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GRAZIE GIGI

Diciassette anni d’amore.

Una storia meravigliosa che diverse generazioni di tifosi hanno avuto il privilegio di vivere e che le prossime troveranno scritta come una delle più grandi epopee del calcio mondiale.

 

La scintilla, gli anni di Parma: esordio a 17 anni nella stagione in cui alzammo la Champions League a Roma, l’annata successiva già titolare di un club che aveva la forza economica di acquistare il pallone d’oro Stoichkov, tra gli altri; l’anno seguente l’esordio in Nazionale a Mosca per le qualificazioni mondiali, e nel 98/99 inaugura il palmares con Coppa Uefa e Coppa Italia, cui aggiunse la Supercoppa Italiana la stagione dopo.

Il colpo di fulmine: nell’estate 2001 bisognava mollare per manifesta incompatibilità la promessa sposa di allora, Van Der Sar, e per suggellare il matrimonio con Madama il club mise sul piatto di Tanzi 105 miliardi di lire, record storico per un portiere; i primi segnali di dissesto finanziario dei ducali (il crac Parmalat arrivò l’anno dopo) erano un’occasione troppo ghiotta per un club che ha sempre avuto tra le proprie fila portieri italiani di prima grandezza, da Combi a Zoff, per passare poi a Tacconi e Peruzzi.

Lo sposo che inciampa sull’altare: alla seconda al Delle Alpi contro il neopromosso Chievo, incredibilmente capolista, una paperissima al nono minuto diede ai veronesi il vantaggio; quattro secondi al tappeto, Iuliano incredulo lo aiutò a rialzarsi e per la prima volta ebbe l’occasione di sfoggiare i pollicioni… “Tutto a posto ragazzi” e la forza tranquilla di quel ventitreenne contagiò subito tutti, e nonostante subimmo il raddoppio da Marazzina la ribaltammo, 3 a 2 e primo posto solitario.

I primi anni: il triennio del Lippi-bis, il 5 maggio (10 anni dopo sul pullman scoperto godeva ancora), il secondo scudetto e il dolore di Manchester; di questo periodo, nonostante la giovane età e la breve militanza, mi piace ricordare l’emergere della stoffa del leader, del fuoriclasse che ha dimostrato di essere sul campo, parando il rigore a Figo nella semifinale col Real e facendo quel prodigio assurdo in finale sul colpo di testa di Inzaghi, con ruggito da leone susseguente a svegliare la squadra.

L’amore maturo: si è consolidato con Capello come miglior portiere del mondo, supremazia che lo ha portato a sfiorare il pallone d’oro nel 2006 a seguito del mondiale vinto; altri due scudetti, quelli più preziosi perché trafugati, e che lui a differenza di altri ha sempre rivendicato a testa alta; non è mai entrato nel dettaglio e nel merito della farsa, da uomo di campo ha chiesto solo rispetto per il sacrificio, il sudore, l’unità di intenti e il merito che portarono il gruppo a conseguire quelle due vittorie tricolori.

La fedeltà nella crisi: i motivi mai sondati di un possibile divorzio per andare al Milan e, con l’avvento della catastrofe, lui che si mette di punta davanti all’improbabile Cobolli Gigli dicendo “Ma devo andarmene per forza? Perché io a questo punto resto”; una decisione pazzesca di fronte a una dirigenza di dilettanti allo sbaraglio, con una squadra dimezzata e retrocessa, presa solo per dovere di causa, per riconoscenza e per non voler mollare quando il gioco si fa duro.

La monotonia nel rapporto: nelle stagioni nefaste a guida Blanc è andato adeguandosi, molto lentamente, alla crescente mediocrità dell’ambiente; in origine un po’ di confusione nel ritiro del mondiale tedesco, quando definì il neo Presidente Federale Guido Rossi un “nonno rassicurante” (azz…); negli anni a seguire, nonostante tutto lo scempio, mai un cedimento verso la tentazione di un tradimento, come se se lo sentisse che l’amore sarebbe rifiorito gioiosamente, prima o poi.

Le nozze d’oro e di diamante: pazzo di gioia a Trieste, ripagato dall’attesa e con la fascia di capitano lasciata in eredità da Del Piero; Conte gli consegnò da subito le chiavi dello spogliatoio e lui ha condotto un gruppo di belle speranze a tre scudetti consecutivi, ponendo le basi per formare quel gap di mentalità e convinzione che tuttora ci permette di sbaragliare la concorrenza e dominare l’Italia. Il passaggio ad Allegri, da traumatico come molti temevano, si è rivelato soffice; primo double, le braccia alzate a maniche corte nella notte di Madrid, i miracoli inutili a Berlino, il richiamo all’umiltà nello spogliatoio di Sassuolo, altri due double e la terza amarezza di Cardiff, per finire con questa strepitosa ultima stagione, la legge ingiusta del Bernabeu e gli ennesimi trionfi.

 

Lascia da vincitore il più grande portiere della Storia del calcio e la festa di sabato sarà solo sua e solo nostra; il suo essere diventato negli anni il più juventino di tutti, riflessivo ma orgoglioso, senza ipocrisie né banalità di sorta, ci ha fatto identificare in lui come lui si è identificato nei valori e nello stile della Juventus. Per questo motivo è stato più volte attaccato dai due terzi dei tifosi italiani che hanno scelto la parte sbagliata del mondo: le sue decisioni negli affari, le conoscenze e attività che esulano dal campo, persino la sua sfera sentimentale privata è stata oggetto di critiche; la famosa frase sul gol di Muntari e il “Meglio due feriti che un morto” prese a pretesto per metterne in dubbio sportività e professionalità e lui, Uomo e Sportivo rigorosamente con le maiuscole, non ha fatto una piega, odiato e fiero perché gobbo.

La celebrazione di uno tra i più importanti sportivi italiani di sempre sta passando sotto traccia, nell’Italietta gretta ed invidiosa del calcio, ma a casa nostra sarà sobria e maestosa al tempo stesso; quel che sarà da domenica in poi poco importa, ciò che conta è farti sentire ancora una volta che per noi “C’È SOLO UN NUMERO UNO”.

 

Per sempre e fino alla fine, grazie Gigi.

 

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