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La madre di tutte le paure

A giudicare da quanto si legge un po’ ovunque, pare che di paure la tifoseria juventina ne abbia molte. Certo, in tanti potrebbero elencare: la paura di non avere un gioco brillante, la paura di non riuscire più a vincere, la paura di subire errori arbitrali, la paura di essere vittime degli imbrogli della giustizia sportiva, la paura che la società non sappia difendersi, la paura di perdere giocatori importanti, la paura di veder commettere errori di mercato, la paura di non veder riconosciuta la nostra superiorità, la paura di essere infamati dalle solite polemiche unidirezionali, la paura di veder gettare ombre sulle nostre vittorie, la paura del sentimento popolare avverso, la paura di una nuova calciopoli… e tante altre ancora.
Premesso che di ricette per superare queste paure non ne esistono, forse ritornare alla razionalità, ai fatti e al buonsenso può aiutare a non considerare le cose più grandi di quanto esse non siano.

Le polemiche unidirezionali
Come funziona il bar sport del calcio italiano? Da sempre, le polemiche si fanno solo in caso di errore (o presunto tale) a favore della Juve. Se l’errore (magari anche macroscopico) è contro la Juventus o a favore di altri (meglio se avversari in classifica), va bene per tutti. Funziona così, non da ieri: da sempre. La differenza sta nel fatto che, quando ci sono errori contro di noi, anziché piagnucolare e lamentarci, noi proviamo a vincere lo stesso. Chi è più forte fa così, mentre gli altri cercano gli alibi e le scuse. Per esempio, contro Genoa e Udinese (le 2 partite di questa stagione nelle quali abbiamo subito gli errori più clamorosi) abbiamo conseguito 2 vittorie in trasferta, segnando 10 reti.

Le ombre sulle vittorie
Le ombre e i sospetti finché vinciamo ci saranno sempre: c’erano in passato, ci sono ora, ci saranno in futuro. Non vogliamo subirli e cerchiamo gli applausi e i complimenti degli avversari? Non è difficile: basta perdere. Agli altri possiamo piacere solo se perdiamo: meglio vincere e fregarsene… e godere. Che ci importa di avere l’approvazione degli altri? O pensiamo forse che gli altri possano inchinarsi e riconoscere la nostra superiorità e quindi la loro inferiorità?
Eppure, in questi giorni vediamo in giro classifiche al netto di errori arbitrali, o (peggio) al netto degli interventi della Var, fatte dai nostri tifosi. Addirittura gli elenchi degli errori arbitrali subiti, come se dovessimo difenderci da accuse ridicole: viene il dubbio che molti fra i tifosi juventini non abbiano capito bene quali siano i fegati che devono scoppiare…
Più vinciamo, più si lamentano. Più si lamentano, più godiamo. Che Dio ce li conservi sempre così!

Difendersi dai media
La società si tutela e si difende facendo il suo dovere, sul campo e fuori, e non necessariamente facendo quello che vorrebbero i suoi tifosi. La società sa quello che fa, sa perché lo fa, lo sa fare, e lo fa bene. Di certo meglio dei tifosi. Davvero vorremmo che desse retta ai propri tifosi per compiacerli, come una qualsiasi delle nostre avversarie?
Ogni giorno in centinaia di siti web, decine di articoli sulla carta stampata, oltre che in pressoché tutte le radio e tv (locali e nazionali, pubbliche e private), si parla male della Juve.
Bisognerebbe metterli a tacere querelando o denunciando? Le regole della comunicazione dicono altro. Sui media quotidianamente tutti ci infamano… bene, problemi loro. Non guardiamoli, non ascoltiamoli, non leggiamoli, non parliamone: togliamo loro audience e visibilità. Finché vinciamo sarà sempre così, lo sappiamo. Lunga vita a questi media!

Querelare, denunciare
Colpirne uno per educarne cento… sì, ma querelare l’antijuventino di turno significa fare la figura del potente arrogante, quello che non solo ‘ruba’ ma non permette neanche agli avversari di dirlo. Lo si fa diventare importante, parlando di qualcosa (peraltro già visto e stravisto) che lascia il tempo che trova: più se ne parla, più l’argomento fa e farà audience. Lui diventa un eroe. Gli si dà la certezza che potrà continuare ad insultarci con il consenso dell’intera opinione pubblica. Si forniscono al cosiddetto sentimento popolare ulteriori elementi per farci odiare sempre più. Si dà una dimostrazione di debolezza: chi è forte è superiore a queste cazzatelle. Si perdono tempo, energie e soldi in una causa mediaticamente già persa in partenza.
Per esempio, nei giorni scorsi qualcuno ha fatto circolare la voce che forse la Juventus potrebbe querelare il ‘Roma’ di Napoli per il titolo con “È fuga con la Rubentus“. Il primo risultato è stato (il giorno successivo) un nuovo titolo del Roma: “Minacciati dalla Juve“. E se davvero la Juventus dovesse querelarli? Li renderebbe popolari, e il Roma (del quale fino a pochi giorni prima in pochi conoscevano l’esistenza) diventerebbe l’ultimo baluardo della libertà di stampa e di parola, amato da tutti. Sarebbero gli eroi nazionali della resistenza contro l’arroganza del potere juventino, anzi rubentino, e venderebbero 100 volte quello che vendono oggi.

Il sentimento popolare
Secondo alcuni (poco lucidi) rancorosi, il sentimento popolare avrebbe determinato calciopoli. A determinare calciopoli non è stato il sentimento popolare, ma una irripetibile coincidenza di interessi tra fattori esterni e interni al mondo Juve. Il sentimento popolare avverso non ha mai deciso nulla. In realtà, da solo non ha mai vinto neanche una partita, altroché gli scudetti! In calciopoli è servito solo a giustificare mediaticamente qualcosa che altrimenti non sarebbe stato in piedi.
In sostanza, esiste dai fatti del 1961. Quando, con Umberto Agnelli alla presidenza della Figc, la Caf diede ragione alla Juventus nel procedimento relativo alla partita Juventus-Inter, sospesa dopo la prima mezz’ora, per la quale l’Inter pretendeva (vizio atavico, evidentemente) la vittoria a tavolino. Partita poi rigiocata (i nerazzurri schierarono per protesta la Primavera) a campionato già deciso e vinta dalla Juventus per 9-1. L’Inter arrivò comunque terza a 5 punti dai bianconeri.
Nei 56 anni successivi al 1961 il sentimento popolare non ha impedito alla Juventus di vincere 23 scudetti e 15 tra coppe e supercoppe nazionali, oltre a 11 tra coppe e supercoppe internazionali.

La nuova calciopoli
Chi volesse pensare di ripetere l’esperienza di calciopoli sa bene che oggi non potrebbe mai riuscirci. Per quanto i fattori esterni al mondo Juve possano somigliare a quelli del 2006, la situazione interna è di segno opposto. La Juventus di oggi nulla ha a che spartire con quella di allora. E, come dimostrato all’epoca di calciopoli, gli attacchi esterni da soli non basterebbero. In assenza di una volontà interna, forse non ci sarebbero mai stati né la serie B né la sottrazione degli scudetti. Una coincidenza di interessi (tra il mondo esterno e quello interno alla Juventus) come quella del periodo 2004-2006, è storicamente tanto anomala quanto irripetibile. Oggi non c’è più nulla di ciò che era la Juve di calciopoli: altro momento storico, altra società, altre persone, altri obiettivi.
La vicenda di calciopoli inizia di fatto con la morte del Dottor Umberto, avvenuta il 27 maggio 2004. In quella data, è ancora in corso la procedura di successione dell’Avvocato, curata da Franzo Grande Stevens (presidente della Juventus dalla morte dell’avv.Chiusano). Il Dottor Umberto era a capo della Giovanni Agnelli & c. SApA (l’accomandita, la cassaforte di famiglia) dalla morte dell’Avvocato, avvenuta il 23 gennaio 2003.
Alla morte di Umberto Agnelli, il suo posto a capo dell’accomandita (e quindi dell’intero gruppo) viene preso da Gianluigi Gabetti. Il quale resterà alla presidenza della Giovanni Agnelli & c. SApA (e quindi a capo del gruppo) dal giugno 2004 all’aprile 2010, il periodo più nero nella storia della Juve. Periodo nel quale alla presidenza della Juventus si sono succeduti Franzo Grande Stevens, Giovanni Cobolli Gigli e Jean Claude Blanc. No comment…
Ad aprile 2010, alla presidenza della Giovanni Agnelli & c. SApA (e quindi a capo dell’intero gruppo) entra finalmente in carica John Elkann. Un mese dopo, a maggio 2010, Andrea Agnelli diventa presidente della Juventus, con i risultati che conosciamo.

La paura dell’azionista
Eccola, la madre di tutte le paure. “L’azionista di maggioranza è lo stesso del 2006“. Vero: per nostra fortuna, la Juventus appartiene alla stessa famiglia da oltre 93 anni.
John Elkann è l’erede scelto e voluto dall’Avvocato, oggi (a differenza del 2006) è il padrone a tutti gli effetti e non ha più ‘tutori’ intorno a sé. Ma viene comunque vissuto da molti tifosi juventini come un problema, come un nemico. In realtà, anche se se ne sono accorti in pochi, ed è certamente impopolare dirlo, visto che il sentimento popolare juventino sembra odiarlo, negli ultimi 8 anni (da quando è a capo del gruppo: aprile 2010) per quanto attiene la Juve non ha sbagliato praticamente nulla.
Prima ha provato a riportare a casa Bettega, ma senza ottenere i risultati sperati, e ha riallacciato i rapporti col ramo umbertiano della famiglia. Ad aprile 2010, arrivato a capo dell’accomandita, ha preso Marotta e Paratici dalla Sampdoria. E ha affidato la guida della Juventus ad Andrea Agnelli. Ha appoggiato l’iniziativa dell’esposto contro lo scudetto di cartone dell’Inter (che poi portò, indirettamente, alla relazione di Palazzi). Quindi, ha avallato i cambiamenti profondi nella struttura dirigenziale, culminati con l’ingresso di Nedved nel CdA. Ha poi approvato che Andrea sostituisse Delneri con Conte. Ha sottoscritto il pesante (e necessario) aumento di capitale del 2011/12, accollandosi anche la quota dei libici e immettendo nuova liquidità.
Quando Conte è stato accusato nel calcioscommesse, ha messo i legali del gruppo a disposizione della Juventus e quindi dello stesso Conte. Quando Andrea Agnelli ha mostrato insofferenza verso la linea difensiva dell’avv. Briamonte, gli ha consentito di avvalersi dell’avv. Bongiorno (ora nel CdA dalla Juventus) e ha dato l’addio del gruppo a Briamonte, che era uno degli uomini di fiducia di Grande Stevens. Ha sempre appoggiato le scelte di Agnelli (anche se in minoranza, quindi perdenti) nei confronti del governo della Figc e della Lega. All’atto delle dimissioni di Conte, non si è intromesso, permettendo ad Andrea Agnelli di ingaggiare Allegri (presumibilmente su suggerimento di Moggi). E, come Exor, ha concesso alla Juventus delle linee di credito a breve, per le esigenze di cassa e mercato.
Quando tre anni fa è scoppiato lo scandalo Agnelli-Calvo, ha gestito la vicenda (secondo alcuni, avrebbe contribuito alla sistemazione di Calvo al Barça), evitando di attaccare pubblicamente Andrea per i problemi famigliari e confermandogli l’appoggio. A Torino si mormora che avrebbe impedito (in accordo con Agnelli) a Marchionne di sponsorizzare l’Inter con il marchio Alfa Romeo. Non ha fatto mancare alla Juventus l’intevento della proprietà in un’operazione importante come il pagamento della clausola rescissoria da 90 mln nell’affare Higuaìn. Più di recente, ha appoggiato incondizionatamente Andrea contro le ridicole accuse nel processo sportivo per i biglietti intentatogli dal Pf Pecoraro.
Antipatico o meno, in base ai fatti è difficile considerare John Elkann un problema per la Juventus o per Agnelli. Appare piuttosto come una risorsa, un alleato importante.

A ognuno il suo
Il presidente sceglie le strategie in accordo con l’azionista. L’amministratore delegato deve far tornare i conti. Il direttore generale gestisce e fa le scelte di mercato. I preparatori atletici si occupano del fisico dei calciatori. Lo staff medico si occupa delle terapie necessarie. L’allenatore gestisce il lavoro della squadra e fa le scelte in campo. I giocatori vanno in campo con l’obiettivo di vincere. Ognuno dei soggetti sopra elencati è responsabile della propria funzione e lavora, in accordo con le altre funzioni, per raggiungere gli obiettivi comuni, prefissati e concordati. Ed è profumatamente pagato per farlo.
I tifosi no: i tifosi tifano, se vogliono… e invece, c’è chi vuole insegnare ad Allegri a mettere in campo i giocatori, chi vuole insegnare a Marotta a fare mercato, chi vuole insegnare alla Bongiorno (o a Coppi) a fare l’avvocato, chi vuole insegnare ad Agnelli a gestire la Juventus.
Se diciamo di amare la Juve, dovremmo imparare anche a fidarci di chi amiamo. Se tifiamo Juve dovremmo imparare a esserne orgogliosi. Tifare Juve non è per tutti, è un po’ come giocare nella Juve. Non basta essere forti. Bisogna saper reggere alle pressioni, essere orgogliosi di avere tutti contro, e reagire sul campo.
Se vogliamo comportarci come tutti gli altri (o pretendiamo che sia la Juve a farlo) e cercare alibi o palliativi, faremmo prima a dire che siamo esattamente come loro. Altroché vantarci di essere superiori! Se non ce la facciamo ad avere tutti contro e non reggiamo la pressione, forse ci conviene rivolgere il nostro tifo altrove.
Se invece siamo gobbidimmerda, di quelli veri… lasciamoli fare, e godiamoci lo spettacolo!

9 Comments

  1. Maria Grazia Basolu

    15 gennaio 2018 alle 18:20

    Ho letto le parole di Nono Ori…tutte d’un fiato e ho assaporato tutto ciò che ho letto.
    Conserverò questo articolo per me “gobbadimmerda doc” e per chi non lo è…

  2. Luca

    15 gennaio 2018 alle 20:54

    Stimo da sempre Nino, ma su alcune cose non sono d’accordo. Provo a dire la mia.

    Sulle “polemiche unidirezionali”:

    Vero, sappiamo come funziona il giochino, ma non significa che questo sia un motivo per cui si debba accettarlo. Serve purtroppo una lunga e pesante militanza di tifo “sul campo”, appassionato, “informato”, per passarci sopra come possiamo fare io e te. Ma c’è una larga fetta di tifosi che non possono, non hanno il tempo, o semplicemente non approfondiscono ogni singolo “pelo” degli intrecci mediatici del calcio, a cui tocca subire angherie di ogni tipo, specie in città facilmente manovrabili da quel tipo di polemiche (praticamente ovunque). Molto spesso si tratta di bambini, adolescenti, ma anche adulti, e spesso è stato fin troppo facile arrivare ad episodi gravi. E nel 2017 non c’è alcun motivo per “vantarsi” di certe “atmosfere”, se non le si prova sulla propria pelle. Si può vincere benissimo anche in loro assenza (o quantomeno ridimensionamento), oltretutto senza vedere svilito il marchio agli occhi di tanti, estero compreso, dove spesso queste polemiche, di rimbalzo o in qualche altro modo, arrivano.

    Su “le ombre sulle vittorie” e le difese d’ufficio:

    Ripristinare la verità stilando il CORRETTO numero di episodi arbitrali (per tornare all’esempio fatto nell’articolo) non serve a far scoppiare meno fegati altrui, anzi, casomai è il contrario. Piuttosto chi si sente “forte” perchè può poggiare le sue teorie su menate assurde quali favori ecc viene sbugiardato dalla realtà dei fatti attraverso una difesa d’ufficio che nessuno, ovviamente, farebbe sui media più importanti. Anche questo è un modo per essere d’aiuto a tanti “nostri” tifosi nelle varie discussioni da salotto o da bar (perchè quando vieni bombardato di stupidaggini da 10 tifosi avversari, col supporto di titoli ed editoriali giornalistici vari, non tutti hanno la capacità di fare buon viso a cattivo gioco). Offrirgli un modo per rispondere con criterio va in aiuto a loro, non di certo a chi il fegato lo ha già perso da tempo. Sarebbe come se durante farsopoli non ci fossimo difesi con blog e siti “perchè tanto sappiamo com’è la faccenda e prima o poi torneremo a vincere, che ci frega!”. Eh no, se ci si difende ci si difende per rendere visibile una verità, e siccome farlo permette a chiunque di poterne usufruire, può capitare addirittura di trovare qualcuno che dall’altra parte che questa verità la noti.

    Sul “Difendersi dai media”, sul “querelare, denunciare”, ecc.

    Ogni caso è diverso. E’ giusto non abbassarsi ai livelli di un Napoli qualsiasi, ma non tutte le offese sono uguali e non tutte le offese vengono da una fonte che può permettersi a cuor leggero di farle. Se io definisco in un certo modo un politico non è che come se lo definisse allo stesso modo un addetto ai lavori, un giornalista, o addirittura un suo collega, un politico stesso. Allo stesso modo ci sono confini che non si possono superare, e non si possono superare proprio per impedire a determinate persone di “rendersi famosi” sparando menate sul tuo nome. Certa gente non è diventata famosa perchè “la Juve ha reagito”, ma per il semplice fatto di “infamare la Juve”. Il titolo che ha reso famoso Il Roma è stato il primo in ordine di tempo, non il secondo. Ma se ci fosse stato un precedente a cui rifarsi per farli propendere a più sagge decisioni per loro e per il loro portafogli, non avrebbero fatto nemmeno il primo, ergo non avrebbero acquisito ulteriore popolarità. La può acquisire un beota su twitter, l’uomo della strada, non un “professionista” che ti accusa di cose circostanziate alla Liguori (che infatti dovette fare un passo indietro). E anche qui, ovviamente, dipende da quello che viene detto e come viene detto, non si può generalizzare di certo su ogni frase!
    C’è poi la “modalità” con cui, eventualmente, le querele si fanno (o qualsiasi provvedimento si voglia). La Juve solitamente fa qualcosa in tal senso non lo dice, come avvenne anche nel caso di un noto giornalista radiofonico romano, qualche anno fa. Ma talvolta è bene farlo proprio per non diventare carne da macello, per non “attivare”, cioè, il passaggio “in grande” di ciò che avviene “in piccolo” nella realtà locale di prima, del tifoso in minoranza costretto a difendersi dalle lagne sugli episodi.

    Sul “Il sentimento popolare”

    E’ vero che non è “bastato” quello a fari sì che scoppiasse calciopoli. Ovvio. Ma ha aiutato. E covarlo per decenni ha fatto sì che “quell’unica occasione storica in cui si sono incrociate determinate coincidenze” rendesse quelle accuse credibili ai più. In certi casi a tal punto da non dover nemmeno verificare la verità di certe accuse (inutile ricordare… ricordiamo tutti). Se si ripete per 30 anni che Tizio è un ladro o è un pedofilo, questo non impedisce a Tizio di continuare a svolgere benissimo il proprio lavoro, ma alla prima occasione in cui qualcuno lo accuserà di qualcosa l’accusa risulterà molto più credibile rispetto ad altre, e potrà difendersi con molte più difficoltà, immerso in un ambiente ostile.
    No, il sentimento popolare fino ad un certo punto ci piace, ci piace quanto ci odino, ci piace quanto rosichino, ma non ci piace quando si travalica. Altrimenti vale tutto. E poi, sebbene improbabili, fosse anche tra 40 anni, nessuno può garantire che non ci siano in futuro altre contingenze, altre condizioni o “incroci di interessi” per altre farse, viste quelle a cui assistiamo con una certa cadenza.
    Il sentimento popolare quindi non ci impedisce certo di vincere, ma impedisce a molti di vivere liberamente la propria juventinità (purtroppo, e le testimonianze sono tante). E ha “facilitato” il compito di calciopoli, che nel sentimento popolare ha trovato non la causa generatrice, ma la benzina con cui nutrire tutto l’inghippo.

    Su “La paura dell’azionista” ed Elkann:

    Se sei l’erede scelto dell’Avvvocato, dell’Avvocato dovresti anche seguire i suoi precetti. Quei precetti sono stati ricordati proprio da Andrea Agnelli in una sua dichiarazione relativa al periodo post 2006: “All’epoca Ifil scelse di azzerare per poi ripartire. Non condivisi quella scelta, anche perché avevo in mente la dichiarazione che aveva fatto l’Avvocato in occasione di Tangentopoli: “I miei uomini vanno difesi fino all’ultimo grado di giudizio!”.
    Ecco.
    Se non fosse stato per Moggi e per le associazioni di tifosi della Juventus (di cui tu sei tra i più grandi alfieri) la verità non sarebbe mai emersa! E tutto ciò mentre lo stesso JE non riusciva a pronunciare il numero esatto degli scudetti vinti o a difendere come si deve la propria società (e avremmo di che parlarne!).
    Solo la crisi di un progetto tecnico e sportivo portò al re-inserimento di Andrea Agnelli nella Juve, che chiese pieni poteri gestionali e a cui da allora vanno ascritti tutti i meriti. Tutto ciò che da allora ha fatto JE è stato avallare le decisioni del cugino aiutandolo quando DOVEVA (e ci mancava pure che non lo facesse, la “normalità” non può diventare un “merito”). Così come non si può esaltare oltremodo l’aiuto economico profuso, perché è tuo interesse aiutare economicamente un tuo asset, se non vuoi vederlo collassare oltre il livello a cui tu stesso lo hai portato (fermo restando che la Juve ha raggiunto la piena autogestione da tempo). Sarebbe come se mi prendessi dei meriti dei soldi spesi per tutelare i miei beni.
    Mi spiace, ma nel 2006 c’era proprio JE, non qualcun altro. Che si possa ravvedere di certi errori marchiani, per usare un eufemismo, ok. Che stia vicino al cugino in tutte le circostanze avverse o che non entri nel merito di certe scelte gestionali direi che è il minimo, del tutto normale. Ma che si possa dimenticare a cuor leggero quanto avvenne in quegli anni, proprio no. Il che non significa dover pensare che oggi JE costituisca un qualsivoglia Cavallo di Troia per nuove farse o assurdità del genere. Significa solo analizzare la realtà.

    Sul finale e “A ognuno il suo”

    Concordo. In troppi “esperti della domenica” fanno nascere ormai polemiche anche su cose irrisorie. Siamo arrivati ad un livello paradossale: vinciamo da 6 anni con un fatturato che ha fatto passi avanti assurdi, ma pare che ci sia sempre qualcuno pronto ad insegnare il mestiere a chi si è reso protagonista di tutto questo.
    Naturalmente le critiche, le discussioni, ecc, sono il sale e non devono mancare. Ma torniamo al discorso di prima: è tutta una questione di “limiti entro cui mantenersi”. Vale per il fango mediatico, per il sentimento popolare, per le querele, per le polemiche, e per le critiche dei tifosi. Non è perchè è difficile stabilire certi paletti che si debba stare su un estremo o sull’altro, “lasciarli fare” o “ribellarsi contro chiunque”.
    Non le chiamerei, quindi, “paure”, e a maggior ragione non ne vedo una “madre”. Si tratta di situazioni a cui una larga parte di tifo fa fatica a sottostare, subendone, in certi casi (e per quanto sembri assurdo dirlo), ripercussioni nel quotidiano. Talvolta… figlie proprio de “lasciateli fare”.

    Con immutata stima Nino.

    • Fabio

      19 gennaio 2018 alle 18:43

      Complimenti, sono d’accordo con te.
      Ancora più sentiti perchè dopo la lettura del pezzo di Nino Ori pensavo di sottoscriverlo al 100%, e invece tu hai evidenziato alcune cose che mi fanno propendere verso il tuo ragionamento.
      I distinguo che fai sono giustissimi.

    • Lord Raiden

      19 gennaio 2018 alle 23:00

      Caro Luca, sono pienamente d’accordo con te.

      In particolare su John Elkann.

      Fa male leggere certe cose, soprattutto quando scritte da uno dei magnifici del glorioso Team di Ju29ro.

      Evidentemente il 2006 ci ha incattivito troppo.

      • Nino Ori

        30 gennaio 2018 alle 12:44

        Lo dico a Luca, come a Fabio, come a Lord Raiden.
        Si tratta di scegliere tra il rancore e i fatti. Io ho scelto i fatti, e quelli ho riportato. Nel 2006 come nel 2018.
        Poi, dai fatti ognuno può trarre le conclusioni soggettive che preferisce, o che sente più consone alle proprie caratteristiche. L’importante è mantenere la lucidità per poter distinguere tra soggettività e oggettività.
        Grazie a voi per le vostre osservazioni.

  3. Matteo

    15 gennaio 2018 alle 21:30

    E’ un ottimo articolo e ne condivido appieno i contenuti.
    Complimenti.

  4. Mauro

    16 gennaio 2018 alle 07:43

    Approvo questo articolo !!! E’ tutto quello che pensavo !!! Complimenti !!!

  5. WILBUR

    16 gennaio 2018 alle 10:19

    Analisi perfetta da stampare ed affiggere in ogni club Juve di tutto il mondo.

  6. Marcello Chirico

    16 gennaio 2018 alle 18:21

    Un pezzo fantastico!

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