Connect
To Top

I dolori del giovane Werther

Nino Ori (questa volta lo cito per primo, nda), nel suo editoriale di qualche tempo fa, ha scritto:

“non ho capito granché di come funzioni la Juventus”.

E non è l’unico. Vorrei provare a capire se siamo noi a essere affetti da bipolarismo, se è la nostra amata società bianconera a fare apposta ciò che fa, o se “è un mondo difficile”, come diceva Antonio de la Cuesta, meglio noto come Tonino Carotone. Certo, a leggere quello che viene scritto in giro, pare proprio che la terza ipotesi sia quella più accreditata.

Ma prima di avvalorare questa o quell’ipotesi, vorrei ripercorrere insieme a voi gli ultimi avvenimenti, partendo da quella maledetta sera di Cardiff (maledetta non solo dal punto di vista sportivo). Molti di noi hanno capito solo in seguito che quella sera sarebbe stato forse meglio staccare la spina alla conduzione di Allegri (io per primo, l’ho capito molto dopo), perché qualcosa si era rotto nei delicati meccanismi della squadra.

All’inizio di quella stagione eravamo giustamente ottimisti (almeno, io lo ero): la rosa nel complesso era stata decisamente migliorata, con l’inserimento di tre “pezzi da 90” (Dani Alves, Pjanic e Higuaín), e la cessione del solo Pogba. Anche tra le riserve c’era stato un miglioramento: Benatia, Asamoah e Mandzukic erano sicuramente migliori di Rugani, Sturaro e Morata. Si veniva da 5 scudetti consecutivi, che allora pareggiava il record del quinquennio d’oro (1930-35), quindi si supponeva che qualche trofeo a casa ce lo saremmo portati.

Così fu: Scudetto, Coppa Italia e finale di Champions. Come disse Daniele De Rossi,

“Bisogna essere realisti […] e capire che abbiamo di fronte una squadra di mostri che sta facendo la storia del calcio”.

Ma la finale di Champions non fu solo una sconfitta, ma una vera e propria disfatta, per giunta da una squadra che fino a poche settimane prima sembrava capace di vincere tutto.

“Allegri sembrava avesse fatto il miracolo, aveva trasformato la Juventus da squadra timida ed impacciata in Europa in corazzata imbattibile”

scrisse su queste pagine Salvador Righi. Invece no. L’anno successivo, se devo essere sincero, ero ancora più ottimista, come ebbi a scrivere su un portale on-line:

“Con la rosa attuale, la formazione tipo è la seguente:

  1. “Uno dei tre portieri più forti del mondo (Buffon), che ha come riserva uno dei portieri più richiesti d’Europa (Szczesny);
  2. Uno dei terzini sinistri migliori al mondo (Alex Sandro);
  3. Uno dei registi arretrati più forti d’Europa (Pjanic), che ha solo 27 anni e ampi margini di miglioramento;
  4. Uno degli esterni emergenti tra i più forti al mondo [Douglas Costa (lo ha detto Guardiola, mica Oronzo Canà)];
  5. Dybala;
  6. Uno degli attaccanti più prolifici degli ultimi campionati (Higuain).

In più, in rosa e/o in prestito, ha i maggiori prospetti in tutti i reparti: parlo di Rugani, Caldara, Spinazzola, Pol Lirola, Bernardeschi, Bentancur e Pjaca.”

Ma ce ne accorgemmo, durante la stagione, che qualcosa non andava. Lo scudetto vinto a poche giornate dal termine con l’incredibile rimonta di San Siro (quello perso in albergo dal Napoli), o il “bidone dell’immondizia al posto del cuore” dell’arbitro Oliver (o i cambi non fatti da Allegri a fine partita in attesa dei supplementari?) certificarono che un ciclo era finito. O che comunque qualcosa era da cambiare.

Però si andò avanti lo stesso con Allegri. Con un botto estivo da paura. Cristiano Ronaldo alla Juventus. Alcuni fanno fatica ancora a capirlo.

Facendo due passi indietro, l’aggiunta di CR7 alla rosa non era una mossa solamente sportiva. All’inizio del 2017, a Milano, il Presidente Agnelli ha infatti presentato il primo passo della rivoluzione: il nuovo logo.

“Il calcio è bello proprio perché ci dà sempre la speranza del risultato successivo. Non dobbiamo dimenticare chi siamo, per noi vincere non è importante, ma è l’unica cosa che conta. Crescere sul campo vuol dire continuare a vincere sul campo, in Italia e in Europa. E per farlo”,

disse presentando il nuovo marchio della Juventus

“dobbiamo anche evolvere nel nostro linguaggio, dobbiamo cambiare la nostra pelle”.

L’estate 2017, il primo tassello del futuro J-Village alla Continassa, la nuova sede sociale del club. Anche lo Juventus Stadium diventò Allianz Stadium.

L’estate 2018, oltre al già citato ingaggio del “marziano”, un’ulteriore tessera del J-Village, con la squadra insediata nel nuovo Juventus Training Center alla Continassa.

Altro cambio epocale, la maglia, come da me già raccontato in La maglia bianca e nera.

Poi, a un certo punto, ho incominciato a non capirci più niente, esattamente come Nino.

L’amministratore delegato e direttore generale della Juventus FC, Giuseppe Marotta, “Beppe” per tutti noi, dopo la vittoria con il Napoli il 29 settembre, rassegna le dimissioni dopo otto anni di collaborazione con la società. O meglio, con gli occhi lucidi (come se avesse appena appreso la notizia e non fosse stato lui a comunicarla, nda), si presenta ai microfoni nel postpartita e dichiara:

“Il mio mandato da amministratore delegato scade il 25 ottobre, la società sta attuando una politica di rinnovamento e di conseguenza, nella lista dei consiglieri che sarà presentata lunedì non comparirà il mio nome. Comunque rimarrò direttore generale dell’area sport nel contempo. Fino a quando? Ne parleremo col presidente”

I motivi di una tanto inattesa rinuncia non sono mai stati detti. E sono convinto che mai li sapremo.

Ma al di là delle versioni più o meno ufficiali (“La leadership andrà a gente giovane e preparata, vogliamo restare tra le big d’Europa. La direzione sarà la stessa del recente passato. Il modello Juve resta inalterato”, affermò il presidente poco dopo), la vera motivazione è rimasta più o meno nascosta. Agnelli pensa che il gruppo dirigente debba ringiovanirsi e diventare più ambizioso e più rivolto verso il mercato globale e non solo all’Italia? Sicuramente sì.

E la recente tournée in Asia non ha fatto che confermare questa idea. Il “prodotto” Juve cresce in maniera esponenziale. È stata appena aperta una filiale ad Hong Kong e 10 nuove Juventus Academy (sei in Cina, una in Giappone, Vietnam, Australia e Nuova Zelanda).

L’anno scorso la Deloitte, azienda di servizi di consulenza e revisione tra le più grandi al mondo, ha pubblicato il suo report annuale, la Football Money League 2019, stilando per il quattordicesimo anno consecutivo la classifica dei club con i maggiori ricavi del calcio europeo. E la Juve è all’undicesimo posto, dopo le due spagnole (Barcellona e Real), Manchester UTD, Bayern, Manchester City, PSG e una pletora di squadre inglesi. Non è un cattivo risultato, anzi.

Agli inizi del secolo, la Juve era nella top 5 per ricavi, quarta nel 2005 e terza nel 2006, ad appena 41 milioni di euro dal Real Madrid, che fatturava appena il 16% in più. Nell’estate del 2006, lo scoppio di farsopoli e la retrocessione in B hanno creato un punto di discontinuità, arrestando di fatto il processo di crescita economico e di immagine, cosa che il Presidente ha di fatto riavviato a partire dal 2010. E a me il percorso era sembrato lineare, di crescita costante, proprio fino a quel 29 settembre (non quello di Battisti, ma quello di Marotta).

Partiamo proprio dalle maglie, che ho già citato prima. Che il logo fosse l’inizio di una rivoluzione lo si era capito, passando dal classico scudo (con l’emblema della città) a una “J” stilizzata, ma il passaggio alla maglia “bianca e nera”, senza strisce, è stato ancora più dirompente. Rivoluzione positiva? Mah.

L’attuale calciomercato estivo non ha fatto che confermare le perplessità di questo periodo. Partiamo dall’inizio, con l’accordo con Ramsey dell’Arsenal a parametro zero. Addirittura, annunciato a febbraio. Ad aprile, il “DRAMMA”. A scudetto già archiviato, eliminati dall’Ajax ai quarti di Champions dopo il capolavoro in rimonta agli ottavi con l’Atletico Madrid.

Quella sera molti erano arrabbiati con Allegri e lui stesso, nervosissimo, rimbrottò la brava e simpatica capo ufficio stampa bianconero, Enrica Tarchi (che poi a giugno avrebbe lasciato l’incarico), con un

“Qui comando io e non parlo più con nessuno”.

Il Presidente spense subito il fuoco:

“La Champions era un obiettivo, come lo sarà l’anno prossimo. Con Allegri in panchina? Con Allegri in panchina, certo. Ha un anno ancora di contratto, ci siederemo a fine stagione per discuterne insieme, abbiamo un gruppo giovane e forte anche nello staff dirigenziale. Ci riproveremo la prossima stagione”.

Ma il 18 maggio, in conferenza stampa, Agnelli e Allegri annunciano il divorzio consensuale tra l’allenatore e la società a fine stagione, con un anno di anticipo sulla scadenza naturale del contratto. Non un fulmine a ciel sereno, ma quasi.

“Quando al termine della partita persa con l’Ajax ho detto che Max sarebbe rimasto, ero sincero. Poi c’è stato un percorso di un mese in cui sono state fatte delle analisi e delle riflessioni su determinati temi. Siamo giunti alla conclusione che era il momento giusto per chiudere uno dei cicli più straordinari della storia della Juventus”

avrebbe poi detto il Presidente, aggiungendo:

“la decisione più sofferta da quando sono al comando della Juventus”.

Da quel momento in poi, raccontare che i tifosi juventini abbiano vissuto su un’altalena rende davvero poco l’idea di quello che è accaduto. Prima una ridda di ipotesi sul nuovo allenatore, con decine di nomi fatti e dati come papabili (io stesso mi sbilanciai facendo il nome di Massimo Carrera, per dirne una); poi, l’inizio di una guerra mediatica con tre fronti distinti: da una parte, i giornalisti delle testate giornalistiche, dall’altra sia i giornalisti “internettiani” sia i “leoni da tastiera” del web, dall’altra ancora la Società.

Che però, a differenza delle prime due categorie, che parlavano anche troppo, non ha fatto mai trapelare nulla. Fino al 16 giugno, giorno in cui uno scarno comunicato con una grafica discutibile annunciava l’approdo di Sarri sulla panchina bianconera. Niente da dire sull’uomo Sarri, che non conosco, né sull’allenatore, ma concordo con tutti quelli che dicono che Sarri, nel percorso di crescita del brand di cui parlavo prima, c’entra come il cappuccino con la pizza.

Ma come, siamo in crescita, in espansione, in salita, e ci mettiamo un mese ad annunciare un allenatore che era già praticamente libero? Era già dal 29 maggio, giorno della finale vinta in Europa League, che l’allenatore toscano di nascita partenopea diceva di voler tornare in Italia. Come per i due casi precedenti (Marotta, Allegri) comportamento della Juve non in linea con quanto dichiarato in precedenza. Mah.

Torniamo al calciomercato. Di Ramsey ho detto. Poi, prima della fine di giugno, uno scambio con la Roma. Noi diamo a loro Leonardo Spinazzola per 29,5 milioni (con “un effetto economico positivo” di circa 27 milioni) e loro ci danno Luca Pellegrini per 22 milioni. Ottimo affare, il ragazzo è giovane (anche se a me Spinazzola piaceva molto) ed è un ottimo prospetto, ma… il 19 agosto Luca Pellegrini viene prestato al Cagliari per un anno. Tornerò dopo sul discorso terzini.

Il 1° luglio, gran colpo, sempre a “parametro zero”: Rabiot dal PSG. Il 4, torna a casa Gigi Buffon, per fare da secondo a Szczesny. Il 5, viene acquistato Merih Demiral dal Sassuolo per 18 milioni. Il 12 altro colpo in prospettiva: Cristian Gabriel Romero, per 26 milioni, viene acquistato dal Genoa, ma passerà ancora un anno in prestito gratuito nei grifoni. Il 18 luglio, il capolavoro, quello che ti fa capire che la Juve è tornata una Società con la S maiuscola, perché arriva il Cristiano Ronaldo della difesa: viene comprato Matthijs de Ligt dall’Ajax per 75 milioni.

A un certo punto pare chiaro che, non potendo avere una rosa di 30 giocatori, la Juve dovrà cedere, considerando anche che sono tornati Higuain e Pjaca dai prestiti. E tra tutti gli attaccanti, chi cede la Juve? Kean! Il 4 agosto il ragazzino va all’Everton per 27,5 milioni. Ottimo affare? Mah.

Torniamo ai terzini: viene ceduto Cancelo al Manchester City per 65 milioni (“effetto economico positivo” di circa 29 milioni), ma vista la penuria di esterni, contestualmente, come fatto per Spinazzola, si acquista Danilo, sempre dal Manchester, per 37 milioni. Qual è il senso di queste operazioni? Tecnico? Tattico? Economico? Comportamentale? Mah.

Ancora non si è capito, anche perché, come detto poi brutalmente da Sarri in conferenza stampa post amichevole, 6 sono ancora fuori lista (nel senso che alla Uefa puoi presentare una determinata lista, nel nostro caso di 21 giocatori, e noi ne abbiamo 27 iscrivibili, esclusi i CTP).

E negli ultimi giorni di mercato inglese, che come al solito fanno come gli pare e lo chiudono l’8 di agosto, un inseguirsi di voci su possibili cessioni, scambi, che prima coinvolgevano Dybala, poi Mandzukic, poi altri, se non fosse che poi, due settimane dopo, oggi, 22 agosto, a 11 giorni dalla fine del nostro calciomercato, è ancora tutto così. E ricominciano le voci, i tamtam, i giornalisti “mainstream” contro gli “insider” di twitter…

Io, come tutti i lettori di queste pagine, aspetto gli aggiornamenti di Stefano, per capire se le operazioni siano state fatte bene, male o a “pene di segugio”, come dice un mio amico. Ma mai come quest’anno ho l’impressione di non averci capito niente, e qui arrivo al motivo del titolo di questo pezzo.

Perché citare Wolfgang Goethe se stiamo parlando di calcio?

Per un semplice motivo. Perché capisco.

Capisco il dolore del giovane juventino.

Capisco chi non ha vissuto lo scudetto dei 51 punti, venuto l’anno dopo quello buttato al vento a una manciata di giornate dalla fine;

capisco chi non ha vissuto lo scudetto del ’95, dopo otto anni senza successi;

capisco chi non ha visto la Juve dei 91 punti ingiustamente retrocessa in serie B.

Capisco chi non ha visto Magrin e Tricella prendere il posto e il ruolo di Platini e Scirea;

capisco chi non ha visto Alejnikov, Diego e Athirson;

capisco chi non ha visto la Juve risalire in serie A.

Li capisco, questi ragazzi, che col capo chino sul loro smartphone, pur non essendo in grado di diplomarsi o laurearsi con un voto decente, danno lezioni di marketing, di mercato, di bilanci, di plusvalenze a dirigenti che hanno creato una corazzata. Li capisco. Comprendo il loro dolore.

E la colpa è nostra, delle generazioni precedenti, perché non siamo riusciti a spiegare loro cosa significhi Juventus. Didier Deschamps quando allenava la Juve disse:

“Alla Juve ho imparato che bisogna avere schifo per la sconfitta, bisogna detestarla, odiarla con tutto te stesso”.

Alla Juve, il giorno dopo una vittoria, guai se ci si ricorda del giorno prima. C’è da vincere di nuovo, quello che ha vinto ieri non conta più niente. Quindi, ragazzi, invece di criticare senza un costrutto, tifate, perché c’è gente che sta lavorando per rendere questa Juve ancora più vincente, anche se il sottoscritto non ci ha capito niente sul come…

E poi, potrà pure succedere di perdere. Ma vincere non è importante. È l’unica cosa che conta.

Lascia il tuo commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Opinioni