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L’etica nello sport: la Super League

In questi giorni sono stato investito da talmente tanta retorica e ipocrisia che, vi giuro, mi viene da vomitare. Ho letto e sentito talmente tante stupidaggini che non saprei nemmeno da dove cominciare, quindi comincerò dal più paraculo di tutti: al secolo, Pep Guardiola.

Non è sport se non importa se vinci o perdi“.

Mentre le scimmie ammaestrate applaudivano festanti, io cadevo dalla sedia a causa di un mancamento.

Riavutomi dallo shock il primo pensiero è stato: possibile che nessuno abbia alzato la mano e gli abbia detto “ma che cazzo stai dicendo?!?”

Pensate a qualsiasi ragazzo che pratica uno sport dove metro e cronometro imperano. Nuoto, corsa, salto in lungo, salto in alto… insomma, tutta l’atletica leggera. Milioni di ragazzi che si allenano duramente e partecipano a gare in cui sanno già che non arriveranno né primi né ultimi, semplicemente perché i numeri sono quelli che sono. Ragazzi che si impegnano al massimo delle loro possibilità e che alla fine della gara ricevono tutti la stessa medaglia: quella per aver partecipato. Ebbene, secondo la definizione di Pep Guardiola, questo non è sport.

Basket, pallavolo, tutto lo sport giovanile di squadra. Spesso i campionati sono organizzati in un unico girone e non ha nessuna importanza se vinci o perdi, perché l’anno dopo si ricomincia tutti esattamente come prima. Ebbene, secondo la definizione di Pep Guardiola, questo non è sport.

Pensate a tutte le squadre di calcio iscritte alla LND: 12.000 società, più di 60.000 squadre, oltre 1.000.000 di calciatrici e calciatori, centinaia di migliaia di partite del Settore Giovanile e Scolastico in cui non c’è classifica, dove non si segna neanche il risultato della partita. Ebbene, migliaia di ragazzini che ogni sabato gioiscono per la vittoria e piangono per la sconfitta non praticano sport, secondo Pep Guardiola.

E non parliamo di tutto lo sport amatoriale e di quello affiliato al CSI: avvisateli che devono cancellare la parola “sport” dai loro siti.

Sì ma lui parla di sport professionistico!!!!

Mah. Lo sport “professionistico” si differenzia dallo sport di base per una sola cosa: ti pagano per praticarlo, mentre in quello di base sei tu che paghi.

Pensate a tutti gli atleti che vanno alle Olimpiadi e che prima di partire sanno già che non vinceranno; atleti che si sobbarcano ore e ore di fatica, lontano dai riflettori, che volano dall’altra parte del mondo per correre magari 10 secondi di una oscura batteria eliminatoria. Li pagano, ma per il resto non sono diversi da quel ragazzo che gareggia sapendo che arriverà nel mucchio, senza infamia e senza lode: anche per loro “non è sport”?

La Formula 1? Il tennis? Il golf? Che conseguenze ci sono se perdi?

Credo ci sia un limite oltre il quale l’ipocrisia e le stronzate NON POSSONO ESSERE TOLLERATE, men che meno applaudite, e questa di Guardiola è veramente fuori scala.

Penso conosciate tutti Pierre de Coubertin, fondatore dei moderni Giochi Olimpici. Il motto che accompagna le Olimpiadi, ossia la massima espressione dello sport mondiale, è: “L’importante non è vincere ma partecipare“. Quello che però forse non tutti conoscono è il pezzo che viene dopo, che spiega questa affermazione e che recita “La cosa essenziale non è la vittoria ma la certezza di essersi battuti bene.”

Lo sport, caro Pep e care tutte le mie ipocrite scimmie bercianti, non è la lotta dei gladiatori nel Circo Massimo, dove importa se vinci o perdi, LO SPORT è prima di tutto partecipare e poi la certezza di essersi battuti al meglio delle proprie possibilità. Sport è l’abbreviazione della parola inglese disport, che significa “divertimento“. Lo sport è competizione: con se stessi prima di tutto (lavoro per migliorarmi, per superare i miei limiti, per correggere i miei difetti) e poi contro uno o più avversari. Lo sport è la possibilità di gareggiare ad armi pari e che vinca il migliore.

Lo sport, cari i miei coglionazzi, è tutte queste cose qui. Lo sport non è damnatio victi!!!! Ma che distorta concezione di sport avete?!?

Questa idea immanente di sport viene poi declinata e organizzata sulla terra secondo regole umane.

Tutte le regole dello sport sono, ovviamente, dei compromessi e sono finalizzate a garantire, nel limite del possibile, quanto sopra.

Come si garantisce, ad esempio, la possibilità di “gareggiare ad armi pari”? Introducendo le categorie.

In qualsiasi sport dove conta la prestanza fisica ci sono almeno due categorie: maschile e femminile. Nessuno ha mai pensato che l’introduzione di questa distinzione fosse discriminante.

In tutti gli sport dove il peso ha una sua rilevanza, ci sono le categorie di peso. Nessuno sano di mente penserebbe mai di far salire sullo stesso ring Parisi e Tyson: sarebbe un inutile massacro. Anche qui, nessuno lo trova discriminante.

Se pensate che negli sport di squadra sia diverso, vi avviso che Seria A, serie B, Serie C e così via esistono ovunque; professionisti, dilettanti e amatori sono categorie introdotte per far sì che si possa gareggiare ad armi pari. Qualcuno ha mai pensato che sia discriminate o che non sia sport?

Ma i criteri di accesso alla SuperLeague non sono meritocratici!!!!! Non sono criteri sportivi!!!!

Alle Olimpiadi accedono i migliori atleti del globo? No. Accede “un numero limitato dei migliori atleti di ogni Nazione”, e non è la stessa cosa. Anzi, a dire il vero, nemmeno quello. I “migliori atleti”, ossia gli “atleti professionisti”, sono esclusi a priori: perché? Boh. Così è, se vi pare. E anche se non vi pare.

E il merito? La parità di condizioni? Il diritto di tutti di competere? Perché gli USA non possono portare 3 squadre di basket alle Olimpiadi e vincere oro, argento e bronzo, in scioltezza? È giusto che i migliori atleti siano privati ex lege perfino del diritto di competere? È “etico”? Eppure, nessuno obietta che una regola che disciplina i criteri d’accesso alle Olimpiadi, basata su criteri palesemente “non sportivi” quali la “nazionalità di appartenenza” e il “non professionismo”, sia sbagliata.

Le categorie limitano “chi” può partecipare, ma il problema del “competere ad armi pari” mica è finito. In uno sport individuale il talento dell’atleta è dato, ok, ma non tutti usano lo stesso sci, o la stessa racchetta, o la stessa bicicletta. Anche se di poco, ci sarà una graduatoria tra questi attrezzi del mestiere, dal più performante al meno performante. Quindi? Qualcuno bara? Non è sport? Non è etico? Non è giusto?

Parliamo della Formula 1 o del Motociclismo. Il numero di Team che può partecipare al campionato di Formula 1 è aperto o chiuso? E gli ammessi, con che criterio sono ammessi? Perché io non posso schierare la mia macchina e provare su pista il mio talento? Perché non viene imposto a tutti di usare lo stesso mezzo? Perché non viene richiesto ai team dominanti di condividere motori, ingegneri, know how e soldi con gli altri e gareggiare tutti ad armi pari?

(Se vi sembro scemo a porre queste domande sappiate che il livello del dibattito sulla Super League è stato esattamente questo).

Sì, ma cosa c’entra la Formula 1 col calcio?

La Formula 1, come il calcio, è una competizione tra “squadre” e il “talento” lo puoi comprare: non è dato in partenza.

L’abilità, in una competizione a squadre, è saper impiegare (spendere) al meglio le proprie risorse, per creare la squadra migliore. Il migliore, quello che vince, è proprio “la società” che ha saputo spendere al meglio le risorse di cui dispone, nella categoria di appartenenza.

In questo il calcio, come la Formula 1, è molto iniquo, perché le risorse di partenza sono molto diverse. Nel calcio non vince il migliore in assoluto: vince il migliore dei pesi massimi, che gareggiano contro i pesi piuma. Da vent’anni, nel calcio, vincono sempre gli stessi: i pesi massimi.

A voi sembra giusto? Sembra etico? Sembra corretto? Sì, se fossero davvero i migliori.

Lo sono? Siamo sicuri che Juve o PSG siano le squadre che meglio hanno “speso” le risorse di cui dispongono o invece vincono solo perché hanno più risorse dei loro avversari? Solo perché sono più grossi e pesanti?

L’ideale sarebbe mettere a disposizione di tutti le stesse risorse, per garantire equità nella competizione.

Ma tutti-tutti? Fino a che livello redistribuiamo? A un certo punto bisognerà pur dire “basa, tu stai fuori”, esattamente come io non posso schierarmi al via del Gran Premio di Monza con la mia auto. Pensateci bene: perché la mia (e quella di tanti altri) presenza al via del Gran Premio di Monza sarebbe addirittura dannosa e quindi è GIUSTO che io non possa gareggiare con la mia macchina?

Ammettiamo per amor di discussione che sia possibile redistribuire in maniera “perfetta”.

Prendiamo quindi il club A, che negli anni ha saputo costruirsi un’immagine, attrarre tifosi, organizzarsi per essere un’eccellenza e grazie a questo oggi ha più risorse (ci sarà del merito in questo, o no?), gliene togliamo d’imperio la metà, le diamo al club B, che non ha fatto tutto questo o che l’ha fatto male, altrimenti avrebbe le stesse risorse del club virtuoso, e li facciamo partire ad armi pari. Supponiamo che il club B vinca, e magari vinca per molti anni, soppiantando il club A. A questo punto sarà B a essere quello con più risorse, conquistate con merito.

Con la stessa logica di prima, domani espropriamo B e giriamo le sue risorse ad A, realizzando così un meraviglioso meccanismo dove viene costantemente penalizzato il migliore a favore del peggiore, ottenendo però il lodevole risultato di far “gareggiare tutti ad armi pari”.

Se io ho impiegato al meglio le mie risorse per anni e proprio per questo (merito) ho acquisito un vantaggio competitivo nei confronti dei miei avversari, perché devo essere penalizzato “affinché possa vincere anche il peggiore”? È giusto? Cosa ha a che fare tutto questo col concetto di “sport”, di “etica” o di “merito”?

Allora tanto vale zavorrare gli atleti più veloci, così diamo a tutti la possibilità di vincere. Ha senso?  Esiste un “diritto alla vittoria”, nello sport?

A questo punto urge una digressione sulla “redistribuzione” di cui tanto si parla nel calcio (e nella vita in generale).

Prendiamo 10 persone. Supponiamo che queste persone abbiano redditi compresi tra 100.000,00 euro/anno e 10.000,00 euro/anno, distribuiti uniformemente a scaglioni di 10.000,00 euro ciascuno. Redditi totali: 550.000,00/anno. Mettiamo tutto a fattor comune e redistribuiamolo in parti uguali: 55.000,00/anno ciascuno. Metà delle persone non accetterebbe di redistribuire e l’altra metà sarebbe entusiasta, per ovvi motivi.
Adesso costringiamo i riottosi a farlo, perché il sentire comune dice che è giusto così.
Voi cosa fareste? Io sarei disincentivato a lavorare per produrre più ricchezza, che tanto va ad arricchire altre persone e non me. Idem dal basso, che tanto i soldi li prendono lo stesso. Tutto il sistema diventa più equo, meno meritocratico e più povero. Avanti così, sempre al ribasso, oltre una certa soglia non ci saranno abbastanza soldi per garantire i livelli di consumo di prima; i più capaci cercheranno di abbandonare al loro destino i meno capaci e ricominciare da soli, ma da un punto più basso per tutti.

A queste condizioni non solo non si può fare: non avrebbe senso farlo. Ammesso che sia “giusto” farlo.

Aggiungiamo ora una “complicazione” e supponiamo che mettendo tutto a fattor comune la torta da redistribuire diventi più grande: non più 550.000,00 euro/anno ma 660.000,00 (+20%), per effetto di non meglio precisate sinergie. Cambierebbe qualcosa? 4 persone su 10, quelle che producono più reddito, non accetterebbero comunque e saremmo da capo.

Facciamo ancora un passo.

Supponiamo ora di avere altre 10 persone, con redditi compresi tra 100.000,00 e 82.000,00 distribuiti uniformemente a scaglioni di 2.000,00 euro/anno ciascuno. Totale 910.000,00 euro. Di nuovo mettiamoli a fattor comune e aumentiamo la torta del 20%: risultato 1.092.000,00 euro/anno. Diviso per i 10 partecipanti: 109.200,00 euro/anno ciascuno.

Domattina abbiamo la redistribuzione in parti uguali, con la gioia di tutti. Sarebbe conveniente e giusto farlo? Io dico di sì.

Come avrete intuito, la redistribuzione in parti uguali è possibile solo se le differenze nei ricavi di ciascun partecipante è minima e l’insieme di partenza omogeneo.

La Super League, racchiudendo un insieme omogeneo di club, avrebbe reso possibile tutto questo, garantendo così a tutti i partecipanti la possibilità di “gareggiare ad armi pari”, avrebbe invogliato tutti a “competere al massimo delle loro possibilità” perché con “reali possibilità di vincere”, con una “distribuzione più equa delle risorse”.

Tutte cose che vengono riconosciute alla NBA ma che nella Super League, a quanto pare, non vanno bene.

Nel calcio ci sono le categorie, come in tutti gli sport, e le categorie nel calcio sono determinate dai fatturati: creando le categorie in base ai fatturati tutti parteciperanno e potranno battersi al meglio delle proprie possibilità nella propria categoria, con reali possibilità di vincere, in una competizione ad armi pari, dove vince il migliore. Insomma, quello che si chiede allo sport.

L’unico motivo per cui Parisi potrebbe essere ammesso a competere per la cintura WBO dei Pesi Massimi è per soldi, non certo per sublimare l’etica dello sport.

Finisco. I criteri di ammissione alla Champions League attuali sono legati al merito? No. Le 4 leghe più “importanti” hanno 4 posti garantiti, altre leghe nessuno.

Cosa significa “leghe più importanti”? In cosa sono “più importanti” delle altre? Significa che sono i campionati col più ampio bacino d’utenza e le squadre di questi Paesi portano i maggiori incassi. Soldi, soldi, soldi: non sport.

Il “sogno Atalanta”, di cui tanto si ciarla in questi giorni, è possibile solo perché l’Atalanta fa parte di uno dei quattro campionati più ricchi del mondo e si realizza a scapito dei sogni di altre squadre (tifosi) che hanno la sfortuna di giocare in altre Nazioni dove il calcio non genera abbastanza introiti televisivi. Il sogno Atalanta è possibile solo e soltanto per motivi economici e di spettacolo, altro che sport. È così dal 1992 ma all’improvviso non va più bene.

Non va bene ai presidenti delle squadre escluse perché non vogliono staccarsi dalle mammelle delle vacche da cui succhiano il latte, non si sa bene a quale titolo; non va bene alla UEFA perché la Super League le sottrae potere e danaro; non sta bene a giocatori e allenatori perché prevede il salary cap; non sta bene a tanti tifosi perché la Juve la si odia o la si ama, a prescindere; non sta bene agl’ignoligans (NB: non è un refuso, è una crasi) perché, va beh, Barabba-Barabba fa più figo; ciascuno ha le proprie motivazioni e non sta a me sindacarle, però il falso moralismo, la presunta superiorità morale di cui vi siete ammantati e la retorica pelosa con cui ci avete investiti, beh, quella no: almeno quella mettetevela su per il tubo.

2 Comments

  1. Quattrina Marco

    28 Aprile 2021 alle 20:48

    Un analisi perfetta per chi vuole dedicare 5 minuti del proprio tempo a capire cosa sarà o cosa avrebbe dovuto essere la Superlega, senza falsi moralismi senza ipocrisia e senza seguire l’indecente martellamento di media di parte #skysport #mediaset e giornalai collusi con #GravinaOut #CeferinOut #figc e #uefa..solo per la paura di non spartire più la torta a piacimento..finisco col dire che l’odio verso la Juve e l’ignoranza dilagante del tifoso italiota ha fatto il resto..Complimenti per l’articolo

  2. Salvo

    30 Aprile 2021 alle 11:57

    Direi perfetto, che altro vuoi aggiungere.

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