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5 pezzi di Boniperti

“Bene bene, grazie tante, ora andiamo a lavorare.”
Ci piace pensare che Giampiero Boniperti chiuderebbe così, in quel suo modo caratteristico, cortese ma secco, le celebrazioni in corso. Inevitabili, si capisce: tale è il carico di memorie, suggestioni, aneddotica che la lunga parabola dell’uomo di Barengo si porta dietro, non si vive più di novant’anni per nulla e  figuriamoci se vissuti come i suoi.

Per cercare una chiave, in questa vicenda umana e sportiva, proviamo a isolare dei frammenti, a fare qualche fermo immagine.

  1. le mucche: il più inconsueto, e piemontese, dei premi-partita, anzi gol, una mucca per ogni rete segnata, prelevata direttamente dalle scuderie degli Agnelli. Il Boni era prolifico, e con l’occhio clinico di famiglia, “sceglieva sempre quella gravida”: così giovane, e già amministratore delegato. Nell’epoca dei selfie coi cani dallo sguardo languoroso (i padroni, mica i cani) l’idea dell’autoscatto di Giampiero con la mucca incinta è un esercizio mentale corroborante.
  2. il voto: uomo religioso, ma anche in quel caso di religiosità asciutta, pratica. Si dice avesse il comprensibile cruccio dei figlioli che non venivano; si dice che quell’abbandono repentino, senza cerimonie, dopo Juve-Inter 9-1, fosse legato a un voto. Che, se formulato, fu effettivamente esaudito, i figli, tre, arrivarono infatti subito dopo. Anche nel momento di massima astrazione, di estrema metafisica, Boniperti badava al risultato, e la trattativa con il buon Dio fu conclusa rapidamente.
  3. il muto: nella fiumana retorica di questi giorni una cosa, di sicuro, mancherà: un florilegio di dichiarazioni, il ricordo di mitologiche interviste, la rievocazione di memorabili conferenze-stampa. Boniperti ha detto fondamentalmente una cosa (quella frase lì che sapete, e che è scolpita) e praticamente basta. Ai vari Franchi Costa non lasciava che qualche risposta smozzicata, a denti stretti, toccava all’Avvocato dire la battuta buona o quella banale ma di “colore”. Presidente antimediatico se mai ve n’è stato uno, certo in un’epoca in cui si poteva esserlo – e infatti l’inizio dell’era dei riflettori la patì anche da quel punto di vista, era proprio una mutazione antropologica – ma dove faceva contare l’esempio, il messaggio magari cifrato; come i ritagli di giornale su qualche partita andata male, qualche voto scialbo, qualche sconfitta inopinata, esibite così, sempre silenziosamente, ai calciatori in fregola di aumenti (una cosa che copiò il più garrulo Moggi, coi fotomontaggi degli ex) ed era detto tutto.
  4. la fuga all’intervallo, che forse era vero patimento e però molto scaramanzia e magari persino vezzo, l’unico eppure così significativo nel rappresentare l’idea tutta juventina del calcio non come divertimento ma come sofferenza, il nostro essere una squadra non epicurea, non godereccia, perché vincere sempre è un destino ma ogni destino è anche una condanna.
  5. i capelli “corti e in ordine”, quelli dei calciatori, si capisce, perché non si veniva in villeggiatura, si diventava parte di una Istituzione, una comunità (“i gesuiti”? malignerà uno che comunque tornò, perché non ti puoi spretare del tutto). Certo anche quello, verso la fine, un anacronismo deliberato, perché si stavano imponendo trecce e riccioli rasta. Ma un altro pezzo del puzzle.

Eccolo, il puzzle: cultura (culto?) del risultato; praticità terragna, vicina a valori concreti , tangibili; dirittura morale, religiosa; senso del dovere; antiretorica; fatti e non parole; decoro; capacità di soffrire; senso del destino. Le tesserine bonipertiane, messe assieme, fanno quell’inafferrabile, indescrivibile entità che pure esiste: lo stile Juve, il mitologico “DNA”: è quella roba lì, per chi la vuole.

Sono i nostri principi: diceva Groucho Marx “se non vi piacciono ne ho altri”, la Juve non ne ha altri e quando ne ha cercato ha preso ceffoni, ma il mondo è grande e chi non gradisce può accomodarsi, la Juventus nondimeno è quello e quello deve restare. Se no muore.

Dice, ma allora se Boniperti è la Juventus, è morta la Juventus?

No, infatti: il Presidente non è morto, ha solo lasciato lo stadio alla fine del primo tempo.

A noialtri, da Andrea all’ultimo tifoso, resta da finire la partita.

1 Commento

  1. Lorenzo Rocca

    28 Luglio 2021 alle 15:22

    Ecco, se c’è una cosa che mi ha teasmesso il nostro presidente è la…sofferenza. Manifestatasi dopo il 2006. Cosí anche durante i nove anni trionfali, durante lo stesso Real-Juve 0-3 (per me non esiste il minuto finale) io mi trasferivo in… Tibet. Una patologia particolare la nostra.
    Godere moderatamente o non vedere l’ora di ricominciare. Precisamente come dici tu, amico mio.

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