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Figli delle stelle

La vicenda della presunta “richiesta della tifoseria juventina di togliere la stella allo Juventus Stadium ad Angelo Di Livio” (cito quello che si sta leggendo in giro in queste ore) ha scatenato un grosso dibattito nel web bianconero, a mio modo di vedere non sempre centratissimo.

Innanzitutto non risulta ci sia quella sollevazione popolare che si vorrebbe rappresentare ma semplicemente, se ho ben capito, si tratta di alcuni siti che hanno fatto dei sondaggi in tal senso, chiedendo in caso a chi riassegnare la stella dell’ex Soldatino. Da qui a dire che “i tifosi vogliono togliere la stella a Di Livio” ce ne corre, ma tutto ciò racconta bene la maniera in cui vengono create presunte “notizie” nell’era digitale.

Il dibattito però c’è e, come accennavo, lo trovo a tratti un po’ strampalato. Anzitutto bisognerebbe tenere bene a mente di cosa parliamo quando parliamo delle “stelle dello Juventus Stadium”. Si tratta di un’operazione commerciale (la gente ha pagato, e non poco, per avere il proprio nome accanto a quello del suo campione della Storia juventina preferito) e, alla fine della fiera, di un pezzo di pavimento del secondo anello. Né più, né meno. Sì perché il concetto delle “50 stelle” è sostanzialmente quello del Pantheon, vale a dire un numero ristretto di personaggi che fanno da riferimento forte all’interno di una comunità (è un concetto spesso usato in relazione alle aree politiche). Va da sé che ogni tifoso ha il suo Pantheon personale, legato a criteri estremamente soggettivi e che difficilmente si sovrappongono con quelli che hanno portato alla scrematura dei 50 nomi prescelti. Stare quindi a discutere se la Juventus debba togliere o meno la stella a Di Livio lo trovo davvero un esercizio ozioso, e sarà forse proprio per questo che la discussione sta appassionando così tanto la platea di noi tifosi: ci piace sempre tanto accapigliarci per le cazzate. Lo trovo ozioso proprio perché stiamo appunto parlando di un pezzetto di pavimento che sarà utilizzato per fare soldi, detto nella maniera più cruda possibile. Pieno diritto della Juventus farlo, ci mancherebbe, ma ai fini della rilevanza o meno di questo o quel personaggio nella storia juventina credo conti molto di più la considerazione soggettiva che ne ha il singolo tifoso piuttosto che la presenza o meno nel novero delle “stelle”. Ad esempio: conta solo quello che si è fatto in campo o va tenuto in considerazione anche come ci si è comportati una volta svestita la mitica casacca? E che peso dare, eventualmente, ai due fattori? Tutte le risposte sono valide, va da sé, essendo nel campo della più spinta soggettività.

Io, ad esempio, tra i vari calciatori ai quali mi sento legato, ne comprendo alcuni che sul campo magari hanno totalizzato crediti inferiori rispetto ai top 50 ma che per me rimangono comunque importanti in quanto legati a momenti particolari della mia vita di tifoso. Faccio due nomi: Roberto Galia e Michele Padovano. Contasse solo il campo, poi, la battaglia fatta anni fa per levare la stella al polacco arrivato dal Widzew Lodz non avrebbe avuto senso. Per quanto mi riguarda, per far parte del mio Pantheon personale (ripeto: non mi interessa affatto il discorso delle stelle, lì la società faccia come le pare. Basta sapere di cosa stiamo parlando) è importante anche quello che si dice e si fa una volta terminata l’avventura sul campo. Ragion per cui il polacco di cui sopra nemmeno lo considero e, seppure i due casi non siano paragonabili, nella mia cerchia ristretta non rientra nemmeno Angelo Di Livio.

Il Soldatino è uno che ha sicuramente onorato la maglia che ha indossato, su questo non ci piove. A me, però, piacciono quelli ai quali l’esperienza juventina ha lasciato qualcosa, e se la portano dentro per il resto della loro vita. E questo lo vedi, lo percepisci sentendoli parlare. Capisci subito se stanno parlando solo di una bella esperienza professionale o di qualcosa di più. Faccio un esempio: percepisci cosa ha significato per lui essere della Juve quando rivedi e risenti parlare Brazzo Salihamidzic. Di Livio, invece, secondo me no. Dopo la Juve ha giocato nella Fiorentina, come in passato hanno fatto altri: Gentile, Cuccureddu. Entrambi, se li vedi oggi, sprizzano juventinità da ogni poro. Di Livio, no. Poi ha smesso, ed ha intrapreso la carriera da opinionista. Prima a Sky, ora a Raisport ed è frequentatore abituale dell’etere radiofonico romano. Pare fosse tifoso romanista da bambino e lo sia rimasto tutt’ora. Strano, per uno che nella Roma non ci ha mai giocato (se non nel settore giovanile). La storia ci racconta spesso di campioni che da bambini tifavano per una squadra ma poi, avendo dedicato la carriera ad altri colori, a quelli restano legati per sempre: Paolo Maldini, ad esempio, era tifoso juventino ma oggi è, giustamente, milanista in tutto e per tutto nonostante la società Milan poco lo abbia tenuto in considerazione da quando ha smesso. Di Livio, invece, è ritornato romanista. Liberissimo eh, per carità. Ci mancherebbe. Non raccontatemi però che sia la cosa più normale del mondo. Sentirlo su Raisport, nel post partita di Parma-Juventus di Coppa Italia, essere scavalcato in obiettività da Alessandro Vocalelli nel commentare il leggerissimo fuorigioco di Llorente sul goal di Morata è abbastanza stomachevole. E’ inserito a pieno nel romanismo, l’ex Soldatino. Sarà anche perché il figlio gioca nella Primavera giallorossa, chi può dirlo. Sta di fatto che, abbia detto o meno (lui ha smentito) la frase incriminata di queste ore (“se battiamo la Juve si riapre il campionato”), il mio giudizio su di lui era già consolidato da tempo. Non ha nulla di quello che deve avere un ex giocatore per restarmi nel cuore. Giudizio soggettivo, ovviamente, e ripeto: nulla a che vedere col discorso stella sì / stella no. La società del suo Pantheon faccia quello che le pare, nel mio l’ex Soldatino è ormai in congedo.

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