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A quale stadio ci troviamo?

Con questo articolo iniziamo ad approfondire una tematica di largo interesse che spesso viene trattata con superficialità dai media tradizionali, ovvero la situazione degli stadi in Italia e più in particolare l’impiantistica correlata al calcio. L’informazione in questo settore è frammentaria ed essendo i tempi burocratici italiani piuttosto lunghi (eufemismo) si rischia di perdere il filo del discorso: dalla presentazione di uno studio di fattibilità alla posa della prima pietra possono trascorrere anni, per non dire decenni, nella benaugurata ipotesi in cui l’iter si concluda in maniera favorevole.

Perché in Italia è così difficile avere uno stadio di proprietà? Perché in altri Paesi è stato più facile? Di chi è la colpa? Quando migliorerà lo stato delle cose?

A queste ed altre domande proveremo a dare una risposta quanto più possibile chiara ed esauriente, non facendo altro che andare ad analizzare la casistica che il panorama nazionale ci propone, i modelli e le metodologie eventualmente seguiti per ottenere risultati positivi e quelli che hanno invece causato situazioni di stallo, nonché le prospettive future, compiendo laddove sia possibile un raffronto con esempi presi in prestito dallo scenario internazionale. Ovviamente il tutto verrà esaminato da un punto di osservazione privilegiato, ovvero quello di chi uno stadio di proprietà lo ha già e, per il momento, porta il nome di Juventus Stadium.

La problematica è radicata in un passato ormai abbastanza lontano ed è certamente emblematica di come in Italia sia difficile fare business attraverso lo sport, in particolare con il calcio. L’aspetto in cui il gap con il resto d’Europa si allarga a dismisura sta nella cultura politica ed imprenditoriale, nonché nei rapporti che interconnettono i due ambiti: senza normative certe ed applicabili (oltre che dalla certa applicazione) è difficile favorire gli investimenti da parte di una classe imprenditoriale antiquata nelle maniere e nei metodi, poco dinamica e disposta a rischiare. Non parliamo nemmeno dell’abisso tra il nostro calcio e gli sport professionistici made in U.S.A. laddove il prodotto è funzione della massimizzazione del guadagno in tutto e per tutto. In Italia, per decenni, possedere una squadra di calcio è stato, ed è tutt’ora, un mezzo attraverso il quale le ricche famiglie di industriali o personaggi più o meno discutibili dell’imprenditoria hanno incrementato il prestigio personale o quello delle proprie aziende.

Uno status socio-politico più che un modo per fare affari. Lo si vede in Lega Calcio o in Federazione quando arriva il momento di assegnare le poltrone. Da altre parti i grandi magnati fanno a gara per acquistare i club calcistici, organizzati come vere e proprie macchine da soldi, per cui investire capitali garantisce ritorni assicurati in termini di immagine e non solo quelli.

In tal senso i Mondiali di Calcio disputati in Italia nel 1990 sono stati la più colossale occasione mancata per il calcio e più in generale per lo sport nostrano. La pioggia di finanziamenti caduta sul Paese in quel periodo è scivolata via (un po’ come l’acqua dai nostri bacini idrici) ed alcuni dei rottami realizzati grazie agli stanziamenti pubblici sono ancora bene in vista nelle nostre periferie a monumentalizzare il fallimento di un intero settore della nostra economia. Il tutto rappresenta in maniera emblematica quello che di male in questi anni è accaduto al mondo del calcio italiano: uno spreco di tempo e soldi, un susseguirsi di inutili diatribe “politiche” interne, con tanto di realizzazione di cattedrali nel deserto stile San Nicola di Bari e Delle Alpi di Torino, sovradimensionati ed inutili oltre che costosissimi. Molti di questi “gioielli” sono in stato di fatiscenza: basti pensare al Sant’Elia di Cagliari, al San Paolo di Napoli o allo stesso Delle Alpi, già demolito.

Da quella data ad oggi Paesi come Inghilterra, Francia, Germania, Spagna, Olanda e perfino Portogallo hanno adeguato gli impianti ai più moderni standard dettati dallo show-business, servendo ai tifosi il famoso “prodotto” calcio che da noi ha superato da tempo la data di scadenza. Qui l’imprenditoria dell’arte pedatoria ha persistito nella cocciutaggine, nella spartizione del potere, nell’attesa di fantomatiche leggi-sugli-stadi, come una manna dal cielo che non è mai arrivata.

La mancanza di un’impronta politica si è fatta sentire ma il sistema calcio italiano attuale manca fondamentalmente di una governance interna forte e moderna, che garantisca la possibilità di sviluppare strategie condivise al fine di apportare benefici generali, non solamente all’orticello del signorotto di turno.

A queste carenze strutturali fa da sfondo un quadro normativo nebuloso, all’interno del quale muoversi è si molto difficile, ma non impossibile, come testimoniano gli esempi di Juventus ed Udinese. Nel nostro excursus partiremo proprio dall’analisi di questi casi “positivi”, cercando di ripercorrere le varie “tappe” che hanno portato alla realizzazione del primo stadio di proprietà italiano a Torino, che porteranno all’edificazione del nuovo stadio “Friuli”, nonché di quella che sarà la prima “cittadella” costruita da una società calcistica in Italia (Continassa a Torino). Questo perché anche in Italia, nonostante le enormi difficoltà accentuate dall’attuale grave crisi economica, esistono società che stanno programmando un futuro alternativo, cercando con mezzi propri di riportarsi in pari con il calcio europeo.

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