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Gaetano Scirea: un uomo

Io quel giorno me lo ricordo benissimo.
Era il 3 settembre 1989, 25 anni fa e proprio quel giorno compivo 15 anni (e oggi ne compio qualcuno in più ma questo è un altro discorso).

Tutto sommato era stato un bel compleanno: niente festa o festicciole, due giorni dopo dovevo sostenere due esami di riparazione con il rischio di perdere l’anno, quindi c’era poco da stare allegri, però due cose mi avevano reso felice e contento.
Innanzitutto lei, la ragazzina di cui ero follemente innamorato, mi aveva fatto gli auguri e ciò mi bastava per toccare il cielo con un dito.

E poi la mia Juve quel giorno vinse con un bel 4-1 a Verona, protagonista assoluto quel Totò Schillaci che con una doppietta inaugurò il suo anno magico.
E’ vero, mi accontentavo di poco per essere contento, ragion per cui alla fine della giornata ero bello contento sul divano a seguire la Domenica Sportiva. Avete presente la DS attuale? Ecco, era qualcosa di completamente diverso. Una trasmissione vera, condotta da un vero maestro del giornalismo sportivo chiamato Sandro Ciotti, poche chiacchiere a vanvera, zero opinionisti inutili e tanta sostanza.

Aspettavo con una certa attesa il servizio sulla Juve (perché all’epoca l’overdose di calcio attuale era una chimera: alle 18:10 Novantesimo Minuto, alle 20:00 Domenica Sprint e poi basta) ma alla fine del primo o secondo servizio la linea tornò in studio.
Non capivo, perché non davano gli altri servizi?
Finii di pensarlo e Sandro Ciotti, con una voce stranamente affranta, disse:

“Scusate, dobbiamo interrompere la selezione delle partite di Serie A che comunque verrà ripresa tra poco, per una ragione veramente tremenda. E’ morto Gaetano Scirea in un incidente stradale avvenuto in Polonia dove si era recato per seguire la squadra che sarà prossima avversaria della sua Juventus nella coppa. E’ inutile spendere parole per un uomo che si è illustrato da solo per tanti anni in tutti i campi del mondo e che ha conquistato un titolo mondiale con pieno merito e soprattutto era un campione non soltanto di sport ma soprattutto di civiltà.”

Ma cos’era successo di preciso? Un maledetto incidente in Polonia dove era andato a visionare la squadra avversaria di coppa UEFA (che poi vincemmo tra l’altro), il conducente che effettua un sorpasso azzardato su una strada infame, un incidente e le taniche di benzina nel bagagliaio (tenute perché la benzina in quel periodo scarseggiava in Polonia) che esplodono causando la morte di tutti i passeggeri. Ecco cos’era successo.

In un attimo tutto cambiò.Il compleanno, la vittoria della Juve, la sfida imminente con la Fiorentina (tre giorni dopo, ricordo uno stadio intero che salutava commosso), tutto passava in ultimo piano rispetto a questa notizia. Rimasi ammutolito per alcuni minuti, speravo si trattasse di una notizia falsa ma quando vidi Tardelli in studio piangere capii che purtroppo era tutto vero.
Gaetano Scirea era morto.

Già, ma chi era Scirea per me?
Era il Capitano, e questo mi aveva fatto capire tante cose della Juve.
In una squadra che pullulava di fuoriclasse e giocatori famosi chi era il Capitano? Le Roi Michel Platini? L’eroe di Spagna Pablito Rossi? Il mitico, nevrotico e roccioso Marco Tardelli? Il libico Claudio Gentile? Il bell’Antonio Cabrini?
No, nessuno di loro, la fascia di capitano la portava lui, quel libero elegante, deciso, che giocava a testa alta, esempio unico di correttezza e sportività, incapace di commettere fallo eppure implacabile nelle marcature, ma anche timido, schivo, riservato e abituato a non alzare la voce. Io pensavo, nella mia inenuità bambinesca, che la fascia di capitano la dovesse indossare il giocatore più famoso, rappresentativo e celebrato dalla folla, ma capii che alla Juve non funzionava così.

Certo, il leader in campo e anche negli spogliatoi era Platini ma quella fascia blu la indossava Scirea, perché era lui che comandava e dirigeva la difesa, era lui che non alzava mai la voce ma si sapeva far rispettare con uno sguardo e poi, in fondo, era lui che rappresentava meglio di tutti lo spirito e l’anima della Juve. Allora, come ora, le altre squadre parlavano, sbraitavano, partivano già da vincitori e quando poi non vincevano davano sempre la colpa alla Juve. La Juve, in silenzio, lavorava e lottava per vincere e Scirea questi concetti li aveva assimilati così bene da farli diventare una vera e propria filosofia di vita.
Non parlava molto, non si atteggiava a divo del pallone (anche allora ce n’erano, si si) ed era rimasto una persona umile e semplice nonostante avesse vinto tutto quello che c’era da vincere.
Non vi sembra strano?
Al giorno d’oggi bastano due o tre gol ed ecco che un ragazzotto si atteggia e si pavoneggia come una superstar. Poi vai a leggere il palmares di Scirea, antidivo per eccellenza, e trovi sette scudetti, due Coppa Italia, una Coppa Uefa, una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa Europea, una Coppa Intercontinentale e, dulcis in fundo, un Mondiale.

Tanti trionfi, roba da far girar la testa a chiunque ma non a lui che era sempre rimasto se stesso, un giocatore atipico che in tutta la carriera non venne mai espulso (pensate un po’ alle strombazzate “bandiere” nerazzurre e giallorosse odierne e fate un paragone), così lontano dagli standard attuali di giocatori scaltri, furbi, sfacciati in campo e divi fuori e assistiti da manager senza scrupoli.
Un uomo vero prima che un giocatore, di quelli che purtroppo se ne vedono sempre meno al giorno d’oggi: onesto, gentile, rispettoso, mite, in poche parole una persona perbene, proprio come quel Sandro Ciotti che, con profondo rispetto e nessuna retorica, dette al paese la notizia della sua morte con poche ma profondissime parole.
Quelle che meritava un uomo come Gaetano.

Il mio ricordo di Scirea si chiude con le parole di colui che alla Juve ce lo portò e che aveva un debole per lui. Ecco cosa disse di lui Boniperti non molto tempo fa.

“Il mio fuoriclasse era Scirea. Parlava poco, eppure aveva carisma. Era un piacere stare con lui e in qualsiasi occasione, non soltanto sul campo, ti faceva fare bella figura. Il giorno in cui ho preso Scirea, per la prima e unica volta, Achille Bortolotti mi ha detto: «Gaetano te lo porto io a Torino. Perché questo ragazzo è diverso da tutti gli altri». Quando Gai ha smesso di giocare io volevo che diventasse un punto fermo della Juventus. Prima come osservatore, poi come allenatore, ma lo vedevo benissimo anche come uomo di pubbliche relazioni. Aveva qualità fuori dal comune e la sua splendida carriera ne era la conferma. Li riconosci subito i giocatori che hanno qualcosa in più: li vedi da come si muovono in campo e da come leggono il gioco un secondo prima degli altri; se poi sono dotati di spessore umano e pulizia morale hai davanti agli occhi un fuoriclasse anche nella vita. E Scirea lo era. Io gli volevo bene.”

3 Comments

  1. Nick

    3 Settembre 2013 alle 16:16

    Stupendo!

  2. Roberto

    2 Ottobre 2017 alle 21:25

    Articolo stupendo! Sono un milanista e tifoso del Chievo Verona ma per Gaetano Scirea ho avuto fin da giovane una profonda ammirazione verso il calciatore e verso l’uomo. Il tempo non cancella il ricordo.

    • salvador righi

      11 Ottobre 2017 alle 12:41

      Grazie, sono complimenti che fanno veramente piacere!

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