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Lo strano caso della Juve Dr. Jekyll e Mr. Hyde

Scrivere questo pezzo è doveroso da parte mia.
Ammetto che domenica scorsa, al termine di Fiorentina – Juventus, ero tanto ma così tanto arrabbiato (evito le volgarità, almeno all’inzio) con la squadra che per una volta ho mandato al diavolo le mie convinzioni e i ragionamenti logici che altre volte mi hanno trattenuto dalla collera.
Si, domenica scorsa non c’erano “45 punti in 19 partite in campionato – 14 su 18 in Champions – siamo sempre primi ecc…” che tenessero, la squadra aveva girato così male, ma così male che avrei voluto qualcosa da sfasciare a portata di mano o di piede.
Avrei voluto qualcuno da trattare male per sfogare tutta la rabbia che avevo ma, non trovando nessuno, una volta rientrato in casa invece di svegliare moglie e figli ho deciso di scaricare tutto nel postpartita.
Giustamente aggiungo (anche perché altrimenti mia moglie avrebbe riempito un trolley con i miei effetti personali e mi avrebbe cacciato di casa).
Solo che, dopo una settimana di processi, di incazzature, di teorie varie sullo spogliatoio diviso, sul bisogno di un cambio di mentalità, sul dover panchinare alcuni senatori, ecco che ieri a pranzo la squadra zittisce tutti con una prestazione maiuscola contro la Lazio, finita casualmente solo 2-0 invece che 4 0 5-0 (casualmente un corno, Dybala ha cannato due gol già fatti e lo stesso dicasi per il figlio di Boksic, che comunque risulta devastante finché non tira in porta).

È stata una bella partita, con tutta la squadra che ha dato l’impressione di voler divertire il pubblico e se stessa: azioni di prima, contropiedi da manuale, inserimenti azzeccati, giocatori che si trovavano ad occhi chiusi… per noi tifosi il paradiso, anche se va detto che ovviamente la Lazio è stata poca roba e si è scansata (e ovviamente Buffon negli spogliatoi si sarà arrabbiato dicendo che in Europa ci vorrà ben altro, ma tutto questo lo leggeremo nei prossimi giorni sulla Gazzetta, giusto il tempo che la società tolga loro un altro paio di accrediti o dia tramezzini del giorno prima).
Insomma, nel giro di 7 giorni dall’Inferno al Paradiso, dal “moriremo tutti” alle “partite guardate fumando un sigaro e sorseggiando del Talisker”, da una squadra che scende in campo dopo 54 minuti a una che chiude la partita nei primi 16 dedicando gli altri 80 agli esercizi di stile, da un allenatore che ormai non ha più in pugno lo spogliatoio allo stesso allenatore che, con gran colpo di teatro, getta nella mischia tutti i calciatori di qualità dicendo loro “andate in campo e divertitevi”.
Un’altalena di emozioni sinceramente inspiegabili per noi tifosi bianconeri, abituati negli ultimi anni a solide certezze e quindi molto diffidenti nei confronti delle montagne russe: anche la stagione scorsa era partita in modo disastroso, ma una volta trovata la quadratura la squadra non si è più fermata e ormai eravamo abituati a commentare solo le vittorie.
Eppure quest’anno va così: zero pareggi in campionato, quattro sconfitte e per il resto vittorie su vittorie, ma quando cadiamo il tonfo è così fragoroso che rimanere perplessi è quantomeno riduttivo.

Lo so, forse esageriamo nelle critiche, forse siamo stati abituati troppo bene negli ultimi anni, ma tralasciando la prima sconfitta a Milano contro l’Inter, le altre, soprattutto quelle di Genova e di Firenze c’hanno lasciato davvero senza parole.
O forse con troppe.
Discussioni su discussioni sulla campagna acquisti, sul centrocampo dove la coperta è corta, sui moduli sbagliati, sui nuovi arrivi che non ingranano ma alla fine, se in 7 giorni passi da non giocare a giocare alla grande, forse il punto è solo uno: la testa.
Giustamente si parlerà del modulo di ieri, quel 4-2-3-1 con tutti i giocatori offensivi e di qualità gettati nella mischia, così lontano anni luce da quel 3-5-2 (o meglio 5-3-2) così obsoleto e troppo guardingo. Si parlerà del fatto che una settimana intera per preparare una partita ha giovato tanto alla squadra, che comunque allo Stadium siamo un’altra squadra eccetera eccetera, ma poi si torna sempre lì, alla questione mentale.
Perché se a Firenze erano tutti fermi, o peggio ancora giravano a vuoto dando l’impressione di trovarsi per la prima volta tutti insieme, non azzeccando il minimo movimento e non riuscendo a fare più di 2 o 3 passaggi in fila, ieri in pratica hanno anche corso di meno, ottimizzando i movimenti e facendo correre molto di più la palla a tutto guadagno dell’efficacia e dello spettacolo (anche se, va da sé, non siamo il Napoli del nuovo profeta del calcio italiano, al massimo abbiamo un altro profeta… vabbè, ci siamo capiti).

E quando lunedì scorso, o già domenica sera, abbiamo sentito i soliti commenti sulla sconfitta salutare, sul fatto che sarebbe servita da lezione, che avrebbero imparato, non l’abbiamo presa molto bene per usare un eufemismo, ma di fatto è andata così e il tutto si può riassumere con questa frase: succede che la squadra ogni tanto perde la naturale concentrazione, si rilassa un po’ sugli allori e scende in campo troppo sicura di se stessa, con risultati disastrosi che, ahi noi, abbiamo imparato a conoscere.
Una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hide, una squadra che può essere tutto e il contrario di tutto, che può battere il Barcellona come perdere contro il Poggibonsi.
Modesta e umile opinione: con questa situazione dovremo conviverci da qui fino a fine anno, la squadra è al sesto anno di lotte al vertice e non si può pretendere che tutto giri nel verso giusto e che le motivazioni siano sempre altissime. Credo ci saranno altri blackout, ma dopo ieri penso che la squadra abbia acquisito una nuova mentalità (non per niente Allegri ha parlato di partita che ha spaccato il campionato), sempre più vicina (per me) a quella della prima Juve di Lippi, capace di perdere in casa contro il Padova e poi di rifilare 4 gol il sabato successivo alla Fiorentina a Firenze ad esempio.
Dove, per dire, domenica scorsa manco siamo scesi in campo.
Ma questa spero sia davvero un’altra storia.

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