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O fatturato

“O fatturato. Che palle con ‘sto fatturato.”

“Beh certo, sei juventino e quindi ti è facile parlare così, dal momento che il fatturato gioca dalla tua parte.”

Vero. Ma se il fatturato vale, allora vale sempre e vale per tutti, non è che vale solo quando fa comodo. Se può spiegare perché la Juve vince in Italia, allo stesso modo spiega perché non vince in Europa. E se il fatturato è un fattore decisivo nella vincita degli scudetti e dei trofei in genere, allora come la mettiamo con la questione arbitri? Vinciamo per il fatturato o perché rubiamo? (Va beh, questa è facile: per tutti e due i motivi).

A parte le cazzate, io sono tra quelli convinti che il fatturato abbia un peso. Ormai ci sono un sacco di studi che dimostrano che esiste una relazione diretta tra monte ingaggi e il risultato finale in classifica; e anche intuitivamente, nessuno si aspetta che il Chievo vinca lo scudetto o che l’APOEL Nicosia vinca la Champions League, per il semplice motivo che non hanno le risorse economiche (leggasi: fatturato) per farlo.

La NBA, in tempi non sospetti, si è trovata a dover risolvere questo stesso problema, e ha deciso di farlo introducendo un tetto salariale, insieme ad altri meccanismi, per far sì che tutti si competa con le stesse risorse, indipendentemente dal fatturato.

Negare tutto questo sarebbe da ottusi.

Quindi hanno ragione Sarri e tutti quelli che parlano di fatturato? Dipende. Dipende “chi”, “perché”, “come” e “quando” si parla di fatturato. Ne possiamo parlare noi sui blog, ne può parlare un laureando nella sua tesi di laurea, ne può parlare un giornalista per spiegare perché il Napoli è gestito molto bene mentre il Milan molto male e via di seguito. Ma un allenatore? Può parlare di fatturato? O meglio, è giusto e opportuno che parli di fatturato?

Se Sarri parla di fatturato perché ha perso a Torino con la Juve o perché ha pareggiato ieri sera col Milan, sbaglia. Sbaglia perché ieri sera il pareggio è colpa dell’errore di Koulibaly, che ha scapocciato malamente il cross di Honda, è colpa di Callejon che non ha coperto l’inserimento di Bonaventura sul secondo palo, e di Sarri, che non ha pensato che da quella parte Callejon, che non è un terzino e non è particolarmente abile in fase difensiva, poteva andare in difficoltà contro Bonaventura. Giustificarsi col fatturato è come giustificarsi col presunto fallo che forse avrebbe subito Hysaj a centrocampo quando ha perso il pallone, nell’azione che ha portato alla rimessa laterale da cui poi è partita l’azione che si è conclusa, dopo circa due minuti e dall’altra parte del campo, con il cross di Honda e il doppio errore Koulibaly-Callejon, che ha portato al gol del Milan.

Dura trovare un nesso causale tra tutto questo e il fatturato.

Questa giustificazione, presentata così, puzza maledettamente di alibi: gigantesco, dozzinale, di quelli che da sempre impediscono di migliorare e rendono molto più difficile vincere.

Meglio per noi; ma, per il resto, “no, non è opportuno, né utile, né saggio che un allenatore parli, in quel modo e maniera, di fatturato”.

“Mi sono bagnato perché piove”. No, ti sei bagnato perché non avevi l’ombrello. La pioggia è come il fatturato: è un dato di fatto, una situazione esterna su cui l’allenatore non ha controllo. E anche qualora si riuscisse a spiegare compiutamente il perché e il per come del fenomeno atmosferico, il problema del non bagnarsi rimarrebbe. Pertanto, invece di perdere tempo ed energie a spiegare “perché piove”, tanto vale utilizzare quelle risorse per cercare di munirsi di un ombrello.

E un allenatore questo dovrebbe fare: trovare soluzioni praticabili. Perché dietro la “spiegazione” c’è sempre la “giustificazione” di un errore commesso, nel tentativo di addebitare a fattori esterni (il fatturato ad esempio) i propri sbagli. Il problema è che se non riconosco l’errore (la mancata copertura difensiva di Callejon), la prossima volta lo ripeterò uguale. La prossima volta uscirò ancora senza ombrello, e tornerò un’altra volta fradicio. E il Bonaventura di turno infilerà ancora il gol del pareggio.

In questo c’è la grande differenza tra la Juventus e tutte le altre squadre. In questo risiede l’essenza del motto “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”. In questa cultura aziendale orientata ai risultati, in questo rifuggire le “giustificazioni”, risiede un grande vantaggio competitivo tra la Juventus e il resto d’Italia. Nella presa d’atto dei propri errori, dopo la sconfitta con il Sassuolo, è stato posto il germe delle 15 vittorie consecutive.

Tutto questo però non risolve l’obiezione iniziale: noi juventini snobbiamo il fatturato perché siamo quelli col fatturato più alto. Vero, ma è anche vero che, varcati i confini nazionali, la relazione si inverte. Quando la Juve si confronta con Real, Barca, Bayern & co, il fatturato ci gioca contro.

Bene. Ora vi riporto le dichiarazioni di due allenatori juventini, che hanno dovuto affrontare il “problema” fatturato in tempi recenti.

Contro chi spende 48 milioni di euro per un solo giocatore, cosa puoi fare?” (A. Conte, conferenza stampa post eliminazione col Bayern Monaco)

“È un momento in cui bisogna lavorare con quello che si può. I campioni ce li comprano, noi facciamo difficoltà a comprare i campioni delle altre squadre, che per di più non vengono, preferiscono andare in Germania, in Inghilterra, in Spagna. Quindi, bisogna avere l’umiltà di capire che è un momento in cui bisogna lavorare a testa bassa e cercare di arrivare ai livelli dove eravamo. Io in questo momento non vedo prospettive di vittoria per una squadra italiana da qui per parecchi anni in Champions League. Per nessuna squadra italiana” (A. Conte, aprile 2013)

La Champions? È un torneo affascinante. Finora ho sempre passato il primo turno: quattro volte su quattro. E ho già raggiunto i quarti. Che è un obiettivo da non farci sfuggire. Il primo della stagione, comunque, sarà superare il girone. Ai ragazzi lo sto ripetendo: dobbiamo crederci. Bisogna credere nella possibilità di andare avanti in Champions fino alla fine. Poi è chiaro che quel che sarà, sarà. I quarti non sono un sogno, ma un obiettivo realistico. Dopo i gironi, la Champions diventa tutta un’altra cosa. Si passa all’eliminazione diretta. Dipenderà dagli abbinamenti, servirà anche un pizzico di fortuna. E poi dipenderà pure dalla condizione fisica che avrai. Può succedere di tutto. Lo ridico: bisogna crederci, avere fiducia. Ma anche essere realisti. Alla Champions partecipano squadre come il Barcellona, il Real, il Bayern e via dicendo che sono grandissime formazioni e hanno fatturati enormemente più grossi delle squadre italiane. Però ciò non vuol dire che la Juve non possa pensare di arrivare in finale. Noi dobbiamo fare la Juve. E quindi non possiamo non crederci. E poi vedremo. Bisogna crederci perché lo sport è questo. E noi abbiamo una squadra di grande qualità. E che ha pure grandi margini di miglioramento nei singoli. La Juve ha giocatori che devono ancora crescere. Pogba, Vidal, Marchisio, Coman, Llorente, lo stesso Asamoah, Morata… Tutti giocatori che se migliorassero il loro rendimento anche solo del 10 o del 20%, farebbero automaticamente crescere anche il valore della squadra” (M. Allegri, agosto 2014).

Ecco, sono convinto che molta differenza tra l’eliminazione ai gironi in quel di Istanbul e il raggiungimento della finale di Berlino stia molto più nella convinzione con cui i due allenatori hanno affrontato l’impegno Champions League, piuttosto che nel fatturato.

Perché se un allenatore non è in grado di convincere i propri giocatori che sia possibile farcela, allora non c’è speranza. Fatturato o non fatturato.

Stefano Ossimoroju29ro

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