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Tehnihamente (non) ancora dominanti: la necessità dell’Allegri-pensiero

Non è un post incensatorio, è troppo presto. E non è un’esaltazione di Allegri, anche se lo meriterebbe. Sabaudamente (LOL) il mio umile intento è di sottolineare quello che secondo l’uomo che attualmente è la guida tecnica della Juventus c’è/ci sarebbe da fare e dove è/sarebbe possibile migliorare.

Per interpretare correttamente il modo di vedere il calcio di Massimiliano Allegri non si può a mio avviso prescindere da un punto fermo: think easy. Il tecnico livornese ha sempre ribadito che il calcio è materia delicata, affascinante e stimolante, ma fondamentalmente semplice. O meglio, le scelte su uomini, sistemi di gioco, tattica e quant’altro vanno per quanto possibile ricondotte alla semplicità: nel calcio si vince segnando gol e non subendoli, per far gol occorre trattare bene la palla e far bene ogni singolo gesto tecnico, dallo stop al tiro. Qualità nelle giocate (o giohate,  per meglio dire). Easy.

Detto ciò, Massimiliano Allegri ha preso in mano una Juve forte e dai tratti (a dir poco) ben definiti. Tre scudetti di fila ma con risultati altalenanti a livello europeo. La missione che si è imposto e ha pubblicamente dichiarato è stata fin da subito chiara: rendere ancora più competitiva la Juve, soprattutto (e ovviamente, visto il pregresso) a livello europeo. Come? Anche qui, il mister è stato trasparente. La via per migliorare quella Juventus era innalzare il livello tecnico della squadra, operando su due direttrici:

  • enfatizzazione dei giocatori tecnici nelle manovre della squadra, lasciandoli maggiormente liberi di “inventare” e muoversi,
  • mettere in campo un 11 quanto più tecnico possibile, preservando comunque l’equilibrio di squadra.

Come sappiamo, Allegri ha cercato di perseguire il primo obiettivo “liberando” in fase di possesso palla i giocatori da compiti definiti e movimenti dettati e facendo ritornare nel set di scelta dei manovratori di gioco bianconeri le transizioni veloci. Per il secondo obiettivo Allegri ha cercato invece di “trovare spazio” per un terzo uomo con caratteristiche ben precise: qualità nella gestione della palla, molto abile tecnicamente, capacità di incidere significativamente nella manovra offensiva della squadra (assist e marcature). Per inserire questo profilo di giocatore lo scorso anno sono state individuate nuove soluzioni tattiche (il 4312 ed il 4321 con l’inserimento di un giocatore nella trequarti offensiva in grado di porsi dietro gli attaccanti o in linea con questi ultimi); quest’anno invece, per una serie di ragione di cui si è gia discusso (in difesa di Massimiliano Allegri) si è optato per un 352 asimmetrico con almeno uno dei due esterni libero di “stare più alto” (generalmente quello maggiormente dotato tecnicamente, al netto delle normali dinamiche e adattamenti a seconda dell’avversario) per dare maggiori soluzioni offensive.

In mezzo, ci sono state le prime 10 giornate dell’attuale campionato ed il girone della Champions 15/16, con i doverosi tentativi di trovare soluzioni adatte alla rosa ma anche a vincere in Italia ed in Europa.

Qui torna utile il think easy di cui abbiamo parlato in precedenza. Il ragionamento di Allegri esula da complessi discorsi su scalate, movimenti, quadrature che dir si voglia. Da un lato, serve trovare spazio ad un terzo uomo con caratteristiche ben precise, dall’altro c’è la questione detta/non detta: “tre centrali difensivi? Troppo per questa Juve”.

Allegri è un allenatore moderno. E’ un allenatore che sa fin troppo bene che la competizione a livello internazionale (cioè attualmente il vero ed unico benchmark di riferimento visto il livello del calcio italiano) si gioca sul talento e sulla forza tecnica di una squadra. Certo, anche la fisicità, l’organizzazione di gioco, una corretta preparazione psico-fisica, tutte variabili però su cui ad alti livelli ci si è appiattiti.

Il ritorno della tecnica, cioè la capacità di fare bene il singolo gesto atletico/sportivo e di scegliere bene quale e come farlo, è l’elemento che nel calcio recente si è imposto come variabile “vincente” a livello internazionale. I movimenti calcistici spagnolo (leggere qualcosa del tedesco Horst Wein è cosa buona e giusta) e belga (uno degli assunti del progetto di rifondazione del calcio belga è per l’appunto una focalizzazione esasperata alla cura della tecnica fin dai settori giovanili) ci hanno fondato i loro recenti successi, enfatizzando il lavoro su tale aspetto fin dalle scuole calcio.

La vera, unica variabile che nel calcio attuale fa la differenza per risultati eccellenti e costanti è dunque la tecnica. La Juve deve migliorare in quell’aspetto: lì sono i margini, lì si deve operare.

La mia opinione è che Allegri e la stessa società lo sappiano bene. Rispetto a solo 3/4 anni fa si è fatto tantissimo, la riprova è la finale di Champions dello scorso anno, e la scorsa campagna acquisti, seppur non pienamente “compiuta”, ha contribuito nel miglioramento. Ma alla finale di Berlino occorre dare continuità e, per farlo, il percorso è obbligato: incrementare ulteriormente il potenziale tecnico della rosa e, quindi, dell’undici da mettere in campo.

D’altro canto è utile ribadire a questo punto che Allegri è comunque un allenatore italiano, consapevole dell’equilibrio, della necessità di eccellere nelle letture dei momenti delle partite e delle loro interpretazioni, nella capacità di derogare dalle proprie convinzioni nel momento in cui un avversario le mette in crisi ed è necessario trovare strade nuove. Diciamo che l’attuale Ten-In-A-Row nel campionato italiano ne è la testimonianza concreta.

Ma quanto detto prima resta sullo sfondo dell’ineluttabilità del da farsi. Lasciando perdere le ovvietà imperniate sul “tutti importanti, nessuno indispensabile” e basandosi invece su un utilitarismo spiccio, direi quasi aziendale, noi juventini dobbiamo considerare Massimiliano Allegri non solo un bravo allenatore, ma anche il profilo “utile e giusto” per questo momento storico della Juventus; per l’appunto, addirittura necessario.

Fino alla fine forza Juventus.

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