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Torino – Juventus, un fastidio nodale per lo scudetto

Di nuovo ‘sto fastidio, mio Dio, ecche è? Fino ad un paio di anni fa, ce la cavavamo con uno all’andata e uno al ritorno. Ora ci si è messa pure la Coppa Italia e c’è l’inflazione. Parlo del derby, per i distratti. Di quel magnifico, entusiasmante, coinvolgente ambaradàn che è Torino – Juventus sotto la Mole.

Facciamo un passo indietro. Oggi si è giocata la stracittadina “primavera” al Filadelfia, dopo 25 anni e dopo che al posto del Filadelfia (io l’ho  frequentato, quello vero) hanno costruito una tribunetta tipo “serie D” circondata da pali alti alti, per tirare su i tendoni e nascondere le rifiniture a “porte chiuse”. Un obbrobrio architettonico che offende la storia granata. Bene, manco a dirlo, il battesimo è avvenuto al 90′ e tutti a casa. 0 a 1 per noi. Che sia l’effetto dell’inno della Juve trasmesso come prima cosa dall’altoparlante in fase di collaudo?

Veniamo a noi. Scordiamoci il  Toro dell’andata, subissato di sole 4 reti, per merito di Sirigu e per errori “benevoli” sotto misura dei nostri. All’Olimpico si presenta una squadra con un manico nuovo in panchina e un vigore rigenerato  tanto pericoloso come il proverbiale “tremendismo”. Addirittura la difesa si è assestata e Belotti pare rinato. Paura? Neanche un po’, ma sono cose di cui tenere conto, non si sa mai.

Mazzarri non parla inglese e a Watford se ne sono accorti, ma conosce il calcio come pochi e sicuramente starà studiando qualche alchimia per mettere in difficoltà il conterraneo Allegri (con…Terraneo non significa che il Toro giocherà con 2 portieri: ci aveva già provato in Coppa TIM, schierando Milinkovic e anche Savic: “battutona”).

La Juve deve vincere, non ha alternative e le scorie accumulate nel pari di Champions potrebbero ingolfare. Oltretutto a Marione è venuta la “febbre del sabato… mattina” e, che sia d’accordo o meno il popolo bianconero, gli tocca dare forfait.

Il Toro tenta il colpaccio, a distanza di 3 anni dall’ultima stracittadina vinta per 2 reti a 1, 2 pali e 1 traversa. Dovrà soprattutto fare attenzione a finire la partita in 11, visto che la troppa carica gioca da tempo brutti scherzi, allenatori compresi.

Al giornale sportivo torinese è venuto in mente di titolare “derby vero come una volta”. Boh, il derby è sempre stato vero, anche quando i granatini erano  in evidente inferiorità, basta dare un’occhiata al pullman della Juve o chiedere a chi si è visto smorzare addosso l’effetto di una bomba carta. Ancora prima dei giocatori, l’ordalia cittadina è dei tifosi, del marito a righe e della moglie a tinta unita, del figlio juventino e del nonno granata, del fruttivendolo “mulitta” che sogna di aspettare sull’uscio la cliente “gobba”. E questi sono derby veri, da sempre.

Se poi si fosse voluto trovare un certo equilibrio tra i contendenti, si sarebbe dovuto cercare tra i valori psicologici che caratterizzano il calcio. La volontà, la motivazione, la propensione a non mollare mai, la consapevolezza che si sta giocando “la” partita. Eppure, come valgono per “lùr là” così valgono per noi. Se si guarda al valore tecnico, il gap tra le compagini appare ancora notevole, a favore della Juve.

Mazzarri schiera il 4-3-2-1, sperando che il Gallo canti (siamo in Quaresima, signori) e che Rincon non sia quello in maglia bianconera. Pare che faccia affidamento sul 12° in Maratona, ben sapendo che mai un tifoso ha segnato un gol. Il tecnico toscano fa più affidamento su un centrocampo più registrato, nonostante un Baselli discontinuo e una difesa in cui emerge un Burdisso non più giovincello, ma estremamente concreto.

Allegri manda in porta Szczesny, come da cambio previsto (prima o dopo la punizione del 2 a 2 di martedì?) e, dovendo fare a meno di Matuidi e di Mandzukic, sfoglia la margherita del “Marchisio, non Marchisio” e si gioca ai dadi la fascia di competenza di Douglas Costa. Sempre ammesso che venga preferito a… Sturaro. E se Bernardeschi fosse ribattezzato “Bernarderby”? Sono questi i momenti in cui si fa affidamento allo stellone. Che lo stellone abbia passaporto  argentino e faccia Paulo di nome? Ai posteri, l’ardua sentenza.

P.S. Quelli là vogliono partire dal minimarket di via Spano, per andare a piedi allo stadio. Capirai, saranno 500 metri, un’impresa da almanacco. In fatto di folklore, non c’è storia. E non rammentate loro che il campetto da cui partono è stato espugnato alla prima gara, così da portarsi dietro la sfiga. Può venire utile.

 

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