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Inter-Juventus 1-2: lesson n° ∞

Prima di iniziare il racconto della partita, è mio dovere dedicare il giusto spazio alla petizione per togliere la stella ad Antonio Conte.

 

Bene, passiamo alla partita.
È solo il 6 di ottobre, è solo la settima di andata, abbiamo ripreso la vetta della classifica ma mancano altre 31 partite, la strada è lunga, non si è ancora vinto niente e tutto il resto di concetti che conosciamo benissimo.
Eppure, è discretamente esteso il senso di appagamento dopo questa vittoria e questa prestazione sbattuta in faccia agli interisti che pensavano, speravano, si illudevano di avere tra le mani una chance per interrompere lo stucchevole dominio bianconero che rischia, sic stantibus rebus, di raggiungere la doppia cifra.
E quando stai così bene, è quando non vedi l’ora che arrivi il lunedì mattina per incontrare il collega interista che parte la vena poetica…
Oggi ci sentiamo tutti come quando presenti la tua nuova fidanzata alla comitiva e la tua ex se la mangia con gli occhi, trasudando gelosia da tutti i pori. È un peso che si toglie dallo stomaco e diventa vigore, forza, fiducia in se stessi. Ti senti il più bello del paese, il più fico del bigoncio, offri da bere e al diavolo le tasse.

Come per i girasoli di Van Gogh, il gol decisivo di Gonzalo Higuain a S. Siro sta diventando un’opera seriale. E come per le opere di Van Gogh, il tocco di Maurizio Sarri è una pennellata riconoscibile su uno schizzo ancora confuso. La sua Juve non smette mai di cercare di far gioco, accetta che gli avversari possano rendersi pericolosi ma cerca lo scontro, non indietreggia e, alla fine, fa prevalere il suo maggior tasso tecnico e fisico.
Quella che ne viene fuori è una partita molto intensa e parecchio godibile per gli spettatori neutrali. Per i tifosi delle due squadre, invece, un cardiopalma al limite della fibrillazione, che è poi il motivo principe di tanta soddisfazione a fine partita.
Attuando un pressing molto alto e aggressivo fin dalle prime fasi di impostazione dell’avversario, entrambe le squadre utilizzano molte delle energie a disposizione e, allo stesso tempo, lasciano ampi spazi alle spalle delle prime linee. Messa in questi termini sia da Sarri che da Conte, la partita è un continuo capovolgimento di fronte con azioni pericolose da una parte e dall’altra, grazie al gol di Dybala che apre le danze dopo appena 4 minuti dal fischio d’inizio.
Le due fasi difensive hanno lasciato abbastanza a desiderare ma, viste queste premesse, era piuttosto prevedibile.
Lo scarto minimo, però, non inganni. La Juventus ha meritato di vincere con un secondo tempo in totale controllo, almeno fino a quando Sarri non ha deciso di complicarsi la vita togliendo Bernardeschi e Khedira per Bentancur e Higuain.
Il cambio della mezzala destra era, per chi scrive, auspicabile già dalla prima frazione, e infatti. Negli spazi stretti meglio la tecnica di un Bentancur della sapienza tattica di un Khedira. L’altro cambio, invece, si è rivelato azzardato. In una serata abbastanza anonima in fase di attacco, Bernardeschi stava svolgendo egregiamente il compito di schermare Brozovic, a cui ha fatto da guardiano fedele fin quando è stato in campo. Passate le consegne a Dybala, questi non ha garantito la stessa efficacia consentendo all’Inter di riprendere in mano le redini del gioco. Sarri ha capito subito l’errore e, dopo appena 9 minuti, ha sostituito l’esausto numero 10 con Emre Can, il quale ha preso possesso del centrodestra lasciando il ruolo di trequartista a Bentancur.
Mossa doppiamente decisiva: l’uruguaiano ha rimesso la museruola a Brozovic e lo ha ipnotizzato in occasione della magnifica, sublime, stupenda azione del 2-1 con un inserimento tanto silenzioso quanto letale. Come una leonessa, in mezzo a una foresta di passaggi, si è infilato, sottovento per nascondere il suo odore alla preda, nel corridoio centrale e, accogliendo la sponda di Cristiano, ha fornito l’assist a Higuain che, per completare la metafora ferina, ha azzannato la preda portando a compimento il piano perfetto del branco.
Solo per questione di sfortuna (la traversa) o di centimetri (fuorigioco di Dybala in occasione del gol annullato), Ronaldo non ha potuto timbrare il cartellino, in una serata fantastica per gli avanti bianconeri.

Una serata che è l’ennesima lezione impartita all’Inter. Una squadra, una società, una tifoseria che, da Re Mida alla rovescia, trasforma l’oro in metalli meno pregiati (o forse dovrei dire in cartone…) e, di conseguenza, non capisce, e speriamo non capisca mai, che per imitare la Juve non basta assoldare ex juventini.
Bisogna assorbire da questi la perenne voglia di migliorarsi, di non cercare alibi nelle sconfitte, di non esaltarsi per vittorie parziali o effimere.
Antonio Conte, a oggi, sembra un uomo a metà del guado: su una sponda c’è la voglia di “fare lo juventino” e mettersi a lavorare per emulare la società che lo ha reso grande, sull’altra la tentazione, forte, di aggrapparsi all’alibi del “ristorante” di scarso pregio e arrendersi nella corsa per una stella Michelin. Dove andrai, Antonio?

Sai che, in realtà, non me ne importa più di tanto, cara la mia ex? Guarda che altra gnocca ho rimorchiato, nel frattempo.
Un grazie te lo devo, però, caro Antonio. Grazie per aver aggiornato l’antica metafora e aver ammesso, candidamente, che il ristorante da 10€ è diventato un grattacielo che oscura tutto quanto gli sta davanti e non fa passare alcuna luce.
Sapessi che conto salato, ora, altroché 100€!

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