Connect
To Top

Il dovere di ignorare

La sosta per le Nazionali è l’occasione per fermarsi a riflettere, fermare il vortice di emozioni che inonda la nostra passione per il calcio e rallentare l’ostinazione con cui stiamo sui social a discutere di tattica, formazioni, scelte, gol, giocatori, allenatori, preparatori e tutto il resto.
Nelle due settimane senza campionato e coppa è facile imbattersi negli argomenti più disparati; c’è chi ne approfitta per vedere cosa accade là fuori, c’è chi non riesce a fare a meno del calciomercato, chi lancia sondaggi, chi cerca l’amore, chi ruba, chi lotta, chi ha fatto la spia… Eppure il cielo non è per nulla più blu.

Qualunque sia l’attività o l’idea che hai scritto sul tuo account, infatti, otterrai ogni genere di risposta ma la certezza è sempre e solo una: presto o tardi arriverà qualcuno a prendersi gioco di te, a insultarti, a offenderti, a cercare di farti sentire uno stupido. L’hater, il dispensatore seriale di odio, uno che passa la maggior parte del tempo a offendere la gente.
Le tipologie di haters sono tante, impossibile racchiuderle in un articolo e nemmeno avrei le competenze per mettere giù una catalogazione di tipo semantico o antropologico o sociologico. Quello che mi interessa discutere è come affrontare queste persone, quello che secondo me è il modo migliore per spegnere il loro velenoso ardore, ovvero ignorarli. Ma ci arriviamo.

Dall’alto di una supposta superiorità intellettuale, l’hater (a volte contornato da un intero branco di odiatori) scaglia il suo disprezzo e il suo livore, spesso mascherato dall’ironia, su chiunque non appartenga alla propria cerchia o ne rappresenta l’ideale antagonista.
In un’epoca in cui il web ha reso oceanica la partecipazione dell’individuo alle discussioni, siano esse da bar siano esse accademiche, è facilmente intuibile capire come, per emergere, non puoi fare altro che “strillare” e prendere decisamente posizione. Se una moltitudine di persone offre il proprio punto di vista, per essere notato devi passare dalla fase “Mauro Coruzzi” a quella “Platinette”.

In questa logica, la conseguenza successiva è sotto gli occhi di tutti: non c’è più spazio per formulare appieno un pensiero, non c’è tempo per esprimere compiutamente un’idea. Per avere un certo riscontro, ottenere visibilità, essere letto e ascoltato devi fare presto e bene una sola cosa: farti notare.
Nell’appiattimento generale di quella che una volta era l’arte della retorica e del dibattito, siamo finiti nell’era in cui tutto è o bianco o nero: o sei comunista o sei fascista, o sei no-vax o sei pro, o sei europeista o sei per l’uscita dall’Unione, o sei Allegriano o sei Sarrista. In uno scambio di idee non c’è la possibilità di ampliare il raggio della propria visione, di esprimere una perplessità sull’uno o sull’altro polo di attrazione. È tutta una dicotomia, una ripartizione in compartimenti stagni incomunicabili.
È il ribaltamento della famosa locuzione latina secondo cui la virtù sta nel mezzo; quella moderna non è più la moderazione ma l’eccesso, l’intemperanza.
O sei con me o sei contro di me. E se sei contro di me, non resta che una via: l’insulto, l’offesa, il livido sarcasmo, la derisione, il ludibrio.

È in questi frangenti che viene fuori l’inesistente sensibilità di alcuni soggetti, i quali, nel portare l’offesa a mo’ di scherno raddoppiano il danno, usando come termine di paragone patologie fisiche o disturbi mentali, condizioni sociali di difficoltà, espressioni razziste o omofobe, bestemmie, classismo e sessismo a volontà.
Tutto ciò è disarmante, soprattutto per chi non è abituato a confrontarsi secondo queste modalità, per chi è davvero vittima, per chi nella realtà vive condizioni similari. Lo scherno, l’insulto, l’oltraggio generano rabbia in chi li subisce e tutti conosciamo, bene o male, la spirale di odio che ne viene generata.

Alimentarla non serve a nulla, non porta e non potrà mai portare a nessun risvolto positivo. L’unica scelta da fare, come dicevo all’inizio, è fermarsi, ma non per codardia o per censura, no. È solo la più efficace delle strategie e l’unico comportamento veramente utile per soffocare il fuoco dell’odio, togliergli l’ossigeno che ne scatena la combustione.
Lungi da me l’idea di rifiutare il confronto, anche acceso, o lo sfottò reciproco o, quando necessario, un salutare “vaffanculo”. Fin quando la dialettica è sana, corretta, equivalente e i contenuti arricchenti, fondati, significativi allora il confronto è utile, divertente, importante. Se, però, l’intento di una delle parti è solo denigratorio il silenzio è l’unica risposta, anche per una questione meramente pratica.
Se, per esempio, su un account viene pubblicato un video, un post o un meme offensivo o lesivo nei confronti di una persona o di una categoria e, mettiamo, questo account ha 100 utenti che lo seguono, il contenuto potrà essere visto da 100 persone al massimo. Basterà che qualcuno di questi 100 lo rilanci (operazione semplicissima su qualsiasi piattaforma e da una piattaforma all’altra) per aumentarne la visibilità. Fin qui, tuttavia, è il normale e logico decorso di qualsiasi cosa pubblicata on line. La stupidaggine da non compiere, invece, anche con la buona intenzione di condannare quel contenuto, è proprio quella di condividerlo a tua volta. Anche se animato da intento deploratorio, esiste sempre il contrappasso per questa azione, che è quello di amplificare la voce e aumentare a dismisura la platea di uditori del personaggio in questione, favorendo la sua “ascesa” nella scala della celebrità da social.

Ed è per questo che vi invito a una nuova, seppur antica, strategia: togliere spazio a chi impoverisce la nostre vite e il nostro vivere comune, nella vita reale come in quella virtuale, che poi tanto virtuale non è più.
Abbiamo il diritto a vivere le nostre esperienze, qualunque esse siano, nel pieno della libertà e all’insegna della civiltà, ma abbiamo al contempo un dovere nei confronti delle categorie più deboli, quello di difenderle dalle dinamiche sopra descritte, il dovere di interrompere la spirale, il dovere di destinare certi contenuti all’oblio.
Il dovere di ignorare.

Lascia il tuo commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Opinioni