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L’Armata Brancaleone

Anno Mille-e-qualcosa.
Brancaleone di Castiglia, Abacuc da Torino, Pecoro e Pecorello da Milano, Taccone della Catalogna e Mangoldo Materasso sono sei cavalieri cristiani che hanno deciso di andare a riprendersi Gerusalemme e scacciare l’Islam dalla Terra Santa.
Ognuno dichiara di avere un grande esercito e potenti mezzi militari per sconfiggere gli infedeli ma soprattutto hanno firmato un’alleanza di ferro con altri 6 Cavalieri della terra di Albione.
Ambasciatori e messaggeri hanno lavorato sodo per molti anni, sono intercorsi scambi epistolari e virtuali strette di mano. La “Super Alleanza”, così hanno deciso di chiamare il connubio, era pronta alla più grande impresa che mente umana abbia mai concepito!

I 12 cavalieri dell’invincibile armata si danno appuntamento a Otranto per partire, uniti e agguerriti, alla volta di Gerusalemme. Il giorno convenuto uno sfavillante corteo, coacervo di razze, lingue e armature, fa tremare il piccolo porto pugliese con l’incedere pesante della ferraglia e coi canti propiziatori che ogni milizia alzava al cielo.
Dopo aver solcato il Mediterraneo con armi e stendardi ben in vista, sbarcano in Terra Santa e non fanno nulla per nascondere i propri intenti, così che gli avamposti nemici potessero avvistarli e portare la triste novella al Califfo di Gerusalemme che si sarebbe arreso alla sola vista di quella potenza di fuoco.
Preparato l’accampamento e sistemato le truppe e gli animali, i 12 generali d’armata si danno convegno sotto la tenda di Brancaleone, gran maestro di cerimonia e promotore della spedizione.
“Compagneros”, esordì l’iberico, “siamo finalmente davanti alle porte della città Santa e il nostro momento è giunto. Siamo qui per ridare a questa terra la sacralità che merita e restituirle il culto di Nostro Signore. Affidiamo la nostra impresa a Dio e stringiamoci attorno a questo fuoco che prefigura la vittoria di noi Campioni! In alto le spade, Compagni!”
“Viva la Super Alleanza” gridarono a gran voce gli italiani.
“Tovarisch!”
Dal nugolo di ferraglia si alzò questo strano grido da parte di uno della fazione inglese. I 6 del continente non diedero molto peso a quella stranezza, ebbri di gioia e carichi di adrenalina per quella che ritenevano la notte che precedeva l’Impresa.
“In God we trust”, rilanciarono altri 2. Insolito motto ma, anch’esso, cadde nel vuoto ignorato dagli altri.
I 12 comandanti andarono verso le proprie tende dandosi appuntamento all’alba del giorno dopo, momento propizio per l’assalto alla città.

La mattina successiva, col sole che ancora doveva fare capolino dall’altra parte di Gerusalemme, Brancaleone è il primo a uscire dal proprio riparo e dirigersi verso il suo Bianco destriero. Dall’alto della collina dove aveva piantato il suo quartier generale vide troppo prato vuoto rispetto al giorno precedente e subito mandò a chiamare gli altri con fretta e un brutto presentimento. Un brivido saliva dal fondo schiena fin su la cima del collo. Giunti gli altri iberici e gli italiani constatarono l’imponderabile.

Gli inglesi erano andati via.
Spariti.
Volatilizzati.
6 grandi contingenti evaporati con la brina del mattino.
Poof.

Presi dallo sconforto ma rabbiosi più che mai, sguinzagliano i loro scudieri alla ricerca di tracce, orme, qualche appiglio a cui attaccare un briciolo di speranza per aver affrontato un viaggio così lungo, impervio e dispendioso per nulla.
Sapevano benissimo che, senza il supporto dell’altra metà di esercito, era impensabile anche solo avvicinarsi a Gerusalemme senza subire perdite irreparabili.
Furono ore frenetiche, il caldo del deserto non aiutava a mantenere lucidità. Mentre i Cavalieri residui cercavano di capire se era ancora possibile attaccare, magari reperendo sul posto forze autoctone mercenarie, arrivarono alcuni dei soldati mandati alla ricerca dei disertori d’oltremanica. Il rossore della fatica celava un altro sentimento per cui i loro volti avevano assunto quei connotati scarlatti.
“Gli inglesi sono scappati, abbiamo trovato qualche loro soldato che ha deciso di non seguirli. Pochi ed eroici elementi ma che ci hanno rivelato la triste realtà: quasi nessuno dei 6 Compagni era davvero inglese!”
“Cosa?!?” urlò Brancaleone che, nel frattempo, aveva pareggiato il pigmento dei suoi interlocutori.
“Ha inteso bene, Sire. Tra i 6 che consideravamo fedeli compagni di avventura, 1 proviene dalla Moscovia, 1 appartiene al popolo britannico, ma i soldati non ne erano nemmeno sicuri, altri 3 provenienti da una terra sconosciuta, molto al di là delle Indie.”
“Ne conto 5”
“Sì, mio signore, ne manca uno ma credo sia meglio che lei non sappia la vera identità dell’ultimo”
“Ma come osi, ma cosa vai blaterando?” esplose di rabbia Abacuc, il giovane italiano che fino ad allora era rimasto in silenzio. “Non ho di certo percorso cinquemila leghe per non conoscere la natura della mia sventura!! Su, parla per dio!”
“Ecco, miei signori, l’ultimo tra i 6….”
Mentre un silenzio irreale era calato in mezzo a quella varia umanità, come a descrivere la disperazione che stava prendendo il sopravvento alla paura, lo scudiero fidato pronunciò quella parola: “…l’ultimo era un SARACENO.”

Brancaleone vide il sole muoversi da oriente a occidente e poi tornare al suo antico posto, le gambe cedere di schianto, il collo non reggere più il pesante fardello del capo ormai privo di sensi. Crollò a terra come un sacco di farina lasciato d’improvviso senza appiglio, e ci vollero un discreto numero di schiaffi sulle ampie e prominenti gote prima di farlo riavere e tornare nel mondo dei vivi.

La notizia del tradimento li aveva lasciati di sasso e nel silenzio più totale per molte ore, ognuno nel proprio accampamento a rimuginare sul fallimento.
Il vecchio Brancaleone, frustrato nell’orgoglio e ormai rassegnato alla sconfitta, non aveva certo intenzione di lasciare la Terra Santa senza prima capire che fine avessero fatto i compagni di viaggio divenuti traditori. Decise di andare comunque a Gerusalemme e provare lui in persona a svelare l’arcano. In fondo era palese che quelli che credevano abitanti della Britannia non potessero essere che lì, nella città santa che erano venuti a liberare.
Assunti abiti saraceni, Brancaleone e Abacuc si infilarono, senza nascondersi il terrore di venire scoperti, nelle mura di Gerusalemme alla ricerca di un indizio, qualcosa che li aiutasse a capire la mossa degli impostori.
Arrivati fin sotto il palazzo del Califfo, non avevano cavato un ragno dal buco e, ormai rassegnati a non scoprire mai cosa avesse spinto quegli altri a imbarcarsi con loro e fingere per tutto quel tempo, stavano per prendere la via del ritorno quando udirono un fischio, senza dargli troppa importanza.
Ma, mentre loro camminavano sotto una luna spettacolare, il fischio si ripeté.
“Chi osa rivolgersi a noi come fa il pastore col proprio gregge? Ci hanno scambiato per ovini?” Disse Abacuc.
La curiosità, tuttavia, ebbe la meglio sull’orgoglio e mesti girarono il capo nella direzione da cui proveniva il richiamo bucolico.
Per scorgere la fonte del fischio dovettero alzare molto la testa e, puntando lo sguardo verso la cima della torre che troneggiava sul palazzo del Califfo, scorsero i 6 infingardi e truffaldini ex compagni di viaggio che li salutavano col la mano.

Tornati all’accampamento e informati gli altri sventurati della disgrazia a cui erano andati incontro, nessuno osò o ebbe la forza di trattenere qualche lacrima. La vergogna li aveva vinti e il terrore di dover rendere conto ai propri sovrani di quanto erano stati stupidi e ciechi li attanagliava. Quella che era partita come una missione per conto di Dio si era rivelata un trasporto di favore: in pratica avevano dato un passaggio a 6 eserciti nemici!

Ormai convinti di aver toccato il fondo e subìto la peggiore delle onte, Brancaleone, Abacuc e Manigoldo prendevano la direzione del proprio giaciglio, mentre Pecoro e Pecorello da Milano restavano immobili. Fu allora che i tre notarono come le lacrime avessero creato un solco sui volti dei due e che l’umidità del liquido lacrimale avesse aperto la strada a un’altra epifania. Asciugandosi le lacrime, Pecoro e Pecorello tolsero dalla faccia uno spesso strato di un impiastro che ne aveva coperto le fattezze.
Pecorello biascicò qualcosa in una strana lingua, un’altra, l’ennesima di quella giornata; ma volle farsi capire verso la fine di quella proposizione quando si rivolse agli ormai stralunati compagni, imprecando contro di essi: “Stupidi imbecilli che non siete altro. Nemmeno io sono quello che pensavate. So’ cinese!”
Ormai pronti a tutto e impossibilitati a stupirsi ulteriormente, Brancaleone, Abacuc e Manigoldo, all’unisono come ipnotizzati, si voltarono verso Pecoro che, togliendosi uno straccio dalla faccia, disse: “So’ Lillo”

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