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Juve-Milan 4-5 (d.c.r.): Supercoppa come regalo (agli altri)

Stesso posto, stessa ora. E anche stesso copione. A due anni di distanza dalla finale persa col Napoli, la Juve si sente caritatevole (sarà il pieno periodo natalizio?) e regala nuovamente la Supercoppa a un avversario infinitamente più debole: il Milan. Ancora ai rigori, ancora a pochi giorni dal Natale, ancora a Doha: e pensare che proprio lì la Juve aveva lasciato l’ultimo trofeo del calcio italiano. Da quel momento infatti cinque successi tra scudetti (2), Coppe Italia (2) e Supercoppa (1). Tutti ingredienti che farebbero pensare a una sorta di maledizione e conseguente avvertimento a non ripetere una simile trasferta a ridosso di cenoni e panettoni.
La sconfitta di Doha però, ha motivazioni ben più complicate rispetto a quelle legate a scaramanzia e cabala. Dico complicate perché non riesco, a onor del vero, a capire cosa sia successo a questa squadra una volta andata in vantaggio. Forse la testa alle vacanze, forse le scorie fisico e mentali del doppio confronto derby-partita contro la Roma. E proprio come già successo con i giallorossi, l’inizio è stato davvero scintillante: Juve padrona del campo, gioco arioso e scintillante, verticalizzazioni, aperture e vantaggio grazie a una girata di Chiellini da calcio d’angolo. Mancavano ancora più di 70 minuti alla fine, con un avversario tramortito da tanta ferocia agonistica e da tanto strapotere tecnico, ma la squadra inspiegabilmente comincia a tirare i remi in barca. Di conseguenza cala l’intensità, il baricentro si abbassa, la qualità del gioco altrettanto se non di più, cercando di tenere l’1-0 fino alla fine. Purtroppo capita che anche la squadra esca mentalmente dalla partita, con conseguente concentrazione che si abbassa (vero Lichtsteiner?) e subisci il gol di Bonaventura. A quel punto l’avversario prende fiducia e ti grazia pure in più di un’occasione, considerando la traversa di Romagnoli e il gol mancato di Bacca a metri zero dalla porta.
Ai rigori poi si dice che sia una lotteria, ma se andiamo per luoghi comuni è altrettanto vero che la fortuna premia gli audaci: e il Milan di stasera lo è stato sicuramente più della Juve con tanti elementi al di sotto delle aspettative. Malissimo sulle fasce con Lichtsteiner ed Evra, costantemente saltati e messi in difficoltà da Bonaventura e Suso. Maluccio anche Khedira e Pjanic, alla costante ricerca di ruolo e continuità di rendimento e sostituito da Dybala: la panchina de “La Joya” stava già alimentando i tifosi e critici sui social, ma vista la prestazione offerta, non c’è da sorprendersi se Allegri siede sulla panchina della Juve e altri personaggi restano a pontificare dietro uno schermo. L’argentino è apparso assolutamente fuori condizione, si è divorato il gol del possibile ko dalla sua mattonella (ricordate i sinistri contro Toro e Inter in Coppa Italia su passaggi rasoterra dalla sinistra?) e ha sbagliato il rigore decisivo. “Paulino” tornerà a essere il giocatore che tutti conosciamo, ma ripeto, se Allegri lo ha tenuto in panchina, col senno di poi abbiamo capito il perché. Rugani e Chiellini hanno invece giocato una discreta partita, così come Higuaín costretto a conquistare palloni sulla trequarti. Buone anche le prestazioni di Sandro e Sturaro costretti a uscire per problemi fisici: non è un caso come con l’uscita dal campo del sanremese, il Milan sulla sua fascia destra ci abbia ancora più messo in difficoltà. Il ragazzo non ha certamente un piede alla Platini, ma il suo dinamismo è fondamentale in un reparto impoverito di corsa e fisicità dopo le ultime due estati. E Lemina non riesce a garantire in termini di corsa quello che riesce a fare l’ex-Genoa.
Perdere la Supercoppa non è certamente la fine del mondo, in particolar modo se ripensiamo all’anno scorso, quando in molti sostenevano che per vincere questo “portaombrelli” si fosse rovinata la preparazione con tutti i problemi muscolari che ne sono derivati. Io però sono arrabbiato e spero che questa (ulteriore) lezione possa essere d’insegnamento per il proseguo della stagione, specialmente, nemmeno a dirlo, in campo europeo.

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