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Mattiello, la sfiga e le tribù

Questo è un pezzo impopolare, di quelli che non ti fanno prendere ‘like’ su Facebook o retweet su Twitter. O forse sì, ma non tra chi tifa la Juventus come me. “Buonista e piacione” me li sono già presi ieri, magari ne arriveranno degli altri.

Il motivo: non essermi accodato alla lapidazione via web di Nainggolan ma anzi aver ritenuto, dopo aver rivisto quegli strazianti replay, che il grave infortunio capitato a Federico Mattiello sia stato in larghissima parte dovuto più alla sfiga che non al contrasto del centrocampista belga. Il piede che slitta sul pallone, la gamba che rimane piantata nel terreno, il su movimento innaturale, schiacciata sotto il peso di quella dell’avversario. Fatalità, sfortuna.

L’entrata di Nainggolan è stata però dura e pericolosa? Sì, certamente dura e potenzialmente pericolosa. Come tante altre se ne vedono, senza che si verifichino conseguenze così terribili. E’ il calcio, ci sono i contrasti e ci sono alcuni giocatori che fanno entrate dure. Alcune nei limiti del regolamento, altre oltre. Il belga poteva prendere il giallo, il rosso? Sì, no, ma cosa cambia? Resta il fatto che è stata una cosa di calcio e che la causa-effetto non è quella che la furia di alcuni ha voluto vederci. Non è Cambiasso che entra secco e cattivo sulla caviglia di Giovinco, non è De Jong che nella finale dei Mondiali disegna i tacchetti sullo sterno di Xabi Alonso. In quei casi nessuno dei due riportò conseguenze irreparabili (appunto: la fatalità), ma qualora fosse successo sarebbe stata lampante la diretta responsabilità degli autori dei due fallacci sconsiderati.

Qui, invece, si è trattato di un’entrata, pericolosa finché si vuole, ma senza nessuna intenzione violenta. E’ stata la fatalità di un scontro di gioco che, se non ci avesse messo lo zampino la sfiga sotto forma di un piede che rimane piantato nel terreno, sarebbe passato probabilmente inosservato.

Si è presto scatenato, nel web bianconero, un linciaggio nei confronti di Nainggolan verso il quale ho provato un certo imbarazzo. Il suo account twitter è stato bersagliato di affettuosità come: infame, macellaio, figlio di puttana, terrorista, pezzo di merda, cosa ci si aspetta da uno che picchia la moglie, devi morire, ecc. Secchiate di violenza verbale gratuita, un fenomeno che su internet è molto comune. Sui siti di informazione che consentono ai propri lettori di commentare le notizie se ne leggono anche di peggio, tutti i giorni, verso politici, giornalisti ecc.

Mi ha fatto riflettere il meccanismo che, credo, lo abbia generato: i colori e il pregiudizio. Si trattava di un calciatore della Roma contro uno del Chievo ma di proprietà della Juventus (giovane, per giunta, quindi sul quale molti hanno aspettative per il prossimo futuro). Un giocatore, inoltre, non propriamente simpatico, per una serie di vicende passate fatte di dichiarazioni, atteggiamenti, provocazioni anche sugli stessi social network. Uno, insomma, col physique du role del pezzo di merda, una calamita di pregiudizi. E dall’altra parte c’era il ragazzino. Questo ha fatto sì che la dinamica dell’azione, il fatto che per quanto si possa giudicare duro il contrasto il rapporto causa-effetto col grave infortunio sia molto labile, contasse praticamente nulla. Il caso, la sfortuna, la fatalità, non esistevano. Era solo il bastardo romanista che aveva spaccato la gamba al ragazzino juventino.

Poi, quando qualcuno è rientrato nella grazia di Dio, lungi dal dire “ok, ho esagerato”, è partita la fase due: ok, forse non voleva spaccargliela la gamba, ma se invece di Nainggolan fosse stato Chiellini come credi che sarebbe stato trattato? E allora fanculo a Nainggolan lo stesso. E’ la logica tribale, della quale scopri all’improvviso essere vittime anche personaggi che ritenevi vagamente equilibrati. Ammettono implicitamente che se il contrasto lo avesse fatto Chiellini la loro opinione per prima, oltre a quella di qualche addetto ai lavori, sarebbe stata dimetralmente opposta e ne fanno un vanto.

I pozzi, nel calcio italiano, sono ormai talmente avvelenati che si ritiene normale non farsi un’idea delle cose sulla base dei fatti, ma sulla base di ciò che qualcuno direbbe qualora i protagonisti fossero diversi. Quel qualcuno che, ovviamente, quando lo fa si prende le giuste accuse di malafede ma al quale si risponde con altrettanta malafede senza rendersene nemmeno conto.

Non ho spiegazioni dotte o pseudo sociologiche da fornire, mi limito a osservare le logiche di un pomeriggio di ordinaria follia. E a constatare come, spesso, non si è molto migliori di quelli verso cui siamo abituati a puntare il dito.

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