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Moggi vs Marotta

Ho assistito a parecchie discussioni, tra juventini o semplici appassionati di pallone (tutti gli altri, quando non vincono), su chi sia stato il miglior dirigente nella storia del calcio. A volte i toni sono accesi, si scatenano polemiche senza fine, a volte si cerca di compiere le proprie valutazioni analizzando gli elementi a disposizione in maniera più razionale possibile, nel tentativo spesso vano di mettere  a tacere il becero tifoso che è in noi. Indubbiamente una delle diatribe più appassionanti, nello specifico tra tifosi juventini, si scatena allorchè si prova a paragonare l’operato di Luciano Moggi e quello di Beppe Marotta. Sul web si sono venute a creare addirittura due opposte “fazioni” ognuna delle quali canzona l’altra: i “Marotters” (per i supporters di Big Luciano) contro le “Vedove di Moggi”. Le due anime del tifo non sono necessariamente contrapposte, ciò nonostante giungono spesso allo scontro frontale. Sinceramente trovo la cosa assai divertente e trovo interessante assistere a questo dibattito intervenendo spesso con il tono della battuta. Ogni volta cerco di appuntare elementi a favore di uno e dell’altro cercando di porli sui piatti di una bilancia immaginaria per verificare quale dei due pesi di più. Alla vigilia del mercato di riparazione proviamo a fare un vero e proprio confronto a tutto tondo tra i due personaggi, sia sotto il profilo umano che sotto quello professionale.

Bisogna premettere doverosamente che senza gli sconquassi del 2006 non ci troveremmo a parlare di questi argomenti, anche perché quasi tutti gli juventini concordano nel riconoscere i meriti di Moggi. In realtà la controversia nasce quando si cerca di proporre un accostamento tra i due.

Moggi operava all’interno di una società strutturata in maniera tale da esaltarne le caratteristiche professionali: era soprattutto uno squalo del mercato, affiancato da un grandissimo management, in primis Antonio Giraudo e Roberto Bettega uomo-immagine di grande carisma a livello internazionale. Grazie a un tale organigramma e alla scelta di Marcello Lippi (in  cui pochi erano disposti a scommettere all’epoca) come allenatore, l’ex ferroviere da Monticiano ha potuto sfruttare al meglio il proprio fiuto nel riconoscere il talento dei giocatori, retaggio del passato da osservatore, spesso andando a giudicarne le prestazioni in prima persona. La triade costituiva un organismo, più che un meccanismo, all’interno del quale le varie parti operavano con l’unico scopo di ottenere il massimo, ovvero la vittoria in campo ed i dividendi per gli azionisti. Ognuno svolgeva un compito preciso, con determinati obbiettivi e conosceva a menadito la strada da percorrere per raggiungerli. Non solo: ognuno di loro rappresentava il meglio su piazza nella specifica area di competenza. La società si presentava innanzi ai media come un tutt’uno ed era riuscita ad assicurarsi un indubitabile peso politico, frutto della grande capacità di intessere estese reti di relazioni con dirigenti e società rivali: emblematica la cooperazione a livello commerciale con il Milan di Berlusconi e Galliani, antagonisti in campo, alleati fuori.

La Juventus di oggi è molto differente da quella di allora. Il vero potere decisionale ed i capitali per finanziare la baracca non sono più nella disponibilità degli Agnelli, ma di una famiglia dal cognome differente. Andrea ha dimostrato indubbie capacità manageriali pur trovandosi nella difficile situazione di dover ricostruire una identità societaria forgiata nell’arco di quasi un secolo da suo padre e suo zio, andata perduta nel giro di pochi mesi durante l’estate del 2006. Per rinverdire gli antichi splendori, a livello sportivo, ha affidato il timone della nave a Marotta e Fabio Paratici, collocando in panchina Antonio Conte. La distribuzione dei compiti sembra discostarsi di molto dalla gestione precedente (saltiamo a piè pari il periodo Cobolliano): politicamente la Juve ha pochissima influenza, visto che nessuno degli attuali dirigenti ricopre ruoli di rilievo all’interno delle istituzioni, mediaticamente il più esposto sembrerebbe essere l’allenatore. Non si ha la percezione di come venga ripartito il fardello della responsabilità, si tende ad attribuire meriti e colpe ad un generico “lavoro d’équipe” oppure a questo e quell’altro soggetto a seconda delle convenienze (Giovinco l’ha voluto Conte, Vidal è un colpo di Marotta e così discorrendo).

Per giudicare l’operato di un dirigente, a mio avviso, è necessario un lungo periodo, anche se compiendo un’analisi dal punto di vista esclusivamente quantitativo ci troviamo di fronte cifre che parlano chiaro per entrambi. Sia Marotta che Moggi subentrarono a gestioni complicate, dopo anni in cui per diversi motivi non arrivavano risultati. Luciano Moggi operò nell’arco di dodici anni (dal 1994 al 2006 appunto), Marotta è alla Juventus da tre anni e mezzo (dal maggio 2010). Durante l’era Moggi la Juventus ha vinto 7 scudetti, 1 Coppa Italia, 4 Supercoppe italiane, 1 Champions League, 1 Coppa Intercontinentale, 1 Supercoppa UEFA ed 1 Coppa Intertoto disputando inoltre altre due finali di Coppa Italia, tre di Champions League e una di Coppa UEFA. Più di un trofeo all’anno, 5 finali europee ovvero più di una ogni due anni e mezzo. Numeri certamente impressionanti, anche pensando al fatto che la Champions e l’Intercontinentale sono state vinte nel 1996, al secondo anno di gestione. Il varesino ha portato in cascina 2 scudetti e 2 Supercoppe italiane raggiungendo anche una finale di Coppa Italia. Stessa media trofei/anno di Moggi (1,3) ma zero trofei al di fuori dei confini nazionali. Come tuttavia dicevamo in precedenza la carriera del Marotta dirigente juventino è ancora all’inizio e non possiamo prevedere in che modo si evolverà.

Si può certamente fare un confronto sull’operato analizzando i movimenti di mercato. Sotto questo aspetto pur senza l’aiuto di fatturati record come quello del passato esercizio e senza possibilità di godere dei benefici apportati dallo stadio di proprietà (peraltro fortemente voluto dalla gestione Giraudo), Luciano Moggi ha collezionato una serie di successi incredibile, in cui i flop possono passare tranquillamente in secondo piano. Al lordo di qualche acquisto strampalato (Athirson, Blanchard, Esnaider, Van Der Sar, Oliseh) arrivato comunque a cifre modeste, i conti tornavano sempre a fine anno, gli azionisti si fregavano le mani ed i tifosi esultavano sugli spalti. Tra i capolavori dal costo sostenibile possiamo certamente annoverare Cannavaro e Zidane (due palloni d’oro presi a prezzo stracciatissimo, Cannavaro arrivò addirittura a seguito di uno scambio alla pari con l’Inter per il portiere di riserva Fabian Carini), Zambrotta e Camoranesi, Davids ed Ibrahimovic. I soldi ricavati dalla cessione del franco-algerino servirono per finanziare una campagna acquisti sontuosa che portò a Torino, tra gli altri, Pavel Nedved (pallone d’oro) Gigi Buffon e Lilian Thuram. Altri acquisti molto importanti furono quelli di Trezeguet, Emerson e Vieira.

Marotta può invece vantarsi di aver portato alla Juventus gente come Pirlo, Pogba, Llorente, Barzagli, Giaccherini, Vidal e Tevez (in pratica l’intera ossatura della squadra) spendendo circa 20 milioni di euro. I primi tre del precedente elenco sono costati la bellezza di zero euro, mentre Barzagli è stato acquistato per un pacchetto di caramelle. Di certo, però, non siamo ancora ai livelli di Lucianone, visto che a fare da contraltare ai predetti “colpi” troviamo flop come la scelta dell’allenatore Gigi Del Neri il Malaka Martinez o Eljero Elia (che possiamo definire errori di “gioventù” al primo, disastroso, anno di Juve). Tra i giocatori presi a parametro zero il rovescio della medaglia è rappresentato da Bendtner ed Anelka, arrivati per completare il reparto d’attacco ma relegati a vere e proprie comparse nello scacchiere tattico di Conte. Altro aspetto in cui Marotta deficita rispetto al suo illustre predecessore è la capacità di portare avanti trattative per giocatori sotto contratto che risultino vantaggiose anche dal punto di vista economico. Sicuramente ottimi a livello tecnico gli acquisti di Lichtsteiner, Caceres, Vucinic ed Asamoah, ma parecchio onerosi per le casse societarie. Per Matri, Ogbonna e Giovinco (nel caso di quest’ultimo parliamo della metà del cartellino) sono invece state sborsate cifre che vanno ben al di là del valore degli stessi giocatori. Discorso a parte va fatto per Isla, acquistato in fase di recupero da un grave infortunio, pagato uno sproposito nella vana speranza che si riconfermasse ai livelli pre-rottura dei legamenti. In generale Marotta sembra essere incapace di trarre profitti adeguati dalle cessioni anche se nell’ultima sessione, con Matri e Giaccherini, sono arrivate le più redditizie. Diciamo che Marotta (assieme alla sua équipe) è riuscito nell’impresa di costruire una squadra vincente ma siamo lontani dalla situazione creatasi durante la gestione Moggi in cui si vinceva in Italia ed in Europa generando al contempo utili a bilancio. Nel caso di Marotta non va sottovalutato l’apporto di Antonio Conte (voluto da Andrea Agnelli), capace di tirar fuori dai giocatori a disposizione il 150%, mentre quando si parla di Moggi non bisogna trascurare l’incidenza dell’operato di Giraudo (voluto da Umberto Agnelli), capace di ottenere contratti di sponsorizzazione da record ad esempio con Tamoil: l’attuale dirigenza sembra muoversi molto bene in tal senso, come dimostra l’accordo raggiunto con Adidas ed altri brand di livello internazionale.

Dal punto di vista umano la differenza è abissale. Eravamo abituati a vedere il faccione di Moggi in primo piano quando c’era da difendere la società, i giocatori o l’allenatore di fronte ai giornalisti. Quando sorgeva una problematica o una difficoltà di qualsiasi genere Moggi si piazzava di fronte alla prima telecamera a dare battaglia, ad alzare la voce, a parlare terra terra, a zittire, a smorzare. Quando era in vena intratteneva perfino la platea in conferenza stampa, con battute e siparietti creati ad arte (i famosi sogni premonitori o i numerosi cellulari che squillavano contemporaneamente): tonnellate di carta, ettolitri di inchiostro e tanti stipendi pagati grazie alle gesta di Luciano Moggi. Si aveva l’impressione che manipolasse i media a proprio piacimento, lasciando volutamente trasparire quell’immagine di strafottente furbacchione che lo ha reso inviso ai tifosi avversari e che alla fine, probabilmente, gli è costata cara per eccesso di confidenza e sicurezza. Marotta è più pacato, riflessivo, sofisticato al limite della supercazzola. E’ un buonista con i media e spesso scompare quando vengono tirate in ballo certe tematiche. Durante il calcioscommesse, ad esempio, Conte si è difeso da solo prendendo un microfono e sputando fuori tutta la sua rabbia, così come è stato il primo ad esporsi sulla tematica “tifosi e curve”. Resta da stabilire se questa sia una strategia concertata dalla società e dalla famosa “équipe” o se sia lo stesso Conte a voler catalizzare l’attenzione in puro stile Mourinhano per via di un background dirigenziale mediaticamente molto debole.

Solo il tempo potrà dirci quale sia il reale valore professionale di Beppe Marotta. Attualmente il paragone non ci sta: Moggi ha dimostrato di essere superiore a qualsiasi altro dirigente italiano operando peraltro in un contesto di calcio molto più competitivo di quello attuale, guardiamola come vogliamo. Ai suoi tempi non c’erano gli sceicchi o i russi, ma c’erano Berlusconi e Moratti con le loro infinite risorse economiche da contrastare. Marotta avrà altro tempo per “crescere”, è partito bene ma non con lo sprint, con la sagacia, l’acume professionale e la capacità di rapportarsi con rivali ed istituzioni che aveva Luciano Moggi. Queste qualità o le hai o non le puoi acquisire. Parte sicuramente avvantaggiato rispetto a molti suoi colleghi in Italia (stadio, fatturati, ecc ecc) ed ha qualche corsia preferenziale con alcuni procuratori. Magari è più simpatico, ma come sappiamo con la simpatia non si ottengono i risultati. Almeno a livello internazionale. Vedremo se il buon Beppe riuscirà ad esportare le vittorie o se dovremo accontentarci di sovrastare le rivali italiane in un calcio in declino. Ai posteri l’ardua sentenza. O ai Marotters. O alle Vedove.

“Vorrei una Juve più simpatica”

“Sono antipatico perché vinco? Non è un problema mio!”

“Alla Juventus vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”

1 Commento

  1. AleP

    8 gennaio 2014 alle 21:16

    Facendo per un momento finta che Moggiopoli non sia mai esistito, ragionevolmente si puo’ pensare che comunque, dopo tanti anni, l’era Moggi come dirigente juventino sarebbe finita se non gia’ nel 2006, poco tempo dopo. Per cui le “Vedove di Moggi” hanno poco di cui lamentarsi, a parte la grave ingiustizia di cui Moggi e’ vittima processualmente.

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