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Mettere il dito nella piaga

Mercoledì sera mi è salita nuovamente in groppa la mia “carogna da Champions League”.
L’avevo sentita grattare alla porta già nella serata di Valencia con quella espulsione incredibile ma ero riuscito a tenerla fuori e dall’altro giorno mi sta tormentando nuovamente.

È inutile che ci raccontiamo che abbiamo giocato una partita splendida: perché saremo una squadra fantastica ma bisogna dimostrarlo sul campo e sul campo contano i gol. Quelli fatti e quelli subiti.
È da inizio anno che ci trasciniamo gli stessi due problemi: una mole di gioco e di occasioni straordinarie che non vengono adeguatamente trasformate in gol, e gol presi in maniera banale, occasionale, causati nella stragrande maggioranza dei casi da errori individuali. È impossibile pensare di non concedere neppure una occasione in una partita del genere, ma non sarebbe un problema enorme se segnassimo quanto potremmo. Il campanello di allarme era già suonato nella partita di andata: una partita dominata, rimasta sullo 0-1 solo perché il tiro di Pogba è finito sul palo, poi sulla testa di Szczesny quindi fuori. Una volta ti va bene, due no, soprattutto se ti chiami Juventus e la fortuna non è proprio tua amica.

[avete presente quegli attaccanti che chiudono le partite con tre palloni giocati, due tiri in porta, un gol? Quelli che il vostro amico raffinato stronca “sì vabbè ha fatto venti gol ma non aiuta la squadra”? Ecco. Quanto DISPERATAMENTE avreste voluto uno così mercoledì sera?] 

[ehi tu laggiù in fondo! guarda che ti ho sentito dire “Icardi”!] 

È inutile che mi diciate che tanto il girone lo vinciamo lo stesso. Perché il girone potevamo vincerlo mercoledì, e fare in totale relax le partite con Valencia e Young Boys, avremmo lasciato lo United a giocarsi la qualificazione all’ultima giornata a Valencia. Poco male direte voi, tanto abbiamo gli spagnoli in casa e gli svizzeri fuori. “Se vuoi vincere la Champions non puoi avere paura di quelle squadre.” Ma certo, nessuna paura. In fondo non è mai successo che noi facessimo i gattini impauriti e i nostri avversari i leoni…
È in proiezione quello che facciamo con le partite: puoi chiuderle ma le lasci aperte, puoi qualificarti ma ci penseremo alla prossima giornata.

È inutile che ci raccontiamo favolette retoriche del tipo “sconfitta che serve da lezione” oppure “la Juventus non muore mai” “la Juventus che lotta” ecc. Perché l’avvertimento principale doveva essere arrivato con il Genoa. Se Chiellini ha detto che era nell’aria da due o tre partite vuol dire che c’è un problema di concentrazione e di capacità di restare in partita sempre.
Dopo il Genoa qualcuno aveva azzardato “calo mentale, avevano la testa alla Champions. In Champions non succede.”
Fatemi capire: è la partita in cui puoi raggiungere la qualificazione, in casa, contro una nobile del calcio europeo, un classico degli anni ’90 e primi 2000. C’era bisogno di motivazioni? Oppure c’era bisogno di spiegare, di esplicitare che negli ultimi dieci minuti serviva una attenzione totale a ogni minimo dettaglio per non compromettere tutto?

Infine: non facciamo gli ipocriti e i finti superiori. Mourinho sta sulle scatole a tutti. Tutti. Possiamo discutere se l’approccio migliore fosse ignorarlo o insultarlo.
Avevamo l’occasione di batterlo come all’andata e invece ha vinto lui con il suo calcio fatto di catenaccio, senza schemi e con giocate occasionali. Gli abbiamo regalato un palcoscenico incredibile per il suo show finale diventando il “meme” che ci tormenterà nei prossimi mesi.

Abbiamo mostrato tutti i difetti che ci hanno finora impedito di vincere quanto avremmo potuto nel corso della nostra storia e, permettetemi, non è solo sfortuna.
Questa squadra deve mantenere la qualità del gioco che ha mostrato, recuperando l’identità cinica e “cattiva” che ci ha caratterizzato in passato. Solo così possiamo davvero aspirare alla vittoria finale.

1 Commento

  1. RikII

    10 novembre 2018 alle 19:20

    condivido la tua analisi…il periodo finale racchiude alla perfezione il mio pensiero sulla squadra, sulle occasioni mancate negli anni, e su quello su cui si deve lavorare (e duramente)

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