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Questione biglietti, la sentenza di primo grado

Nel primo pomeriggio il Tribunale Federale ha emesso la sentenza di primo grado sulla vicenda biglietti che vedeva coinvolti Andrea Agnelli e i dirigenti Francesco Calvo, ex direttore marketing, il security manager Alessandro D’Angelo nonché il responsabile del ticket office Stefano Merulla.

A fronte delle pesantissime richieste delle Procura, 30 mesi di inibizione ed € 50.000,00 di multa per il presidente, sei mesi per Calvo, diciotto mesi per Merulla, ventiquattro per D’Angelo (più € 10.000,00 di ammenda per questi tre), € 300.000,00 di pena pecuniaria alla società, oltre alla disputa di due gare a porte chiuse e una terza con la chiusura della sola curva sud, il Collegio giudicante ha “alleggerito” la posizione degli incolpati, comminando ad Agnelli, Calvo e Merulla l’inibizione temporanea di mesi dodici, per D’Angelo la squalifica di mesi quindici e la multa di € 300.000,00 alla Juventus Football Club per responsabilità diretta.

Il Tribunale ha, infine, rigettato la richiesta di estendere le sanzioni all’ambito Uefa e Fifa per Andrea Agnelli.

Leggendo la motivazione balza subito all’occhio un dato di non poco conto, ovvero i Giudici hanno escluso qualsivoglia collegamento tra la società (e i suoi dirigenti) e la malavita organizzata.

La prova regina, in proposito, viene individuata nell’interruzione immediata dei rapporti allorché veniva a galla l’indagine (e i relativi nominativi) della Procura della Repubblica di Torino sulle infiltrazioni pericolose in curva sud.

Era proprio su tale presunta connivenza che il dottor Pecoraro aveva fondato le sue durissime richieste di condanna, convinto che in primis Agnelli fosse consapevole dell’estrazione criminale di alcuni dei suoi interlocutori.

Entrando nel merito delle dissertazioni articolate nel verdetto, si scorge come l’assunto difensivo del presidente, basato su un’ampia libertà di movimento lasciata ai propri collaboratori sulla gestione dei rapporti con la tifoseria, non abbia convinto il Collegio.

Quest’ultimo ha replicato che, qualora così fosse stato, sarebbe stata necessaria una delega scritta da parte del primo dirigente contenente le direttive impartite ai suoi sottoposti, oltre a un’attività successiva di verifica sul rispetto delle direttive medesime.

Non essendo stata fornita prova dell’una (la delega) e dell’altra (la verifica) di conseguenza siffatta tesi non ha potuto trovare accoglimento.

Sul punto potrebbe essere mancata (il condizionale è d’obbligo, non conoscendo gli atti) una “collaborazione” tra gli incolpati, nel senso che Calvo, Merulla e D’Angelo, i quali rendevano dichiarazioni sostanzialmente confessorie, sia pure dettate dall’esigenza di garantire l’ordine pubblico, avrebbero potuto confermare le asserzioni del presidente, scagionandolo.

Neppure agli altri tre dirigenti veniva concesso credito sulle giustificazioni fornite del proprio comportamento, qualificato dagli stessi in un certo senso “obbligato” dal quieto vivere e dal mantenimento di una situazione pacifica dentro e fuori lo stadio.

I magistrati non hanno ritenuto veritiera questa ipotesi, ribattendo che il lungo lasso di tempo trascorso (circa cinque anni) dall’inizio delle condotte contestate lascia pensare, piuttosto, che la società ricevesse un rilevante introito economico da questa gestione della biglietteria, modus operandi che sarebbe potuto continuare qualora l’inchiesta torinese non avesse scoperchiato il vaso di Pandora.

Chiaramente, da un punto di vista difensivo, non si può essere soddisfatti di questa pronuncia, sia pure meno gravosa rispetto alle richieste di pena iniziali, soprattutto con riguardo alla posizione di Andrea Agnelli, se si tiene nel debito conto che i rapporti con il tifo organizzato erano soggetti al controllo della Digos.

Ma tant’è, siamo solo al primo round.

La società ha già preannunciato, come ampiamente prevedibile, ricorso in appello alla Corte Federale.

Stay tuned.

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