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L’importanza di chiamarsi Paolo Rossi

Era bella l’estate nel 1982 se eri un bambino.
Io ho avuto la fortuna di esserlo, anche se a dirlo oggi faccio molta fatica ad ammetterlo perché di anni ne sono passati trentotto e… insomma, non è successo proprio l’altro ieri.
Era l’estate dei Mondiali di Spagna, del Sarrià, di Zoff che sollevava la Coppa del Mondo, dell’urlo di Tardelli, della partita a scopone tra Zoff, Causio, Bearzot e Pertini ma soprattutto dei gol di Rossi.
In me in quei giorni nacque un sogno, che durò circa tre o quattro anni (giusto il tempo di capire che il calcio non faceva per me): diventare come lui.
Sognavo di indossare la maglia numero 9 nella Juve e la 20 nella nazionale, sognavo di fare tre gol al Brasile e far vincere tutto l’immaginabile e inimmaginabile alla Juve: volevo essere il nuovo Paolo Rossi.
Perché Pablito era più di un giocatore, era un eroe.

Un eroe che poi, quando lo vedevi intervistato in televisione, capivi quanto invece fosse un vero antieroe.
Una persona normale, tranquilla, dalla voce pacata, che non protestava mai e non alzava mai la voce e che non aspirava a diventare una sorta di divinità per gli italiani.
Era una persona che voleva fare il calciatore perché amava il calcio.
Che non si era perso d’animo dopo una squalifica ingiusta, e quanto amava la gente dargli contro in quei giorni, che seppe scrollarsi di dosso tutte le critiche per una convocazione affrettata da parte di Bearzot al Mondiale, prima stando zitto poi rispondendo a suon di gol.
Un calciatore tacciato in modo sin troppo sbrigativo come centravanti d’area di rigore, di quelli che non rientravano mai a dare una mano, che volevano la palla giusta sennò s’incazzavano e mettevano il broncio.

Eppure, anche un bambino come il sottoscritto aveva visto che l’azione del 2-0 contro la Germania era nata da un suo recupero a centrocampo; oppure bastava seguire le partite per vedere che sapeva anche tornare a essere un’ala come a inizio carriera e sfornare assist al bacio per quelli che si trovavano in area.
Guardate ad esempio il derby di ritorno del 1983-84: il gol del pareggio di Platini di testa, su un suo cross perfetto dalla fascia sinistra.
Poi, va detto, così come Scirea aveva un senso innato della posizione per fare il libero, lui lo aveva per fare l’attaccante: non si sa come, ma quando c’era una palla vacante in area, lui era lì, pronto ad allungarla in rete. Sapeva cogliere l’attimo giusto, prendere il tempo al difensore avversario, sbucare dal nulla e metterla dentro: lo capirono subito i campioni d’Europa dell’Aston Villa in quell’andata dei quarti di finale.
Pronti, via, la palla che gira, Bettega che smarca di tacco Cabrini sulla fascia, cross in area, Rossi brucia sul tempo il difensore e gol.
(Per la cronaca, in quella partita in attacco giocavano Rossi-Platini-Boniek-Bettega oltre a uno come Cabrini che non disdegnava mai una sortita in avanti).
Gol troppo facili?
Forse, ma il punto è che in quel preciso momento qualcuno doveva essere in quel posto ben preciso per segnare e quel qualcuno era sempre Rossi. “Quando c’è un gol e non si sa chi ha segnato, il gol è di Rossi” diceva, vado a memoria ma forse mi sbaglio, l’Avvocato.
E aveva ragione.
Rossi era molto di più di un centravanti, però che centravanti!

Poi un discorso a parte andrebbe fatto per l’uomo Paolo Rossi.
Che non si montò la testa dopo aver vinto il pallone d’oro, che accettò senza tanti mugugni di non essere più il riferimento principale in attacco lasciando il posto a Platini: eppure avrebbe potuto alzare la voce, rivendicare l’essere Paolo Rossi, l’eroe di Spagna che aveva fatto vincere un Mondiale alla nazionale e altro ancora.
Non lo fece, accettò la decisione di Trapattoni continuando tuttavia a segnare.
Stagione 1983-84, già citata in precedenza: in 30 partite 20 gol di Platini e 13 di Rossi, in anni dove con 15 gol si poteva vincere la classifica dei cannonieri. Anni dove i difensori seguivano i centravanti anche fuori dal campo e li menavano dal primo all’ultimo minuto.
Avrebbe potuto fare la primadonna ma non lo fece, si mise al servizio della squadra e alla fine dell’anno festeggiammo il ventunesimo scudetto e la Coppa delle Coppe.
Questo era Paolo Rossi.
Un giocatore che seppe smettere al momento giusto, accettando il passare del tempo: aveva solo 31 anni, ma oltre agli infortuni non aveva più voglia di giocare. Avrebbe potuto continuare, un altro ingaggio l’avrebbe sicuramente trovato… eppure smise e per molti anni sparì dalla circolazione.
Per tornare, giusto qualche anno fa, come opinionista TV.
Uno dei tanti? No, era lui e si vedeva: intelligente, mai banale, mai sopra le righe, sempre con il sorriso sulle labbra, era uno dei pochi opinionisti di calcio che non ti facevano voglia di cambiare canale, che non se ne usciva fuori con riferimenti al calcio sudamericano, lui che i sudamericani li aveva messi in riga quando giocava.

E infine, Rossi era ed è rimasto fino alla fine un calciatore innamorato del calcio, come solo i bambini sanno esserlo: glielo potevamo leggere negli occhi tutte le volte che segnava, quando esultava semplicemente alzando le braccia al cielo urlando la sua gioia al mondo, proprio come i bambini. Mai un’esultanza rabbiosa, mai un gesto studiato, solo una gioia strabordante e impossibile da trattenere.
Questo è stato Paolo Rossi.
Che fino all’ultimo ha voluto seguire una partita di calcio.
L’ultima proprio sabato scorso, quel derby vinto in qualche modo a un paio di minuti dalla fine.
Sarà stato felice.
Grazie di tutto Paolo, mi rimane solo un rimpianto: lo scorso anno, non ricordo quando, partecipasti a un convegno al Museo Pecci di Prato.
Volevo venire, avrei voluto chiederti tante cose, sul Mondiale di Spagna, sulla Juve, su Scirea… un banale contrattempo mi impedì di venire all’ultimo minuto.
Pensai che ci sarebbe stata un’altra occasione.
Purtroppo mi sbagliavo.
Riposa in pace Paolo.

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