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All-in

Sono passati quattro mesi dal primo crocevia della stagione, la settimana successiva rispetto a quel Sampdoria-Juventus che mise definitivamente a nudo i problemi di equilibrio della squadra portò consiglio, Matuidi fu messo in pianta stabile fra i titolari e arrivederci alla formazione con quattro attaccanti di ruolo.

La solita filastrocca di Allegri alla stampa che recita “La difesa meno battuta sarà quasi sicuramente campione d’Italia” si tradusse in uno schieramento a tre dietro nei due match successivi contro Barcellona e Crotone, per poi assestarsi in un più canonico 433, o 442 a seconda delle fasi di gioco, nella successiva fondamentale partita di Atene e negli scontri diretti contro Napoli, Inter e Roma.

I risultati, aspetto dello sport verso il quale prova un sincero interesse sia Allegri sia un tifoso retrò quale il sottoscritto, hanno dato ragione alla svolta: conquistata la vetta, spedite a distanza siderale le antagoniste di fine 2017 Roma e Inter e siamo rimasti in piena corsa sia in Europa che per la conquista della tredicesima Coppa Italia.

Si è fatto in pratica ciò che andava fatto, in linea con il nostro solito programma di governo: minare la malcelata speranza di vederci capitolare di tre quarti degli appassionati di calcio italiani, ormai esausti, ai quali va aggiunta una quota in aumento di astenuti e qualche cambio di casacca dell’ultim’ora; calcisticamente sono a favore del vincolo di mandato quindi auspico che almeno fino a fine stagione ciascuno mantenga le proprie attuali posizioni.

Il rinnovato orientamento difensivista ha prodotto numeri pazzeschi, tra cui il record assoluto in serie A di partite vinte consecutivamente senza subire gol, ed è stato deciso a dispetto di un mercato estivo improntato al rafforzamento dell’attacco e di una sessione invernale praticamente nulla.

L’inerzia in quest’ultima finestra può essere  spiegata con due motivazioni banali: innanzitutto il numero già congruo di centrocampisti in rosa, sei, rapportato anche alle limitazioni imposte dalle liste della Champions League e della serie A; in secondo luogo l’inutilità palesatasi nella scorsa stagione delle operazioni “alla Rincon”, utilizzato come tappabuchi e fortunatamente piazzato senza danni al secondo club di Torino grazie ai desiderata di Mihailovic e alla competenza di Cairo.

C’è però probabilmente un ulteriore fattore che ha portato a lasciare intatto il reparto di centrocampo, un fuoco che covava sotto la cenere e che si è ravvivato nella discussa e discutibile partita di andata con il Tottenham: Allegri stupì tifosi e addetti ai lavori schierando dopo diversi mesi il sistema a quattro punte con un centrocampo a due, il quale andò in chiara difficoltà in costruzione e recupero palla davanti alla ragnatela di passaggi della squadra di Pochettino.

Per inciso, la lacuna più lampante rispetto ai propositi del tecnico a inizio stagione è la mancanza di fluidità nel palleggio, soprattutto in uscita dalla difesa contro formazioni che applicano un pressing alto; come se il principale requisito, il famoso “migliorare tecnicamente” non fosse stato acquisito a sufficienza dai giocatori.

La linea mediana viene considerata il cervello di qualsiasi squadra e la qualità media dei nostri interpreti pare inferiore a quella dei top club europei con i quali stiamo facendo i conti, questo come parziale interpretazione e non completa discolpa.

In seguito il modulo con due mediani è stato nuovamente riproposto nello spezzone di partita in cui abbiamo concretizzato la rimonta di Londra e negli ultimi due incontri di campionato, il recupero con l’Atalanta e il pareggio esterno con la SPAL.

La mia impressione è che, nonostante la situazione degli infortunati in attacco sembri sconsigliarlo, Allegri abbia in mente da tempo di andarsi a giocare il finale di stagione provando a ritrovare i meccanismi che ci consentirono l’anno scorso di sfiorare la tripletta.

Una sorta di all-in che non può prescindere dal pieno recupero di Mandzukic, molto in ombra nelle ultime settimane e, quando avrà recuperato dall’infortunio muscolare, dall’apporto del vero Alex Sandro, non il lontano parente abulico e svagato visto sovente nel’annata 2017/18.

Alle incognite sopra elencate va aggiunta la condizione fisica generale e, dando per scontato che il tecnico della Juventus abbia il polso della squadra, si può ritenere che tenga in caldo la soluzione che preveda una mediana più robusta come assetto di riferimento.

Queste valutazioni potrebbero far pensare che Allegri stia compiendo un azzardo e, in effetti, perché rischiare di compromettere un campionato mai in bilico come quest’anno e costringersi a chiedere gli straordinari a molti calciatori che, a due mesi dal mondiale, potrebbero cominciare a riservare un pensierino al torneo iridato?

Per trovare la risposta occorre tornare a Villar Perosa il 17 agosto 2017, quando il Network Netflix riprese uno stralcio del discorso del Presidente alla rosa della prima squadra in cui la frase più significativa fu: “Impostare mentalmente un’annata come questa sulla Champions è la cosa più sbagliata che possiamo fare”.

Non c’è nemmeno bisogno di ribaltare il diktat di Andrea Agnelli per capire che il focus sulla competizione continentale quest’anno sarebbe stato così imponente da dover essere gestito; Marotta stesso ha più volte indicato da settembre in poi, diversamente dalle dichiarazioni di circostanza delle passate stagioni, la Coppa dei Campioni come primo obbiettivo stagionale e nei fatti il club ha orientato lo shopping estivo in questa direzione.

Considerazione quest’ultima che trova evidenza nella storia delle ultime competizioni europee: con l’eccezione dello sparagnino Chelsea 2012, che comunque deve gran parte delle sue fortune a un Drogba leggendario, l’elemento chiave in comune tra tutti i vincitori delle ultime edizioni è una grande propensione e prolificità offensiva.

Manifesto di questa tendenza consolidata il percorso europeo del Real Madrid 2016/17  che rispetto alla Juve incassò ben 14 gol in più superando però i bianconeri di 9 nel numero di reti segnate, il tutto prima di incontrarci in finale.

Pertanto stiamo cercando di creare i presupposti, pur tra molte difficoltà e rapporti di forza presumibilmente non ancora allineati, di arrivare in fondo anche quest’anno nel torneo più difficile e competitivo del mondo, per crederci ancora, fino alla fine.

 

 

 

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