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Intervista a Sergio Brio, uno dei 5 che ha vinto tutto (in maniche corte)

Buongiorno Sergio.

È un grandissimo onore per noi di J3S poter intervistare una delle 50 stelle dello Juventus Stadium, un giocatore amato per la sua dedizione al lavoro, alla maglia, ai valori più puri dello sport.

Partiamo da lontano, dalla sua Lecce dove nasce nell’agosto del 1956. 
Per quale squadra faceva il tifo?

Innanzitutto grazie a Juve a Tre Stelle per l’opportunità di parlare di calcio e di Juve.

È proprio la Juve la squadra per cui batteva il mio cuore di bambino, non lo dico per piaggeria ma è così: la Puglia è un vero Feudo bianconero.
È stato un sogno per me passare dal giocare con le figurine a trovarmi in uno spogliatoio con mostri sacri come Zoff, Causio, Bettega, Capello.

Inizia proprio a Lecce, dove la impiegavano come centravanti. Le doti nel gioco aereo erano innegabili, ma come se la cavava come punta?

Ho iniziato a Lecce a 8 anni e come tutti inseguivo il momento meraviglioso del goal, mi piaceva fare la punta e facevo pure valanghe di reti. In squadra con me c’era anche il padre di Graziano Pellé, neo convocato di Conte.

Feci una partita come punta anche nella Nazionale Juniores, quindi tanto male non me la cavavo.

Dopo qualche tempo il mio allenatore dell’epoca, Adamo, ebbe l’intuizione di spostarmi al centro della difesa: col senno del poi devo dire che ci vide giusto, anche se, chi può dire dove sarei arrivato come centrattacco?

La Juve la nota e la porta a Torino. Come fu il salto dal Salento al Piemonte? Quali difficoltà incontra un giovane calciatore come era lei?

Era un salto enorme e io non ero ancora pronto, avevo 18 anni e non ero mai stato lontano da casa.

Mi sistemarono bene, in un pensionato che condividevo con giovani promesse come Paolo Rossi, Zanone, Marangon. Ma non era facile, la nostalgia in certi momenti era fortissima.

Mi facevano allenare con la prima squadra e quello era un gruppo fantastico che faceva sentire tutti noi ragazzini parte di qualcosa di grande che era la Juve. Fu un anno di transizione che mi formò nella tempra e mi insegnò molto come atleta e calciatore.

Nei tre anni successivi la mandarono a “farsi le ossa” a Pistoia dove disputò degli eccellenti campionati.

Pistoia mi ha dato coscienza dei miei mezzi e rinfrancato. Sono partito dall’ABC del calcio, in fondo fino a quel momento avevo solo giocato nei campionati giovanili: lì cominciai a giocare “coi grandi”, coi “professionisti”.

La Juve mi seguiva ogni santa Domenica mandando talvolta Vycpalek e talvolta Parola. Le relazioni erano positive, io continuavo a crescere. Quando mi hanno reputato pronto mi riportarono a Torino.
Il mio ruolo era quello del Vice-Morini. Francesco non finirò mai di ringraziarlo per i consigli e il sostegno.

Era uno stopper formidabile.

Esordio in Juve-Napoli (1-0 con goal di Tardelli). Da marcare c’era Beppe Savoldi, Mister Miliardo.
Che ricordo ha del suo esordio ?

Dopo alcuni mesi di apprendistato senza scendere in campo, il Mister decise di farmi fare il grande salto. L’esordio non lo dimenticherò mai. Devo ringraziare i compagni che mi aiutarono durante la settimana d’approccio alla partita.

Ero emozionatissimo.

Ricordo in particolare le parole di un calciatore immenso come Franco Causio che 5 minuti prima di iniziare si avvicinò e mi disse: «Sergio, non ti preoccupare di Savoldi. Sei pronto. Vedo tutti i giorni come ti alleni e quello che sai fare, sono certo che con te oggi te non toccherà un pallone. E sui calci d’angolo vai sotto, io guarderò e cercherò soltanto te, perché di te mi fido».

Sapere che uno come Causio, campione innato, ha la sensibilità e la gentilezza di dirti queste cose, fa capire cosa era quella Juve forgiata da Trapattoni e Boniperti. Il Barone era uno che se lo vedevi giocare in allenamento e alla domenica ti stropicciavi gli occhi da quanto era forte ed era lì a incoraggiarmi.

In merito alla partita, andò molto bene. Savoldi si vide poco.

Trap maestro di calcio e vita. Quanto muro ha fatto col piede sinistro, col Trap che la osservava?
Brio e Trapattoni

Le ore e ore di muro le feci a Lecce con Mister Adamo, un secondo padre.
Le stesse attenzioni le ebbe Trapattoni, soprattutto nei primi mesi in cui non giocavo: si fermava con me ad allenamento finito e assieme affinavamo la tecnica.

Alle sue spalle aveva un atleta ed un uomo unico nel suo genere: Gaetano Scirea. In campo, in cosa era speciale?

Gaetano era soprattutto un uomo speciale: umile, per bene, buono. È il ragazzo a cui ogni padre sarebbe felice di dare in sposa la propria figlia.

Con lui ho giocato 8 anni. Avevamo un sincronismo perfetto, bastavo uno sguardo per capirci.

In porta nei suoi anni un monumento come Zoff e il mio portiere preferito: Stefano Tacconi. Mi racconta qualcosa di quei due?

Dino e Stefano sono due persone opposte.

Zoff serio, taciturno, professionista esemplare.

Tacconi molto più estroverso e per quanto si diceva, libertino. Era un bel ragazzo e anche se io non gli andavo appresso son sicuro che la sua parte l’ha fatta eccome. Tra i pali era un istintivo e un trascinatore.

Entrambi fortissimi.

Negli anni ’80 il dualismo al vertice era quello di oggi: Juve e Roma, Boniperti e Viola. Erano incredibili i suoi duelli con Pruzzo, sembravate due guerrieri. Contrasti roboanti e stacchi imperiosi. Come erano quelle partite?

Juve – Roma anche allora era una fucina di polemiche da cui io cercavo di stare lontano. Nei giorni antecedenti eravamo circondati di cronisti che cercavano di strappare qualche scoop.

In campo è vero, erano dei bei duelli. Con Pruzzo coltivo tuttora una bella amicizia e c’è stima reciproca.Brio in Juve - Roma

In campo Roberto era un burbero: borbottava e rimproverava spesso anche i suoi compagni. A parole, cercava sempre di metterti pressione.

Ma io non arretravo mai di un millimetro, anzi facevo sempre un passo in avanti.

6/3/83 Roma-Juve 1-2 Falcao Platini e… Brio all’86. Goal e il morso di un cane lupo…

Quella partita la ricordo bene. Accorciammo in classifica anche se alla fine lo scudetto lo vinse la Roma.

A partita finita fui intervistato in diretta da Galeazzi. Nei pressi c’era un militare con un pastore tedesco al guinzaglio: come successe ancora non l’ho capito, ma mi azzannò con forza tant’è che porto ancora i segni alla gamba. Era un vero lupacchiotto.

Nel libro “C’era una volta Camin” viene mirabilmente descritto dal cantore siculo come il prototipo dello stopper inglese, la chiamava “il trampoliere”. Mi dà il suo contributo a ricordare questo fuoriclasse della carta stampata?

Bel libro che ho avuto il piacere di leggere. Gambelli è un bravo ragazzo e scrive bene, come Beccantini, ovviamente.

Caminiti aveva cuore grande e competenza calcistica, uniti a un caratterino niente male. La sua penna sapeva essere tagliente: se non entravi nelle sue grazie, ogni domenica erano bacchettate.

Aveva capacità non comuni come giornalista, i suoi erano pezzi da incorniciare. Un poeta prestato al mondo del calcio.

Nella mia mente Brio è la dietro, dove infuria la battaglia. Ed e’ sempre con 4 etti di gel per la mascagna e le immancabili maniche corte. Nel mio immaginario era come dire al centrattacco avversario: vieni, mi son pure rimboccato le maniche, ora ti sistemo io.

In realtà, perché sempre in maniche corte, pure in mezzo alla neve?

Le maniche lunghe mi davano un fastidio fisico, le vivevo come un impedimento: mi sentivo più a mio agio con le maniche corte, mi pareva d’avere mani e braccia più libere.

Ricordo una serata di Coppa in Islanda a meno quindici, sempre con la mia divisa estiva.

L’hanno sempre dipinta come un difensore arcigno e risoluto. In realtà, il suo score è quasi immacolato: 378 presenze, 24 goal e 1 solo cartellino rosso. Come giocava il muro Sergio Brio?

Vero. L’unica espulsione fu in Napoli-Juve 1-0 col famoso goal di Maradona su punizione all’incrocio dei pali da dentro l’area di rigore. Una punizione magistrale.

Brio e CarecaIl mio gioco era semplice: studiavo l’avversario e cercavo di renderlo il più innocuo possibile portandolo a “girarsi” dalla parte del piede più debole. Giocavo sempre a stretto contatto cercando l’anticipo. Ero tosto, ma mai duro gratuitamente.

Il duello “uno contro uno” sembrava esaltarla. Adesso si difende in modo diverso. Come si troverebbe Brio a marcare a zona, nelle difese di oggi?

Mi troverei bene. Ai miei tempi le squadre inglesi, che andavano per la maggiore, avevano tutte difensori molto alti, come il sottoscritto. In Italia invece, ero una mosca bianca. Se poi si guarda bene e si capisce di calcio, il Trap giocava già una specie di zona mista.

Avete mai visto Cabrini seguire l’uomo a destra o Gentile seguirlo a sinistra ? Si scalava, a zona. Quindi credo che non avrei grosse difficoltà.

Ci racconti come erano le firme dei contratti con quella volpe e gran taccagno di Boniperti?

Il racconto si fa presto a farlo: in 4 ore si firmava tutti. Rigorosamente in bianco, la cifra la metteva lui. Se non ti stava bene, non stavi alla Juventus. Oggi è esattamente l’opposto con i Presidenti ostaggi dei calciatori.

Un giorno buio per ogni sportivo: era all’Heysel, in quella maledetta notte di lacrime. Quello che mi sono sempre chiesto è: davvero non sapevate cosa era successo fuori? Come era possibile?

Non conoscevamo la realtà dei fatti. Ci era stato detto solamente di un morto in un tafferuglio fuori dallo stadio.

Boniperti non voleva giocare per onorare la memoria del tifoso deceduto. Si riunì d’urgenza il comitato dell’UEFA che intimò a Boniperti di giocare minacciandolo di assegnare lo 0-3 a tavolino e di considerarlo da quel momento in poi responsabile di tutti gli episodi che potevano scatenarsi in caso di sospensione dell’incontro. La società fu pertanto messa di fronte all’obbligo di scendere in campo. Ribadisco, all’oscuro d quanto stava succedendo.

La partita, per quel poco che conta, fu partita vera. Chi dice o crede il contrario non è Juventino.

Curiosità: quell’anno pure in Supercoppa contro il Liverpool ha marcato Ian Rush, che era descritto come infallibile cecchino. Alla Juve è passato da bomberissimo a bidone. Perché falli il buon Gallese?

Era un grande attaccante, difficile da marcare.Brio e Rush

Mi perdoneranno della battuta, ma è profondamente diverso ricevere i lanci di Platini o quelli di Magrin. Quella del dopo Platini era una Juve di transizione, alla fine di un ciclo, che si stava riorganizzando per futuri trionfi. E questo non aiutò Rush.

Quali sono stati gli attaccanti che l’hanno messa più in difficoltà e perché?

Senza dubbio Van Basten. Era un giocatore completo, forte con entrambi i piedi e abile di testa, gran fisico ma con una tecnica e una velocità nel breve pazzesca.

Non aveva punti deboli. E se hai queste doti, metti in difficoltà chiunque.

Lei é uno degli eroi di Tokyo. Uno dei rigoristi, cosa che molti non si sarebbero aspettati. Tra mille trombette, l’immagine nitida nella memoria è di Platini sdraiato sul prato dopo il goal annullato. Chi era per voi Michel, in campo e fuori dal campo?

Innanzitutto una persona intelligente, lo dimostra la carriera fatta all’interno delle istituzioni calcistiche.

In campo è uno dei giocatori più forti mai visti in Italia. Tecnica, tattica, astuzia. Nei momenti di difficoltà sapeva sempre trovare il modo di uscirne. Un vero leader.

Solo 5 calciatori al mondo possono vantarsi di aver vinto tutti i trofei Uefa e Fifa. Solo 5 su migliaia. Tra questi un olandese, Danny Blind e 4 bianconeri Cabrini, Scirea, Tacconi….e Brio. Lo sapeva?

È una statistica che mi rende orgoglioso. Uno dei cinque…

Significa che qualcosa di buono l’ho fatto anch’io, nel calcio.

4 scudetti, 3 coppe italia, tutte le coppe. Sempre titolare inamovibile. Nonostante ciò non hai mai giocato in Nazionale maggiore. Come se lo spiega?

Non me lo spiego perché non me lo sono mai chiesto. Non era un cruccio. Giocavo per la mia squadra del cuore, giocavo e vincevo Trofei per la Juve: quella era la mia Nazionale, non potevo desiderare di meglio.

La sua ultima partita in bianconero è la vittoriosa Finale di andata della coppa Uefa vinta contro la Fiorentina per 3-1. Avrebbe mai immaginato che quella sarebbe stata la tua ultima con la seconda pelle bianconera addosso?

Sapevo che era la mia ultima stagione. Era già tutto programmato da tempo, come ogni cosa che succedeva in quella società.

Vice allenatore della Juve a fianco del Trap. Nel Palmares un’altra coppa UEFA 92-93. Ci racconti del Trap.

Un grande gestore del gruppo e una grande competenza calcistica. Era paziente, sapeva parlare ma anche ascoltare. Aveva umiltà, sapeva organizzare e programmare tutto, non lasciava nulla al caso.

Al Mons in Belgio una sorprendente salvezza e un esonero. Poi non ha più allenato.In Italia non ha mai avuto altre opportunità?

La salvezza al Mons fu un piccolo capolavoro, la situazione era disperata. L’anno dopo qualche partita con risultati deludenti ed arrivò l’esonero. Peccato.

Al mio ritorno in Italia, sono sincero, non ho avuto particolari opportunità di continuare nella professione, ma sono comunque contento di quel che faccio adesso.

La sua Juve, quella di Platini e Cabrini, di Gentile e Tardelli, di Paolo Rossi e Scirea, vincerebbe anche oggi in Italia e in Europa?

Credo proprio di sì. Eravamo una squadra fortissima. Senza punti deboli.

Potendo scegliere tra le altre 49 stelle che le fanno compagnia allo Juventus Stadium, chi regalerebbe alla Juve di Mister Allegri ?

Con tutto il rispetto per chi gioca ora nella Juventus, credo che i giocatori della mia generazione, di quella irripetibile Juve degli anni ’80, farebbero tutti comodo.

Dove può arrivare Mister Allegri in Europa?

Mi auguro il più lontano possibile anche se al momento vedo squadre più attrezzate di noi.

A bruciapelo: scegliendo tra tutti i calciatori con cui hai giocato, qual’è il suo 11 ideale?

Risposta semplicissima: Zoff Gentile Cabrini Furino Brio Scirea Bettega Tardelli Paolo Rossi Platinì Boniek.

Juve 1982 - 1983

Un’ultima domanda. Chi le sarebbe piaciuto marcare dei centravanti venuti dopo di lei: Vialli, Batistuta, Ibrahimovic, Trezeguet, Ronaldo, Tevez…..o chi altro?

Sono giocatori di generazioni diverse, difficilmente comparabili.

Ma nella mia carriera di campionissimi ne ho marcati eccome, non dimentichiamo che il meglio del calcio mondiale, negli anni ’80, era tutto in Italia. Ogni squadra annoverava un fuoriclasse: basti pensare che, a titolo di esempio, l’Udinese che di certo non competeva per il titolo, schierava Zico. Con Edinho, Causio, Mauro.

Oggi, i campionissimi giocano altrove.

Grazie di tutto Sergione, grande stopper e grande uomo. È stato un piacere sentire le sue risposte da vero cuore bianconero.

Fino alla fine Forza Juventus.

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