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Perché Paratici ha fallito

Era il 29 settembre del 2018 quando Giuseppe Marotta, al termine di uno Juve-Napoli stravinto per 3-1, si presentava davanti alle telecamere per annunciare le sue dimissioni da Direttore Generale della Juve. In seguito a quell’evento, il 23 novembre dello stesso anno, Fabio Paratici diventava Chief Football Officer del club. Se tre indizi fanno una prova, quattro, come le sessioni di mercato passate sotto la guida di Paratici, diventano una cartina tornasole difficile da contraddire: Paratici non è all’altezza del ruolo di responsabilità che gli è stata assegnata sull’area sportiva. Già lo scorso anno erano nati dubbi sulle azioni intraprese dal Ds, dubbi che non solo non sono stati fugati, ma che sono andati oltre ogni negativa aspettativa, ricalcando il medesimo canovaccio caratterizzato da improvvisazione e superficialità che hanno prodotto evidenze che non eravamo abituati a vedere da anni.
Paratici, lo dicono i numeri, non sa vendere: le grandi cifre ricavate da cessioni in questi due anni, sono arrivate nell’ambito di operazioni che hanno prodotto plusvalenze incrociate: leggasi Pjanic-Arthur; Pellegrini-Spinazzola; Cancelo-Danilo (con quest’ultimo che tra quota di ammortamento e ingaggio risulterebbe invendibile anche per uno molto più bravo di Paratici) o dalla cessione di qualche giovane (leggasi Kean e Muratore). Perin, Pjaca, Pellegrini, De Sciglio, Douglas Costa sono stati prestati a titolo gratuito; a Higuaìn è stato risolto il contratto producendo un autentico bagno di sangue economico; stessa sorte per Matuidi con risultati sì positivi sul bilancio, considerando tuttavia che aveva rinnovato solo pochi mesi prima il contratto e che la stessa cosa era accaduta a Mandzukic nel 2019. Mi domando: che senso ha rinnovare un contratto a un giocatore quando, dopo pochi mesi, viene messo ai margini del progetto tecnico? E perché questa cosa è accaduta per due anni di fila? Il solo prestito di Rugani, stando ai comunicati ufficiali, ha fatto portare a casa 1,5 mln di corrispettivi per il prestito.
Senza contare la vicenda Romero: acquistato per 26 mln (più bonus) a luglio 2019, dopo un anno in prestito al Genoa è stato girato (sempre in prestito ovviamente) all’Atalanta per due anni al termine dei quali vedremo (forse) 16 mln d’euro. Sorte simile è toccata al sopracitato Pellegrini: prelevato dalla Roma nell’operazione che ha portato Spinazzola sotto il Cupolone, anche lui al secondo anno di prestito senza aver vestito per un solo minuto la maglia bianconera, pur continuando a incidere per ammortamento (e anche ingaggio?) sul conto economico di una società che ha registrato nell’ultimo esercizio perdite per circa 70 mln. Che senso ha avere seicento giocatori sparsi in giro, senza peraltro che ne arrivi in prima squadra anche solo uno forte (ma anche un mezzo scemo andrebbe bene a questo punto) se poi quella stessa prima squadra debba vivere d’inerzia fino al pensionamento di quelli forti per davvero, imbarcando mezze cartucce, bidoni e precludendosi la possibilità di investimenti dove davvero serve ( No, per il centrocampo non bastava solo Arthur, arrivato poi coi soldi di Pjanic)? Certo, il contesto legato al coronavirus non ha facilitato il lavoro in uscita, ma se 1) uno come Paquetà è andato al Lione per 20 mln 2) anche nel mercato 2019 Paratici non ha brillato per operazioni in uscita, al netto delle plusvalenze incrociate di cui sopra; forse bisogna fare un esercizio più impegnativo per scaricare sulla pandemia in corso tutte le mancanze del DS emiliano.
E se il mercato in uscita piange, quello in entrata non ride: Paratici ha cercato per due sessioni quel centravanti da affiancare a CR7, in modo da riempire l’area, creare spazi, fare a sportellate per il Portoghese, e perché no, segnare anche qualche gol. Due sessioni in cui per settimane intere si è inseguito un obiettivo, ingarbugliandosi in situazioni a dir poco paradossali: nel 2019 è stato il turno di Romero Lukaku che avrebbe potuto vestire il bianconero se solo Dybala (e pare che non volesse sentirne ragioni) avesse accettato Manchester come nuova destinazione. Quanto successo nel 2020 invece, sarebbe da censurare per carità di patria: Paratici è riuscito a infilarsi in un ginepraio burocratico dai tempi indefiniti per ripiegare poi su una quarta scelta di secondo piano (ma di questo ne parlerò tra qualche riga). Dapprima ha raggiunto un accordo con Milik, poi, esonerato (grazie a Dio, va sempre ribadito) l’allenatore che lo voleva, ha raggiunto un accordo col centravanti voluto dal nuovo allenatore, ma il cui arrivo era vincolato proprio al fatto che Milik, sedotto e abbandonato da noi, accettasse di andare nella squadra che avrebbe dovuto venderci il nuovo centravanti Edin Dzeko. Qualche giorno passato così; tra le bizze del Presidente cinepanettone e l’incapacità di fare la voce grossa con una delle squadre che più di tutte aveva necessità di liberarsi di un ingaggio come quello di Dzeko. Questa complicatissima trama non poteva che concludersi con la già menzionata quarta scelta di secondo piano: Alvaro Morata, quello che meno di tutti sembra poter impreziosire le qualità di Ronaldo, sperando con tutto il cuore di essere clamorosamente smentiti. Quello che, lontano da Torino, ha collezionato più ombre che luci tra Londra e Madrid (sia sponda Real che Atletico). Dulcisi in fundo, il trasferimento di Federico Chiesa per circa 50 mln tra prestiti, mutui, sconti e maxi rata finale: un giocatore che non ha mai messo piede in Europa, continente dove Sané, Thiago Alcantara, Reguillon, Hakimi sono stati venduti a cifre molto minori.
E infine, stante quanto scritto sopra, proprio non mi va giù che: quando dobbiamo comprare un giocatore con cui abbiamo l’accordo, siamo in balia del venditore, mentre quando vogliamo vendere o siamo in balia del giocatore che non vuole andare via o del club che lo vorrebbe prendere per i tre quarti di Gentile e i sette ottavi di Collovati, più la metà di Mike Bongiorno. A pelle, l’impressione è che appena una trattativa si fa complicata, o sull’obiettivo si intromette un concorrente, Paratici si ritiri dal gioco dopo aver fatto qualche figura così barbina, che il termine può essere solo un eufemismo in sostituzione di una più famosa sostanza organica. Non è roba da Juve, e spero che Agnelli rifletta su questo, altrimenti andare in tv a dire che la “Champions League è un obiettivo e non un sogno” è solo una grande presa per i fondelli.

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