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Giovinezza?

Con Pirlo al timone e Andrea Agnelli con la spada laser in mano, da più parti si alza l’appello a un massiccio repulisti della squadra in termini di ricostruzione e ringiovanimento della rosa (punto, del resto, che lo stesso Agnelli ha evidenziato) per “impostare un nuovo ciclo”.
Ipotesi fascinosa che non è però, propriamente, una costante della storia juventina: gli effettivi precedenti in epoca “moderna” sono tre.

In primis la stagione 55-56 in cui per innervare una squadra piuttosto dimessa furono promossi dalle giovanili numerosi elementi (detti, con espressione che in Toscana suonerebbe malissimo, “puppanti“, gioco di parole fra l’età verde e il nome dell’allenatore Sandro Puppo): entrarono così in prima squadra Emoli, Garzena, Stacchini, Vavassori, Montico e diversi altri che ebbero meno fortuna. I risultati sportivi furono modesti (nono posto). Per tornare a vincere ci vollero un Avvocato voglioso e il grosso investimento su Charles e Sivori, oltre a un giovane sì, ma cresciuto altrove (Nicolé) nel 57-58.

Al punto opposto la stagione 85-86 in cui uscirono Rossi, Tardelli, Boniek per fare posto ai Serena (in prestito), Mauro, Laudrup, Pacione (orrore!), I. Bonetti con però ancora pezzi di intelaiatura collaudati (Michel, Gae, Cabrini, Brio…): ottimi risultati nell’immediato (Intercontinentale e scudetto) ma era il colpo di coda del ciclo vincente, e l’imprevedibile preludio di uno dei più lunghi perdenti.

In mezzo, ben più strutturale ed emblematico, il rinnovamento condotto nella stagione 70-71: Boniperti, ancora amministratore delegato, chiamò al suo fianco Italo Allodi, il re del calciomercato che costruì la grande Inter di Herrera e Moratti padre. I due marpioni da un lato proseguirono un piano già avviato, quello che G.P. Ormezzano, quando era ancora lucido, definì “la più importante operazione geopolitica nella storia del calcio italiano” ossia la massiccia immissione di calciatori meridionali, scelti ovviamente perché bravi ma anche come veicolo di identificazione per i robusti contingenti di emigrati operai; dall’altro, passarono appunto al rinnovamento della squadra. A partire dall’allenatore, individuato nel trentacinquenne Armando Picchi, ex-capitano della suddetta Inter, reduce da appena un anno e mezzo di panchina (in parte da allenatore-giocatore) per passare all’organico: nel quale entrarono i “canterani” Bettega (20 anni) e Causio (21) di ritorno dai rispettivi prestiti, Capello (25 anni da compiere, il più anziano dei nuovi), Spinosi (20), Landini (19), Novellini (22), Titti Savoldi (21), Zaniboni (21), Montorsi (20), Danova (18), in aggiunta ai già presenti Furino (24 anni), Anastasi (22), Marchetti (22), Cuccureddu (21).

Una scorsa ai nomi riassume già le parabole degli interessati: alcuni divennero campioni e colonne, un paio furono discrete riserve, gli altri furono meteore. E la Juve, come andò? In campionato così così, squadra acerba e funestata dalla grave malattia che colpì il povero Picchi a febbraio uccidendolo a maggio (la stagione fu completata da Vyckpalek), meglio in Europa dove però arrivò l’atroce beffa di vedersi sfuggire la Coppa delle Fiere (per l’ultimo anno, poi Coppa Uefa) da finalisti imbattuti nelle 12 partite, subendo l’applicazione dell’appena introdotta regola sul gol in trasferta (le finali col Leeds finirono 2-2- a Torino e 1-1 in Inghilterra) .

Il seme però era gettato: l’anno dopo la squadra sostanzialmente identica vinse il campionato malgrado la tubercolosi di Bettega, e due anni dopo, con gli innesti di Zoff e del 34enne Altafini in barba alla linea verde, bissò il titolo e arrivò in finale di Coppa dei campioni. Il grande ciclo della Juve bonipertiana era iniziato.

Bene dunque, direte. Ma oggi, si potrebbe rifare? Le condizioni sono le stesse? Per vari motivi, no. Certo la questione anagrafica era pressante, come ora: in quella estate si congedò fra l’altro gente come Castano e Leoncini – cui va il massimo onore – che avevano cominciato proprio con i Sivori e i Charles citati! C’è come allora l’allenatore giovane e esordientissimo. E tuttavia:

1) quella Juve veniva da stagioni grigiastre, fra lo spegnersi del “movimiento” di Heriberto Herrera e un triennio senza alcun titolo: l’annata senza vittorie (anche se per un pelo) non rappresentò alcun danno; qui si viene da una serie vincente lunghissima.

2) le condizioni di mercato erano diversissime, fra costi enormemente inferiori, il reticolo di società-satellite, un momento di buona fioritura del vivaio (Furino, Bettega, Causio, Roveta) – sulle vicissitudini del nostro vivaio rimando agli articoli di Nino Ori. Oggi un’analoga operazione avrebbe prezzi mostruosi: fate un paragone mentale fra il trio romanista Capello/Spinosi/Landini  – scambiati con Del Sol a fine carriera e i due fuori di testa Vieri babbo e Zigoni – e un’ipotetico Zaniolo/Pellegrini/Under di oggi…

3) non c’era un Cristiano Ronaldo –  se è per questo oggi non c’è un Allodi….
Insomma diversità di tempo, di risorse, di presupposti, di collocazione internazionale, di mercati (quello rionale di allora, quello globale di oggi) pur in presenza di una necessità innegabile, evidente, di svecchiamento e ricambio.

Ai dirigenti l’arduo compito di trovare la chiave giusta. Ci permettiamo, molto modestamente, di sottolineare un punto, non certo originale: a puntare Zaniolo o Tonali quando sono già diventati Zaniolo o Tonali e costano uno stonfo di quattrini sono capace anche io. È vitale rafforzare poderosamente le strutture e le professionalità per ricominciare a scoprire gli Zaniolo o i Tonali (e gli equivalenti stranieri) prima che lo diventino. Un nodo decisivo, una tara atavica. Temiamo che, anche in questo caso, la Juve non c’entri molto con le rivoluzioni.

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Opinioni

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    Francesco Di Castri1 Dicembre 2020
  • Ma è davvero colpa di Pirlo?

    Lo scorso anno, prima dell’inizio della pandemia e prima del blocco dei campionati, provai a capire se le colpe della situazione...

    Francesco Di Castri14 Novembre 2020