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To everything there is a season: la rivoluzione di Allegri

Le recenti dichiarazioni di Allegri in diverse occasioni hanno evidenziato con chiarezza crescente una visione del calcio che è per me assolutamente rivoluzionaria.

La nota particolarmente positiva sta nell’evidenza con cui questa visione sia stata trasmessa alla squadra, che nel tempo sembra davvero aver imparato a farla sua. Non sono state rare le lamentele, anche nella stagione in corso, per la tendenza a volte eccessiva a voler amministrare anche quando il margine era minimo. L’obiezione sarebbe anche sensata, amministrare un 1-0 non è esattamente una grande idea. Forse però oggi, alla luce delle recenti prestazioni della squadra in tutte e tre le competizioni cui partecipa, è il caso di rendersi conto che quell’atteggiamento fosse in realtà un tentativo della squadra di “leggere” il momento della partita e adattarsi ad esso. Una filosofia “nuova” nel calcio quanto antica nel mondo reale: quella che nella Bibbia si trova nei versi del libro di Qohelet (anche conosciuto come Ecclesiaste):

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

Questi versetti furono poi ripresi dall’icona del folk di protesta americano Pete Seeger nella sua “Turn! Turn! Turn! (To Everything There Is a Season)” con una lettura pacifista poi esaltata al massimo nella cover dei Byrds: “A time for peace, I swear it’s not too late!”.

Non si può davvero fare a meno di notare la somiglianza con le parole di Allegri nel pre-partita di Barcellona-Juventus: “Ci saranno momenti in cui ci sarà da difendere, altri in cui ci sarà da attaccare […]”. Non si tratta insomma di decidere a priori se fare una partita di attacco o di difesa, se schierare un modulo invece che un altro e via dicendo. Si tratta di fare quello che Allegri dalla panchina ha sempre dimostrato di saper fare molto bene: leggere la partita, “sentire” le circostanze e adeguarsi a livello individuale e di squadra. Ecco allora che quegli “errori” nell’amministrare il vantaggio striminzito assumono un senso e possono essere compresi come “letture sbagliate” della squadra (e qualche volta anche dello stesso Allegri) su quello che fosse il momento della partita.

Non sono un grande intenditore di tattica e schemi – abbiamo gente decisamente brava su queste cose in Juve a Tre Stelle che potete ascoltare nel nostro Terzo Tempo sul canale YouTube – ma questa che io chiamo “rivoluzione” mi intriga tantissimo. In un tempo in cui vediamo esaltati il Sarrismo, il Guardiolismo o il Cholismo, la Juventus di Allegri subordina anche la tattica e gli schemi a una filosofia in cui l’aspetto fondamentale diventa l’intelligenza e la capacità di riconoscere il momento particolare all’interno della “big picture”, ovvero la partita intera, e andando a salire di livello la qualificazione al turno successivo per la Coppa Italia o la Champions piuttosto che la conquista, partita per partita, dello Scudetto. In questo senso è fondamentale constatare come tutti gli elementi siano parte di un mosaico complesso, incluso Allegri che va lodato anche per la gestione del turnover in un periodo in cui non era per nulla facile farlo. Siamo arrivati a giocarci la qualificazione contro il Barcellona potendo schierare la formazione titolare in entrambe le occasioni. Potendo quindi contare su un equilibrio ottimale, in cui hanno trovato il giusto spazio l’intelligenza di Khedira e l’estro di Pjanić (ieri decisamente nella sua uscita migliore in bianconero), la qualità con una punta di follia sulle fasce con Alex Sandro e Dani Alves, l’estro di Dybala e Cuadrado, la grinta e i centimetri di Mandžukić, per tacere della solidità difensiva dei nostri centrali e del nuovo Higuaín a tutto campo (in verità ancora non al top in Champions, ma ho la sensazione che ci arriverà al momento giusto). Ma proprio nello scrivere questi dettagli sui singoli emerge prepotentemente l’evidenza di come non siano, questi dettagli, sufficienti a spiegare la Juventus di Massimiliano Allegri: senza la filosofia fondamentale secondo cui nella singola circostanza questa caratteristiche vengano sfruttate nel migliore dei modi non è possibile comprendere razionalmente quanto abbiamo visto nei 180 minuti di questo quarto di finale (e in questo scorcio di stagione). Inoltre non possiamo fare a meno di notare come ci siano comunque ancora margini di miglioramento, il che fa ben sperare per quello che ci aspetta nelle prossime partite.

Per quanto mi riguarda, da tifoso e da appassionato di calcio, faccio un grandissimo applauso ad Allegri e a questa squadra che lo sta seguendo alla grande in questa meravigliosa avventura. Perché, parafrasando Qohelet, c’è un tempo per soffrire e un tempo per godere, e Max ci sta facendo godere tantissimo, con questa mentalità che ha riportato la Juventus nel posto che le compete tra le big d’Europa.

 

3 Comments

  1. Ciri

    20 aprile 2017 alle 15:44

    Fluida, lineare lettura di una avventura sportiva iniziata già da un po di anni che sta vedendo, in questi giorni, il risultato di una filosofia. Questo è il tempo di viverla.

    • Ciro

      20 aprile 2017 alle 15:47

      … ehm scusate: Ciro e non ciri

  2. MATTEO

    20 aprile 2017 alle 21:41

    Totalmente d’accordo. E’ la stessa filosofia che a volte si trova applicata nel management aziendale (e le grandi squadre, come la Juve, sono grandi aziende ben gestite) e che troppo spesso i presunti nostri top manager non sanno neanche cosa sia. Provo a spiegarmi meglio: non è lo strumento (nello specifico lo schema tattico e il pressing continuo o la difesa sempre alta) che fa ottenere l’obiettivo, ma è il metodo/filosofia che fa adottare lo strumento più indicato per raggiungere l’obiettivo. Troppo spesso i top manager applicano lo stesso strumento perché “ha sempre funzionato” nelle loro precedenti esperienze lavorative.

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