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“Siamo l’alibi di chi non vince mai”

Ormai mancano solo le cose formali per cucirsi sulla maglia il settimo scudetto consecutivo. Un dominio talmente marcato e incontrastato che sembra impossibile ci siano ancora polemiche e mistificazioni sul reale valore di questa squadra.

Eppure, mai come oggi, la frase del titolo assurge a verità assoluta: la Juve è l’alibi di chi non vince mai.
L’ultimo a farne “buon” uso è stato De Laurentiis: “Vediamo se vinciamo le prossime due domeniche, a quel punto possiamo fare i calcoli sui possibili otto punti in più. A quel punto potremo dire ‘strunz’ a chi ha creato questo casino, di modo che l’anno prossimo questo ‘strunz’ non lo crei. A un certo punto, se manteniamo la distanza di sei punti dalla Juventus, se ci sono stati rubati otto punti io dichiaro che lo Scudetto è del Napoli. Qualcuno ci ha levato lo Scudetto, a quel punto”.
Versione molto diversa rispetto a quello che aveva detto solo pochi giorni prima: “Credo a un’altra cosa: all’inizio dell’anno abbiamo dovuto anticipare il ritiro perché avevamo un preliminare Champions e questo vuol dire che finirai prima il tuo carburante. A meno che tu non adoperi tutti i giocatori della rosa che hai. Campionato falsato? Io non credo. Sabato sono successe tante cose, perché ci possono essere state anche delle scelte dell’allenatore dell’Inter non condivisibili ad aver deciso il risultato. Negli ultimi cinque minuti ha fatto due cambi, ha fatto uscire Icardi, i giocatori sono entrati a freddo e chi è entrato non ha mai la stessa tensione di chi esce”.

In buona sostanza, prima ha dato una spiegazione di campo, poi ha trovato l’alibi nella Juventus. Perché? Beh, perché si è reso conto di essersi tirato la zappa sui piedi. Già, perché se il Napoli, per la seconda volta, non è riuscito a vincere lo scudetto, la colpa è soprattutto sua e di Sarri.

La prima volta è stato due stagioni fa. Nel 2015/16 la Juve partì malissimo, con solo 10 punti nelle prime 12 giornate ed un distacco importante rispetto alla testa della classifica. Allegri, invece di piangere sul mercato, gli arbitri e la sfiga, si concentrò sulla squadra, “tornò” al 352, blindò la difesa e la BBC ci portò alla conquista dello scudetto.
Al Napoli invece nel mercato di gennaio sarebbe servito innestare in rosa un paio di giocatori forti, per dare il cambio ai titolarissimi. Contrariamente alla Roma, che soldi non ne ha e non ne può spendere, il Napoli ha un bilancio florido e non ha indebitamento; volendo, avrebbe potuto permettersi di comprare giocatori di qualità. Invece arrivarono Alberto Grassi e Vasco Regini che, con zero minuti giocati, nulla potevano dare e nulla diedero alla lotta per lo scudetto.
Non solo. Nella rosa del Napoli di quella stagione militavano 4 ottimi attaccanti: Higuain, Callejon, Mertens e Insigne. Sarri non riuscì mai, né ci provò, a farli coesistere: il 433 è il modulo-dogma della sua avventura a Napoli e da quello non si transige. Il sorpasso avvenne all’88esimo minuto dello scontro diretto di febbraio, ma il destino era comunque segnato.

Tanto per dire…. Allegri, che dogmi e preconcetti invece non ne ha, alla 20esima giornata del campionato 2016/17 trovò il modo di far coesistere Mandzukic, Higuain, Dybala e Cuadrado (con Dani Alves terzino e un centrocampo composto da Pjanic e Khedira!) e svoltò la stagione, conquistando scudetto, Coppa Italia e portando la squadra alla finale di Champions League.
La differenza è tutta qui: ancora una volta, di fronte alle difficoltà, la Juventus ha guardato dentro di sé e, senza inventarsi alibi, ha trovato la forza e le risorse necessarie per arrivare fino in fondo.

Non accetto che una cosa non si può fare, che non sia per la propria responsabilità. Io non accetto da parte dei miei giocatori che mi vengono a dire: “questo non posso, perché…” e il perché non c’entra con loro; dal gioco, al resto” (J. Velasco). I vincenti ragionano in questo modo.

Questa stagione, in fondo, non è stata poi così diversa dalle precedenti. La Juve riparte dal modulo che l’aveva portata fino in finale di Champions, ma le cose non funzionano al meglio: troppi gol subiti e poca compattezza, sia tattica che mentale. La sconfitta a Genova con la Samp e i 4 punti di ritardo dalla vetta alla 13esima giornata suonano già come un sinistro campanello d’allarme. Allegri cambia ancora: uno sguardo ai problemi, si cercano all’interno le soluzioni, si vara il centrocampo e 3 e via col vento. Eppure sarebbe stato molto più comodo e deresponsabilizzante piangere sulla spinta subita da Khedira nel gol vittoria della Samp. E invece…

Il Napoli? Parte presto, per via dei preliminari di Champions League. Parte bene, ma si sa che faticherà ad arrivare in fondo. Sarri e De Laurentiis commettono lo stesso errore di due stagioni prima: zero turnover (i cambi solo a seguito di infortunio e sempre ruolo su ruolo, mai un’idea nuova) e nessun rinforzo per la rosa.
Ricordiamo che il Napoli ha un conto economico assolutamente florido; ha chiuso il bilancio 2016/17 con un utile record di 66 milioni, la posizione finanziaria netta è positiva per € 110,69 milioni (addirittura in miglioramento rispetto ai 76 milioni nel 2015/16) e non ha debiti finanziari: se De Laurentiis non investe in giocatori non è perché non può, è perché non vuole.
Nonostante questo, nonostante fosse in grave difficoltà psicofisica, grazie al tentato suicidio della Juve (pareggio a Crotone, sconfitta abbastanza casuale in casa col Napoli), il Napoli si è trovato ad avere un’occasione irripetibile per vincere lo scudetto. Una volta esaurita l’euforia per la vittoria al 90esimo contro l’Inter infatti mi sono detto: “dobbiamo andare a vincere a Roma e la squadra sta appena appena in piedi; mi sa che il sorpasso è solo rimandato”. Invece il Napoli, piangendo sul mancato giallo di Pjanic, si è schiantato a Firenze, consegnando lo scudetto nelle mani della Juventus.
Di una cosa sono sicuro: a parti invertite la Juve sarebbe rimasta concentrata sulle cose da fare, senza disperdere energie mentali in lamentele inutili, e sarebbe andata a Firenze ad azzannare la preda scudetto.

Ad ogni modo, Sarri e De Laurentiis si trovavano così a dover giustificare una stagione fallimentare: subito fuori dalla Champions e con poca gloria, fuori anche dalla Coppa Uefa ed eliminati presto in Coppa Italia, battuti in campionato nonostante si fossero create condizioni favorevolissime, non restava che analizzare i propri errori e farne tesoro per il futuro; oppure ricorrere al solito comodo alibi che si chiama Juventus. E così è stato.

Il solco che la Juve ha scavato in questi anni non è solo economico e tecnico: è anche e soprattutto mentale. E non credo che la situazione, grazie al clima creato e alimentato da certi giornalisti, cambierà tanto presto.

Meglio per noi.

Adesso, in barba a tutto e tutti, non rimane che l’ultima formalità prima dei festeggiamenti.

#FinoAllaFine

1 Commento

  1. RikII

    14 maggio 2018 alle 00:08

    che il signore conservi i nostri avversari sempre così!! sarebbe la garanzia di rimanere al vertice ancora molto a lungo.
    la principale differenza tra squadre con mentalità vincente e “buone squadre” che sanno solo avvicinarsi a successi importanti sta tutta in questo dettaglio. se si sa analizzare lucidamente il momento no, e si cerca di migliorarsi ci sono molte possibilità uscirne ancora piu forti. altrimenti si rischia di entrare in un circolo negativo di autoassolvimento (“non è colpa nostra, è colpa di xvz fattori esterni”) che porta a uno stallo delle prestazioni, diventa quasi impossibile fare quel salto di qualità necessario per eccellere e vincere davvero qualcosa di importante.
    sarei molto più preoccupato se napoli/roma/inter ci considerassero un “buon modello” da seguire e provassero a capire i segreti del nostro successo. finchè si sentono migliori, e superati in classifica solo per “insormontabili forze esterne” possiamo stare piu tranquilli.
    io credo che in questo aspetto sia fondamentale la società, perchè ricordo anche in quelle poche volte in cui sembrava trapelare un leggero “giustificazionismo” su prestazioni poco positive, interventi del presidente o altri dirigenti per far tornare a fare autocritica e non pensare ad altro.
    la più lampante è stata all’inizio del campionato 2015/2016, quando a dire il vero stava (timidamente .. niente di eclatante .. però c’era) prendendo piede una linea di pensiero del tipo “abbiamo cambiato tanti uomini, serve tempo ..”. ma a un certo punto il presidente Agnelli “tuonò” letteralmente con un’intervista in cui dichiarò schiettamente che un inizio di campionato del genere era totalmente INACCETTABILE.
    parole di questo tipo sono di un’importanza fondamentale, e se le confrontiamo con quelle di dirigenti di altre squadre è più facile capire perchè in Italia di anno in anno continuiamo a ottenere successi su successi.

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