa lì. Finali nelle quali il Real Madrid (giusto per fare un esempio, affatto casuale) ha saputo essere vincente in 11 occasioni su 14, segnando 35 reti (sì, trentacinque) e subendone 20.

Risulta evidente che, se si vuole prevalere in Coppa dei Campioni, sia necessario attrezzarsi per realizzare delle reti e non avere troppa paura di subirne. In questo, è possibile che la piacevole abitudine di vincere un campionato come quello italiano abbia rappresentato finora addirittura un handicap. Com’è noto, salvo rare eccezioni, la serie A di solito se la aggiudica chi ha la difesa migliore. Per avere la meglio nel calcio italiano bisogna in primis subire meno goal degli avversari. Per vincere in Coppa dei Campioni, a maggior ragione in finale, occorre fare di tutto per segnare più goal dell’avversario. Può sembrare la stessa cosa, ma in realtà presuppone un atteggiamento mentale praticamente opposto.

Al Real Madrid non frega nulla di giocare bene, di attaccare o di dominare le partite. Loro non si preoccupano di subire la prevalenza dell’avversario, e nemmeno di subire eventualmente delle reti. Non sono interessati a compiacere gli esteti del bel calcio. Sono programmati e attrezzati per vincere, in particolare in Champions League, e di certo non hanno mai avuto paura di perdere. Tra la sesta e la settima vittoria nella competizione hanno saputo aspettare 32 anni. Perfino negli anni duemila, per arrivare alla decima hanno dovuto attendere 12 anni dopo la nona, pur essendo la società più ricca e più potente al mondo, con tutti i migliori giocatori (Beckham, Owen, Van Nistelrooy, Higuaìn, Robben, Snejider, C.Ronaldo, Kakà, Benzema, X.Alonso, etc.) e allenatori (Capello, Schuster, Mourinho, etc.).
Peraltro, un po’ come succede con la Juve nel campionato italiano, se a inizio stagione (qualsiasi stagione) qualcuno mi chiedesse quali siano le favorite per la conquista della CL, il primo nome che farei sarebbe sempre e comunque quello del Real. Il motivo? Perché loro lassù tra le primissime ci sono sempre. Se ci sei sempre, prima o poi tocca anche a te vincere. A loro capita spesso: bisogna imparare da loro.

Probabilmente per la prima volta, in questa stagione sto vedendo l’ambiente bianconero, inteso come squadra e staff, con l’atteggiamento mentale giusto. Perfino il doppio incontro col Barça è stato vissuto da tecnico e giocatori come una partita importante, ma normale: perché è normale per la Juve giocarsela con il Barça. Forse si sta finalmente facendo strada la convinzione che per la noi è logico giocarcela con le altre grandi europee. Grandi sì, ma di pari livello, alla pari. Sembra paradossale doverlo dire, ma è una sensazione nuova. Basta con le partite del secolo, le partite perfette, gli eventi eccezionali. Quelli che vengono vissuti con una tensione eccessiva, una tensione che ti consuma ancora prima di entrare in campo.
Ora c’è una maturità che non vedevo in passato. Credo che in questo sia importante (oltre al lavoro di Allegri) la presenza di gente abituata a ragionare con la giusta concentrazione ma anche la giusta leggerezza, gente abituata a vincere sul serio: Dani Alves, Mandzukic, Khedira. E che questo stia finalmente facendo breccia e coinvolgendo anche i nostri senatori, da troppo tempo abituati a ragionare nell’ottica di non prenderle. Intanto, non ho più visto il troppo presente (negli anni scorsi) cagotto da Champions League. Ho invece visto cose che difficilmente ci caratterizzavano in passato. Concentrazione, tranquillità, capacità di dosare le energie in maniera intelligente, padronanza della propria forza. Testa libera e consapevolezza di essere alla pari.

Molti fra i nostri tifosi pensano che la Juventus abbia il dovere di vincere la CL. In nome del passato, per riscattare le troppe finali perse. Secondo alcuni, un’eventuale sconfitta pregiudicherebbe addirittura una stagione straordinaria come questa, che ci ha invece visto conseguire risultati leggendari. Tutte balle… o ossessioni, a seconda dei punti di vista. Non può esistere il dovere di vincere, non solo per noi, ma neanche per il Real. In un torneo (e la CL è un torneo, non un campionato) può accadere qualsiasi cosa. Figuriamoci in una finale. Non basta essere più forti, o ritenersi tali.
Abbiamo invece il dovere di fare tutto il possibile per provare a vincere davvero. E lo faremo. La coppa non è un dovere e non dev’essere un’ossessione. Dev’essere un obiettivo concreto. Non più un sogno, come due anni fa, ma un obiettivo concreto. Niente di più, niente di meno. Un obiettivo concreto da perseguire ora, così come nei prossimi anni, perché (come detto in precedenza) se sei sempre lassù tra le primissime, prima o poi tocca anche a te.
Nelle ultime 4 finali di CL compaiono, per sei volte su otto, nomi di squadre spagnole (Real, Atlético, Barça). L’unico nome non iberico è quello della Juventus, per due volte in 3 anni. Vorrà pur dire qualcosa, no?
Sabato sera a Cardiff non scenderanno in campo le 11 finali vinte dal Real, ma nemmeno le 6 perse da noi. La Coppa dei Campioni non se la contenderanno il passato, il blasone e/o il fatturato. A scendere in campo, a giocarsela per 90 minuti più recupero più eventuali appendici, saranno 11 giocatori fortissimi da una parte e 11 giocatori fortissimi dall’altra. Senza un vincitore predestinato, senza una vittima sacrificale. Il campo dirà chi è il più forte.
Giochiamocela.

6 Comments

  1. Giuseppe Moretti

    31 maggio 2017 alle 11:37

    Come sempre Nino Ori dice sempre cose giuste e vere. Semplicemente condivido tutto.

  2. Matteo

    31 maggio 2017 alle 14:02

    Articolo perfetto, concordo totalmente.
    Complimenti.

  3. Marco

    31 maggio 2017 alle 15:06

    Forse l’articolo sulla Champions che avrei voluto leggere da anni a questa parte.
    Sono d’accordissimo quando parli di atteggiamento offensivo da tenere in campo, e su come il continuare a vincere campionati in cui la difesa fa la differenza possa paradossalmente costituire un handicap. Così come sono d’accordo nel ritenere che quest’anno si sia tenuto un atteggiamento inedito e, forse, “giusto”: più ancora che la partita col Barça, penso sia stata la facilità con la quale abbiamo eliminato il Monaco a farmelo intuire perché, di norma, una squadra come quella monegasca l’avremmo affrontata con un certo timore. L’avremmo comunque probabilmente eliminata, ma mai con questa facilità, con questo dominio.
    Questo è ciò che ci è sempre mancato nelle finali: la giusta mentalità (basti vedere le prime tre perse dopo l’ultima vinta). Vedremo se la manterremo anche sabato sera, e se ci basterà.

  4. Silvia

    31 maggio 2017 alle 18:16

    Applausi! Finalmente non si parla di maledizione Champions, ma di “non mentalità Champions ” che ci ha fatto perdere 6 finali…anche se nella prima e nell’ultima gli altri erano decisamente più forti….per le altre è andata esattamente come hai spiegato tu !
    Penso che Allegri sia il fautore del cambio di questa mentalità e …se succederà dovremmo dirgli mille volte grazie !!!

  5. Rik

    31 maggio 2017 alle 19:02

    d’accordissimo su tutto!
    gli innesti di “esperienza” in questi palcoscenici ha pesato assolutamente nel guadagnare consapevolezza, e la giusta carica nell’affrontare queste sfide.
    perchè ci vuole la “giusta carica”, ne troppo poca ne eccessiva .. se pensate agli sguardi di CR7 o Messi prima delle finali li ricordate tranquilli? no, ma nemmeno troppo nervosi .. semplicemente determinati al 300% a fare di tutto per vincere!
    aspetto che traspare in modo incredibilmente “naturale” in Dani Alves, e finalmente in buona parte dei nostri giocatori.
    e poi davvero … non vanno in campo ne le 11 vinte da loro, ne quelle perse da noi, e “odio” anche quei discorsi del tipo “vinciamola per Gigi, merita il pallone d’oro” .. mi sembrano discorsi sensa senso, più distrazioni che altro .. pensiamo a vincere questa partita, a fare tutto per il meglio .. abbiamo i mezzi per farlo, ma stiamo concentrati sull’essenziale, non su motivazioni collaterali.

  6. Lorenzo Rocca

    1 giugno 2017 alle 14:11

    “In un torneo può accadere qualsiasi cosa…”:Proprio così, Nino, solo così si può spiegare Atene.
    Ma dopodomani… è un altro giorno!

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