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Nobody knows you when you’re down and out

“Nobody knows you, when you’re down and out” recita il titolo di un vecchio classico del blues poi interpretato da una miriade di artisti, dalla dolce Bessie Smith a Nina Simone, ma soprattutto dal buon Eric Clapton, prima con i Derek and the Dominoes e poi nel bellissimo Unplugged di qualche annetto fa…
Nessuno ti conosce quando cadi in disgrazia.
Sembra un titolo adatto alla situazione del campione più grande che abbia mai indossato la nostra, quel Michel Platini che l’altro giorno è stato interrogato in qualità di testimone dalla polizia francese.
Una brutta storia, legata all’assegnazione dei mondiali in Qatar avvenuta nel 2010, di cui oggi si sa solo una cosa: Platini non è sotto inchiesta.
Questa è la notizia, che ovviamente i mezzi d’informazione nostrani (ma non solo) hanno distorto a proprio piacimento per scatenare la classica orda di barbari webeti, sempre pronti a sputare addosso alla persona famosa che finisce sotto inchiesta.
Meglio se calciatore o ex calciatore.
Meglio ancora se juventino o ex juventino (anche solo per due o tre partite giocate, vedi il caso Limido).
Se poi si tratta di quello spocchioso antipatico mangiabaguette di Platini che c’ha rubato la Gioconda allora è il massimo.

Era già successo qualche anno fa, nel 2015, quando il Comitato Etico della Fifa lo squalificò per 8 anni (mica bazzecole), per i 2 milioni di franchi svizzeri ricevuti da Blatter considerati come una tangente.
Giusto lo scorso anno, in sordina ovviamente, la Magistratura Svizzera lo ha scagionato totalmente dall’accusa e se da un lato giustizia è stata fatta, dall’altro rimane il fatto che nel 2015 la sua candidatura per diventare Presidente della FIFA è stata bruciata proprio da questo evento.
È la politica, né più né meno, se vuoi arrivare a certi livelli devi essere pronto anche a ricevere qualche pugnalata a tradimento.
E Michel di pugnalate ne ha ricevute.

Ma questo da noi in Italia non bastava.
Perché, come dicevo poc’anzi, Michel è stato il faro di una Juventus che in 4 anni (l’ultimo anno non lo considero perché aveva già staccato la spina) ha vinto 2 Scudetti, 1 Coppa Italia, 1 Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa Europea, 1 Coppa dei Campioni, 1 Coppa Intercontinentale oltre ad un’altra finale di Coppa dei Campioni persa.
In totale 7 trofei tra Italia e resto del mondo, in un periodo dove tutte le competizioni non venivano mai snobbate e vincere anche una “semplice” Coppa Italia dava il senso ad una stagione, e dove le rose di 16 giocatori (con 2 portieri e un paio di giocatori scartine da non far giocare mai) non ti consentivano di puntare a doppiette o triplette.
Oltre a questi trofei di squadra poi ci sono stati quelli a livello individuale: 1 Europeo vinto con la Francia (in pratica da solo, segnando 9 gol in 5 partite), 3 Palloni d’Oro consecutivi, 3 classifiche dei cannonieri (non c’era nessun premio per questo, se non la scarpa d’oro che veniva sempre vinta da giocatori di altri campionati perché in Italia arrivare a 20 gol era impresa fantascientifica e infatti Michel c’arrivò).

Giocatore nettamente superiore alla media, sia in campo che fuori, per molti antijuventini (quelli non ottenebrati al 100%) è stato il simbolo della Juventus: un fuoriclasse unico al mondo, ma antipatico, altezzoso, odioso, con quell’erre moscia e quel sorrisino a perenne presa di culo.
Uno juventino a cui si doveva riconoscere la netta supremazia, con il sogno di vederlo crollare un domani per sputargli addosso tutta la bile accumulata in quei 4 anni.
Questo forse da giocatore Michel l’aveva intuito e, conscio di aver già dato tutto e di non avere più stimoli per continuare, nel 1987, a 32 anni ancora da compiere, decise di appendere le scarpette al chiodo: nessuno avrebbe mai visto quel fuoriclasse che dominava in tutto il campo balbettare, diventare un giocatore scomodo o entrare dalla panchina a fine partita.

Michel in quei 4 anni è stato Le Roi, il Re di quella che allora era la squadra più forte del mondo e non perdeva occasione per dimostrare il suo status di giocatore superiore agli altri.
Lo faceva apposta per irridere gli avversari?
No, non credo, quello lo faceva Sivori, suo predecessore con la maglia numero 10: mio babbo mi raccontava quanto si divertisse a scartare e dribblare più volte gli avversari, tanto da riuscire ad esasperare i suoi stessi compagni di squadra.
Platini non era così.
Lui semplicemente aveva il dono di sapere cosa fosse giusto fare e cosa no, e aveva a disposizione due piedi direttamente collegati al cervello che mettevano in pratica le sue idee.
Recuperava palla in difesa e voleva far partire un contropiede con Boniek?
Senza pensarci un attimo lanciava la palla, che andava a cadere proprio davanti ai piedi del polacco 50 metri più avanti.
Calcio di punizione dal limite dell’area?
Nessun problema, si scavalca la barriera lasciando il portiere fermo.
La barriera si alzava?
Nessun problema, passava la palla rasoterra al compagno in area che si trova solo davanti alla porta.
Aveva due o tre difensori in marcatura?
Nessun problema, se era riuscito a vedere il movimento giusto del compagno potevi stare sicuro che l’assist al bacio gliel’avrebbe confezionato.
E poi i gol: di destro, di sinistro, di testa, dentro l’area di rigore, da fuori area, facili, difficili, ai limiti dell’impossibile.
Un giocatore completo come pochi altri nella storia del calcio, di quelli cui riconoscevi la manifesta superiorità e facevi ruotare la squadra intorno.

Alla Juve ci misero qualche mese a capirlo.
Arrivato al posto di Brady, giocatore molto stimato dai compagni, con la nomea di gingillo dell’Avvocato, in una squadra di neo campioni del mondo, con giocatori dal carattere fortissimo (Tardelli all’inizio lo chiamava “Quello là”), squadra dove esistevano delle gerarchie ben precise (la palla la faceva girare Furino) e con una fastidiosa pubalgia.
Tempo qualche mese, la pubalgia passò, Furino finì in panchina e Michel si prese la Juve, in campo e nello spogliatoio (vi consiglio, se li trovate, alcuni aneddoti di Prandelli, l’unico motivo per leggere le sue altrimenti noiosissime interviste), il resto è la storia e i trofei di cui sopra.
L’Avvocato, che per Michel aveva un debole come per nessun altro giocatore, una volta disse “L’abbiamo preso per un tozzo di pane e c’abbiamo messo sopra il foie gras” ma l’aneddoto più interessante, che ho scoperto solo ieri, riguarda una cosa avvenuta in allenamento:
“Un giorno mi dissero che Maradona si allenava cen­trando la porta con un tiro da centrocampo. Andai al Comunale e lo dissi alla squadra, Platini non disse nulla ma chiese al magazzi­niere di aprire la porticina dello spogliatoio che stava al di là della pista d’atletica, si fece dare un pallone e da centrocampo lo spedì negli spogliatoi. Mi guardò sorri­dendo e se ne andò senza di­re una parola.”
Questo è stato Michel in campo, il nostro ultimo Imperatore.
Mai più nessuno dopo di lui è stato così completo e fondamentale.
Neanche Baggio o Del Piero o Zidane.

Il mio Michel Platini, quel giocatore che mi ha fatto innamorare del calcio e della Juve, con le sue giocate, i suoi gol, le sue esultanze, la sua maglia tenuta fuori dai pantaloncini (i dettagli fanno sempre la differenza) e i suoi gesti indolenti, oggi compie 64 anni e nonostante tutto quello che sta passando per me rimane sempre Lui, il più grande.
Tanti auguri Le Roi, io non ti dimentico!

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