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Quel Natale di dieci anni fa…

In questi giorni ho avuto occasione di recarmi alla Juventus Stadium.

“Cosa c’è di strano?”, qualcuno si chiederà.

Lo strano è che ho fatto ingresso in quel gioiello di architettura moderna durante un lunedì in cui non erano programmati eventi sportivi, verso le sette e mezzo di sera e mentre lo stadio era avvolto dal silenzio più assoluto. Mi attendeva l’amico Francesco Gianello, Direttore dello Juventus Stadium, per parlare di alcune iniziative che ci riguardano. Eravamo praticamente soli, a parte una gentile impiegata che ci salutava per tornare a casa.

Il Direttore mi ha gentilmente invitato a vedere il terreno di gioco, in quel preciso momento illuminato da lampade utili per far crescere l’erba. Era tutto così incredibilmente magico: quel silenzio irreale, quella luce soffusa che ricopriva le moderne poltroncine e quel verde accecante del prato, riscaldato da centinaia di lampade dalla luce bianca, intensa…

Sensazioni e pensieri fanciulleschi mi hanno investito: ho avuto quasi la certezza che sia le poltroncine, sia il prato si stessero riposando. Le prime, le poltroncine, erano in dolce attesa di tifosi scatenati, pronte a essere aggredite in occasione del prossimo goal di un gladiatore bianconero. Il prato, invece, stava attendendo il ritorno di affilati tacchetti, appartenenti a scarpette gloriose.

Ma era il silenzio che mi impressionava: un silenzio fatto d’infinita pace, quasi mistico, che si contrapponeva, con immensa dignità, al meraviglioso frastuono dei giorni delle gare. Un frastuono capace d’indossare tutte le volte un vestito elegante: fatto di organizzazione, disciplina, colore e folclore, che rende vivo lo stadio, così come siamo abituati a vederlo.

Tutto era meraviglioso, soprattutto quei due alberi di Natale, uno in bella vista all’interno della hall della Tribuna Agnelli, e l’altro immediatamente all’esterno della Tribuna stessa. Altissimo, luccicante e che ho rigorosamente fotografato con il numero 34 in bella vista.

“Ultimamente noi juventini trascorriamo dei Natali sereni e felici ”, mi ha detto il Direttore, all’interno del suo ufficio, mentre mi gustavo un delizioso cioccolatino della città di Gianduia. Meravigliosamente vero. Le soddisfazioni che i nostri eroi bianconeri e la Società tutta ci stanno regalando arricchiscono i nostri Natali, impreziosendo i nostri alberi con i colori che portiamo nel cuore.

Ma, seduti in quell’ufficio, com’era prevedibile, il pensiero di entrambi è volato al Natale del 2006.

Periodo in cui era ancora caldo il tema Farsopoli, che aveva spazzato la dignità di tredici milioni di tifosi, che aveva cercato di distruggere la storia e la gloria della Società calcistica più amata d’Italia, che aveva annientato forse la più bella rosa juventina di tutti i tempi, che aveva cancellato due dirigenti bravi come pochi, che aveva finalmente svelato la qualità attuale della stampa e dei giornalisti italiani, che aveva regalato uno scudetto alla squadra più perdente di tutti i tempi, che aveva fatto indossare lo smoking bianco, in segno di onestà, a giocatori di una società esultante per una prescrizione, che ci aveva regalato un processo napoletano divertente come un film di Totò, che ci aveva retrocesso nell’inferno della Serie B e che ci aveva tolto due scudetti vinti “sul campo”.

Una ferita ancora aperta, ma che sanguinava maledettamente durante quel Natale 2006, per tutti i tifosi juventini, che avevano anche potuto assistere alla vicenda di Gianluca Pessotto, il nostro striscione di umanità e lealtà. Gianluca era stato un caposaldo di quella compagine, di quel gruppo che aveva aperto un ciclo nel 1994 e solo un “golpe” ben strutturato poteva ridurlo in macerie.

Il giorno che arrivò la notizia che riguardava il nostro grande terzino, fu come una seconda coltellata per tutto il mondo juventino, dopo il dramma sportivo della retrocessione. Una brutta storia, che per fortuna è finita bene, con Pessottino ancora tra noi e responsabile del settore giovanile della Juventus. Un pilastro per il presente e per il futuro della Società di Corso Galileo Ferraris.

Ma quel 2006 non era ancora finito, e aveva in serbo ancora brutte novità per i tifosi della zebra:

“Mi telefonarono e mi comunicarono che mancavano all’appello due ragazzi delle giovanili”. Parole del Direttore Gianello, riferendosi ad Ale e Ricky.

“Era il 15 dicembre, era in programma l’anticipo con il Cesena di serie B. Dovemmo rinviare la partita…un dramma immenso…”, commentava sommessamente.

In questi anni ho avuto la fortuna di conoscere i genitori di Ale e Ricky, persone con il dolore tatuato nello sguardo, che prende luce soltanto durante le serate in ricordo dei loro figli, che un laghetto gelato decise di trasformare in angeli…angeli bianconeri…

Quella fu la vera tragedia di quel Natale 2006.

Quando la morte si porta via due giovani creature, con la loro voglia di aggredire la vita e di scalare il mondo è qualcosa di devastante, che porta a banalizzare anche uno scudetto scippato. Resterà per sempre nella mia mente la frase che apriva un bellissimo filmato in ricordo dei due giovani bianconeri, e che ho già avuto modo di riportare in passato:

“Cos’è un ricordo? Qualcosa che hai o qualcosa che hai perso per sempre?

Entrambe le cose, oserei dire.

Due angeli che abbiamo perso per sempre, ma che, grazie al ricordo, continuano a giocare a calcio nei nostri cuori e, soprattutto, in quelli delle famiglie Neri e Ferramosca.

Tutto questo abbiamo commentato con il Direttore, mentre ammiravo l’infinità di foto appese alle pareti, che ritraevano coppe, scudetti, giocatori esultanti e felici: immagini di vita. Ma noi avevamo parlato di morte in quel preciso momento, colpevole di aver scelto due giovani con il piede sul primo gradino nella scala della vita.

Accennammo anche a Bruxelles, e a quel mio salto dal muro della Curva Zeta, ricordando le grandi tragedie, che saranno per sempre legate alla storia della Juventus.

Ma la vita va avanti, come è giusto e umano che sia, e allora sono uscito e mi sono fermato di fronte al superbo albero all’esterno, mentre il silenzio della notte era ancora più assordante e l’umidità m’inondava spietata, ragionando che anche il prossimo Natale calcistico bianconero sarà sereno per gli innamorati di Madama, grazie a una squadra vincente ormai da sei anni. Una compagine che ci ha fatto dimenticare quello drammatico di dieci anni fa, il più amaro, triste e sfortunato della storia calcistica juventina. Compagine costruita da grande maestria da una dirigenza illuminata, capitanata da un membro della famiglia Agnelli, cresciuto a pane e Juve e con il business mondiale come punto di riferimento.

Un Natale, quello del 2006, che ci regalò brutte sensazioni e sentimenti, ma che forse ha aiutato un popolo di tifosi a crescere, ad arricchire la propria fede e la propria dignità calcistica. Ma soprattutto ad assaporare ancora con più grande gioia i trionfi, come sempre rigorosamente “sul campo”.

“Non conta quante volte cadi, ma quante volte ti rialzi”, disse il grande Vince Lombardi.

Buon Natale tifosi bianconeri.

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