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Grazie di tutto, Max

Nino Ori

In 5 anni, undici trofei vinti sono tantissima roba. 5 scudetti consecutivi sono un record, 4 coppe Italia consecutive sono a loro volta un record. Aver contribuito a riportare un po’ di mentalità europea nella Juve è certamente un grande merito. Così come era stato per il tuo predecessore Conte 3 anni prima, anche tu sei riuscito a essere l’uomo giusto al momento giusto.
Nonostante il fatto che i tifosi ti abbiano accolto a luglio 2014 come ben sappiamo, e in molti non abbiano poi praticamente mai smesso di insultarti. Nonostante il fatto che il trattamento indegno che ti è stato riservato (dagli avversari, dai media e dagli juventini) non abbia eguali nella storia dei nostri allenatori. Nonostante il fatto che siano riusciti a costringerti perfino a chiudere i profili social, data la quantità di insulti rivolti a te e ai tuoi famigliari. Nonostante il fatto che a ogni vittoria, anziché farti i complimenti, ti abbiano sempre accusato per il gioco, mentre quando arrivavi in finale di CL ti rimproveravano per non averla vinta (contro le due squadre più forti degli ultimi anni). Nonostante il fatto che la società negli anni ti abbia messo a disposizione giocatori importanti, ma quasi mai in linea con le necessità che erano emerse dal campo.
Ecco, nonostante tutte queste cose, sei riuscito a incarnare lo spirito e la mentalità Juve meglio di molti altri. Senza fare valutazioni a capocchia sul valore della rosa. Senza isterismi nelle conferenze stampa e nelle occasioni pubbliche, usando invece quasi sempre intelligenza e ironia. Senza andare a prenderti gli applausi sotto la curva, ma lasciando sempre il campo ai giocatori. Senza attribuirti i meriti e senza scaricare ad altri le responsabilità degli errori.
Cinque anni sono lunghi e logoranti, è ora di guardare avanti.
Grazie, e in bocca al lupo per il futuro, Mister. A te, a noi e, soprattutto, al tuo successore.

Cosimo Bontà

“Perché ho accettato di venire alla Juve? Sono convinto che questo gruppo di giocatori ha ancora tantissimo da dare”. Così si presentò cinque anni fa Massimiliano Allegri al mondo Juventus. Un mondo orfano di padre (Antonio Conte il Fuggitivo) ma che aveva appena ricevuto in famiglia il terzo titolo consecutivo di Campione d’Italia. Una sfida dura, difficile. E vinta; vinta grazie ai risultati sportivi (primo obiettivo di una guida tecnica), alla maggiore consapevolezza donata a tutto l’ambiente bianconero, al mondo di porsi verso l’esterno e verso l’interno della società. Massimiliano Allegri non ha portato solo trofei, ha anche ri-portato la Juve al livello competitivo internazionale che le compete.

È stato un ciclo importante che verrà ricordato nella storia della Juventus, un ciclo finito quando gli interlocutori non avevano probabilmente più nulla da offrire l’uno all’altro. Buona fortuna al mister e alla Juventus, entrambi meritate il meglio.

Angelo Parodo

Se cinque anni fa mi avessero detto che avrei corso il rischio di rimpiangere Allegri probabilmente mi sarei fatto una bella risata. Sono stati cinque anni emotivamente forti incastrati tra un prologo e un epilogo abbastanza indegni per colpa di noi tifosi, me compreso, incapaci di nutrire fiducia nei confronti di un gruppo dirigente che oltre a essere un po’ più competente di noi è anche costituito dai primi sostenitori della Juventus, gente che vorrebbe più di noi che tornassimo sul tetto d’Europa. Parliamo di Andrea Agnelli e di Pavel Nedved, non proprio due persone qualsiasi, gente che non ha bisogno di esibire alcun attestato per provare la propria gobbitudine.
Il ciclo di Max è finito com’era iniziato, con una sommossa popolare dovuta inizialmente allo scetticismo, oggi alle problematiche sorte sul campo e ancor prima nello spogliatoio. La riconoscenza nel calcio non esiste e Allegri ha pagato, probabilmente, più l’illusione che ci ha dato, quella di portarci due volte a un soffio dalla coppa divenuta ossessione bianconera fin dai tempi di Atene e dell’Amburgo, che non la deludente campagna internazionale di questa stagione.
Peccato, perché ci sono state, anche quest’anno, prestazioni che avrebbero potuto costituire una svolta decisiva che però non vuole arrivare, almeno in Champions. In mezzo tanti trionfi, in tanti modi diversi, con giocatori che andavano e venivano, con una squadra sempre diversa per via di scelte societarie, dettate spesso più da necessità di bilancio che da esigenze tecniche, con una sola costante: la rara signorilità, la leggerezza, la scanzonatezza di un uomo, Allegri appunto.
Ecco, da questo punto di vista sono certo che il rischio di rimpiangerlo non ci sarà, semplicemente perché è una certezza: rimpiangerò il suo lato umano. Ciao Max, grazie infinite, ti si vuole bene un sacco.

Francesco Di Castri

Si racconta che Garrincha, il famoso attaccante brasiliano degli anni ’50-‘60, non volesse mai sapere contro chi avrebbe giocato la prossima partita, tanto era convinto della propria forza.
Ecco, io, come tifoso, sono così. Anzi ero.
Ho iniziato a tifare Juve circa 40 anni fa, e da allora ho visto vestire la maglia bianconera ad un’infinità di calciatori e a 15 allenatori che hanno vinto, complessivamente, 20 scudetti, 8 coppe Italia e una serie di altri trofei nazionali ed internazionali.
Il mio atteggiamento, all’addio di questo o quel giocatore, o di questo o quell’allenatore, è stato sempre lo stesso: contava solo la Juve. E, che sia chiaro, sarà sempre così, ma non più come prima.
Ricordo quando quella mattina di luglio entrai al solito bar e mi dissero: “Hai visto chi è il nuovo allenatore? Allegri!”. “Chi, quello che al Milan è riuscito a non far vincere lo scudetto a Ibra?”, risposi io, scettico.
Mi sono dovuto ricredere.
Non solo per i 5 scudetti consecutivi, le 4 coppe Italia consecutive, le due Supercoppe italiane, i gironi di Champions passati regolarmente e quasi sempre senza patemi, le due finali di Berlino e di Cardiff.
Non solo per le 191 vittorie in 296 partite sulla panchina bianconera, con una percentuale che supera tutti quelli che lo avevano preceduto.
Non solo per essere stato un vincente.
Mi sono ricreduto per il suo essere prima uomo che allenatore, per averci fatto sorridere durante le conferenze stampa, per i suoi modi di affrontare le partite, con “halma”, tanto prima o poi un gol lo facciamo, proprio come Garrincha.
Alla Juve lo sanno tutti, bisogna vincere, e la cosa più difficile è trovare stimoli ogni volta, dopo ogni vittoria: ci si riesce solo se si è grandi uomini.
E tu, Max, lo sei stato, in questi “5 anni di amore”, come li hai chiamati tu.
E non ti chiediamo scusa, questa volta, se ti consideriamo e ti considereremo sempre, uno di noi.

Raffaele Magaldi

Sarò sempre grato a Massimiliano Allegri per questi cinque anni incredibili. Alcuni, semplicemente, non lo hanno mai voluto accettare. Io ero sicuramente tra quelli che rimasero sconfortati quando fu annunciato dopo la grottesca conferenza stampa di Conte. Ma mi sono ricreduto rapidamente; ho iniziato a notare un cambiamento rispetto al Milan, e ho capito che forse la Juventus avrebbe potuto migliorare Allegri. E poi che Allegri avrebbe potuto migliorare la Juventus: la finale di Berlino, schiaffo forte a chi piangeva facendo i conti per ristoranti che riteneva troppo esclusivi. Altri schiaffi a quanti parlavano dei “secondi anni” di Allegri, evidentemente sperando di toglierselo dalle scatole, incuranti del lavoro fatto dal mister sul campo e fuori. Perché va reso il giusto tributo anche a un uomo che ci ha spesso messo la faccia davanti ai giornalisti, senza sbagliare quasi niente a livello di comunicazione anche quando sarebbe stato più semplice sbroccare. Salutiamo e ringraziamo uno dei più grandi allenatori della storia della Juventus, perché il palmares non mente mai. Salutiamo e ringraziamo chi ha riportato la Juventus in alto anche in Europa, anche se non è stato in grado di farlo fino alla conquista della maledettissima coppa. Salutiamo e ringraziamo Max Allegri da Livorno, con la consapevolezza che molti, accecati da un pregiudizio che meriterebbe di essere studiato scientificamente da un panel di psichiatri, non sono riusciti a capirne il pensiero e la filosofia, confondendo equilibrio con difensivismo e non comprendendo nemmeno l’azzeccatissima similitudine del “corto muso” (che infatti ancora citano a sproposito). I problemi e gli errori dell’ultimo periodo non cancelleranno mai gli indiscutibili successi ottenuti da Massimiliano Allegri con la Juventus in queste cinque stagioni. Spero sinceramente che gli vengano tributati i giusti complimenti e che il suo ricordo resti indelebile nei cuori dei tifosi per le generazioni a venire. Come merita. Ciao Max.

Dimitri Cimolato

Una conferenza epocale prima delle due passerelle finali chiude l’era Allegri alla Juventus. “Cinque anni d’amore meravigliosi” oggi troveranno la doverosa celebrazione a casa nostra dove le inutili polemiche isteriche di queste settimane, un rapporto logoro con buona parte dei tifosi, le difficoltà crescenti nella gestione del gruppo non avranno posto.
Chiude con 11 trofei all’attivo, sul podio tra i nostri migliori allenatori di tutti i tempi, una serie impressionante di record personali e di squadra, a un tricolore da Capello e due dal Trap tra i coach più pluriscudettati di sempre.
Ha incarnato la juventinità nel senso più pieno del termine, vincere come imperativo assoluto, stile ed eleganza, sacrificio e tenacia, imprese ed orgoglio.
Juventino nell’anima anche nel non aver saputo cogliere l’attimo europeo: il “so come mi rigiocherei Berlino”, l’espressione devastata nella mattinata in partenza da Monaco di Baviera, “le troppe certezze che ci siamo portati a Cardiff”, il rigore “non proprio clarissimo, grigio dai”, fino alla partita del mese scorso che ha decretato di fatto questo epilogo.
Una incompiutezza che da rimpianto si è colorata di futuro grazie alla parola da lui citata ieri, che ha connotato il quinquennio suo e del club: crescita.
Siamo tornati grandi insieme a te, grazie Max bianconero, per sempre uno di noi.

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