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Generazione di fenomeni

Ci sono molte domande cui è difficile dare risposta ma, tra i vari misteri del cosmo, quello che potrebbe essere più alla portata delle mie infime competenze è relativo al perché a molti tifosi juventini non piaccia quasi nulla che riguardi la propria squadra del cuore.
Mai come ora si nota una certa disaffezione nei confronti della storia, delle linee guida e della mentalità; in pratica, tutto ciò che concerne la nostra identità viene spesso messo in discussione.
Di contro vi è ammirazione diffusa, che spesso sfocia in malcelata invidia, nei confronti di altri prestigiosi club europei e, nello specifico, verso i loro tratti distintivi corrispondenti.

A tal proposito mi viene utile ricordare un episodio riguardante mio padre, juventino e antinterista di ferro: un giorno mi confessò candidamente che, in alcune sere primaverili di diversi anni fa, non aveva trovato di meglio da fare che raggiungere San Siro in bicicletta per vedersi delle importanti partite di Coppa dei Campioni dell’Inter di HH.
Alla mia richiesta di spiegazioni (espressione attonita con tono di voce disperato ‘perché?!?) rispose semplicemente: “Perché era bello”.
Dopo avergli chiesto il test del DNA e avere fatto i necessari passi legali per tutelarmi nei suoi confronti, ho provato a interpretare e soprattutto a contestualizzare le sue parole.
La Juve alla fine degli anni ’50 era una grande squadra ma con scarse ambizioni europee; Sivori in più di un’intervista ha sostenuto che, per i giocatori, le trasferte continentali non rappresentavano altro che un faticoso impiccio tra una gara di campionato e l’altra.
D’altronde solo una decina di anni prima un’Italia ancora ferita da Superga aveva mandato la propria nazionale di calcio al mondiale brasiliano in nave, con un viaggio di quindici giorni; i tempi erano quelli.
Pertanto ho superato il complesso di Edipo comprendendo quanto la novità e la bellezza di una manifestazione internazionale, sempre più prestigiosa e consolidata, avesse potuto affascinare anche chi, come mio padre non era tifoso di nessuna delle contendenti (anzi).

Io al contrario sono nato come tifoso “senziente” nei primi anni ’80 e, tolto il pianto greco e la curva Z, è stato un susseguirsi di orgasmi multipli con la colonna sonora da stadio di “Tutte le coppe le abbiamo noi, solo noi” e “Gol, scudetti e coppe a volontà…”.
L’orgoglio e la consapevolezza di tifare da bambino per il club più forte del mondo mi ha dotato di una specie di ottusa serenità, che ha ammortizzato i periodi difficili negli anni a venire e mi ha portato a pensare che il nostro destino è quello di tornare sempre e comunque a lottare con i più forti, per essere i migliori.

Poi ci sono i ragazzi nati a fine anni’80 o durante gli anni ’90 e, a parte chi conserva un ricordo sfocato di Roma, agli altri restano un monte di finali perse, scudetti a iosa e Calciopoli in mezzo.
Nei cinque anni tra il 2006 e il 2011, mentre spariva la Juventus dalla scena internazionale di alto livello, nasceva il tiki-taka e soprattutto la Spagna più forte di tutti i tempi: un patrimonio di talento pazzesco che, unito a fattori favorevoli extra campo, hanno determinato un dominio epocale che tarda a vedere la fine.
Trovo emotivamente comprensibile che molti juventini della generazione in questione aspirino a che il club faccia proprio questo modello di calcio e lo considerino migliore del nostro.
Che poi sia poco riproducibile in un contesto italiano proponente campionati giovanili obsoleti e che ormai ha accumulato un divario economico difficilmente colmabile in tempi di globalizzazione, sono solo aspetti venali, certo; e questi non toccano il tasto del sentimento e il gusto del bello dei suddetti, ma tant’è.

A ingrossare le fila dei giovani appassionati di filosofia iberica c’è la folta schiera, però transgenerazionale, degli ossessionati dalle finali perse.
Che se lo scorso inverno avessimo preso appunti quando Alves canticchiava su Instagram o l’avessimo fatto presidente/allenatore/giocatore a febbraio, la nostra storia europea avrebbe potuto prendere tutt’altra piega.
E invece stanno lì ancora a smadonnare con gli 1-0 risicati e i turbanti di Chiellini, povere stelle.

Anche a loro francamente non mi sento di dire nulla, chè lo score delle finali è davvero grottesco.
O meglio: l’unica considerazione che mi viene in mente, da ottusamente sereno quale sono, è che il nostro modo di fare calcio ci ha consentito di arrivare in fondo almeno una volta (in media quasi due) in ognuna delle ultime cinque decadi; come noi solo il Bayern che è terzo per finali disputate, una in più di noi.
Sono sicuro che questo tipo di continuità storica, indice di adattamento e continua evoluzione del club, permetterà loro, i miei cari compagni di tifo frustrati, di vedere diverse altre finali.
Chi è religioso, quando sarà, preghi anche per loro.

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