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Palombo non ci provare!

Ci sono giorni in cui fare finta di nulla riesce difficile e ignorare un articolo come quello di ieri pubblicato dalla Gazzetta dello Sport è impossibile. Soprattutto perché a scriverlo è lui, l’immarcescibile esperto di complotti e prima firma del giornale rosa in campo di politica sportiva: Ruggero Palombo.

Esattamente il 22 aprile di 10 anni fà la sua rubrica “Palazzo di vetro”, posta in fondo al giornale in quelle pagine lette solo dagli appassionati degli sport minori, anticipava sibillinamente lo scoppio di calciopoli. Al giornale, pertanto, festeggiano la ricorrenza. Sarà che il quotidiano concorrente sta intervistando in serie i poveri malcapitati della storiaccia, di conseguenza il buon Palombo, paladino del giustizialismo “à la carte”, ritiene necessario sistemare le caselle del risiko nel modo che più gli è congeniale, e fanculo la verità.

Era da molto tempo che non mi incazzavo alla lettura di un articolo di giornale, forse perché ormai ci ho fatto il callo e, d’istinto, non riesco più a fidarmi della categoria. Tuttavia, il pezzo di ieri in prima pagina mi ha contorto le budella, perché la faccia tosta di certa gente sull’argomento ha raggiunto il livello di guardia.

Non starò qui a ricordare tutte le storture di calciopoli, sapete benissimo lo spazio immane che servirebbe, e comunque si spera che tutti gli juventini ne conoscano almeno i capisaldi. No, questo spazio lo utilizzerò solo per mettere a fuoco l’operazione di taglio e cucito compiuta dal Palombo con l’articolo di ieri. Perché sia ben chiaro, a lui che lo chiede e a tutti quelli che fanno finta di non sapere, non ci sarà nessun oblio sulla Farsa del 2006.

Il problema dell’articolo di Palombo non è la solita disinformazione sui fatti: “Le sim svizzere rappresentano la pistola fumante del processo.” Sappiamo benissimo che non è stato dimostrato nulla e che le motivazioni parlavano di reato di pericolo, nel senso che il tentativo (presunto) di distribuire schede straniere agli arbitri basta e avanza per dimostrare l’esistenza della cupola.
No, a questo genere di attacco siamo ormai abituati. A farmi sobbalzare dalla sedia è stato il voler ancora sminuire il coinvolgimento dell’Inter e definire “errori laterali” le GRAVISSIME omissioni da parte degli inquirenti, siano essi la squadra dei Carabinieri o i PM titolari dell’inchiesta.

Secondo Palombo quello scudetto (quello del 2006, il secondo revocato) doveva restare non assegnato perché la squadra a cui venne assegnato, Palombo non fa nomi per un motivo che analizzeremo alla fine, non doveva essere stralciata dalle intercettazioni. Tutto giusto, ma le parole sono importanti e, se le sim svizzere sono la pistola fumante, non puoi derubricare la posizione dell’Inter a episodio minore. Perché ci sono le testimonianze in tribunale a raccontare gli incontri di un dirigente dell’Inter con un arbitro in attività, così come ci sono le telefonate in cui lo stesso dirigente dell’Inter chiama il designatore dei guardalinee per chiedere di indirizzare il sorteggio tramite le preclusioni!

Come se non bastasse, il buon Palombo si butta in un giudizio di parte da far impallidire le telecronache tifose di Auriemma e Zampa: la squadra di cui sopra aveva sì “qualcosa da farsi perdonare, ma poco e, certo, meno di tutti.”
Come al solito, il giornalista super partes che si limita a riportare le notizie (sì, nel paese di Centopia, forse) decide all’improvviso di vestire contemporaneamente i panni di Pubblico Ministero e Giudice di Cassazione, ed emette questa sentenza. Peccato che diversi giudici veri la pensino diversamente; uno è lo stesso Palazzi, quello che permise alla messa in scena di arrivare senza ostacoli al finale già scritto. Quando vennero fuori le intercettazioni “degli altri”, quelle nascoste (!!!), il superprocuratore emise la sua relazione, e il giudizio non era lo stesso emesso per i primi protagonisti, quelli del 2006, e non era nemmeno minore, come scrive il Palombo. No, era peggiore. A differenza di Moggi, Pairetto, Bergamo eccetera, di cui non è stato mai riscontrato, i fatti riguardanti l’Inter costituivano illecito sportivo. E come sa benissimo la sontuosa penna del Ruggero nazionale, solo la prescrizione salvò la società di Moratti dalla serie B. Un altro fu il giudice Magi che, assolvendo Moggi dalle accuse mossegli da Gianfelice Facchetti, scrive: Le telefonate tra Giacinto Facchetti e alcuni arbitri “costituiscono un elemento importante per qualificare una sorta di intervento di lobbing da parte dell’allora presidente dell’Inter nei confronti della classe arbitrale”
Giusto per ricordare quanto poco fosse coinvolta l’Inter… (Per tacere del resto).

Proseguendo l’urticante lettura dell’articolo troviamo l’attacco di Palombo all’attuale Presidente dell’AIA, Marcello Nicchi, colpevole di tacere sull’argomento. Delle beghe attuali tra Palombo e Nicchi non mi importa nulla, a farmi ridere è come Palombo descriva i fischietti coinvolti in calciopoli: “La categoria più attraversata, coinvolta e ferita di calciopoli.” Questa, naturalmente, è la posizione iniziale di tutta la vicenda, quella dell’inquisizione, da cui Palombo non si è mai schiodato. Poi ci sono le sentenze, che il nostro luminare dell’etica cita pure, ma solo quello che gli serve e ne scrive quello che gli pare. E le sentenze hanno assolto quasi tutti gli appartenenti all’AIA, tranne Massimo De Santis, unico esponente della classe arbitrale effettivamente condannato. E non mi metto a ricordare in cosa sia consistito il coinvolgimento di De Santis per ragioni di spazio. Mi interessa solo far notare come Palombo proclami la sua presuntuosa arringa senza badare alla fondatezza delle sue tesi.

Sorvolo sulle critiche alla Juve per la richiesta di danni alla Federcalcio, roba vecchia, mentre è interessante l’anticipazione buttata lì alla fine del periodo: il Tar del Lazio si accinge a decidere sulla pendenza, “fra qualche mese” annuncia il ben informato Palombo. Già perché il vicedirettore è uno che di entrature se ne intende e un po’ di onestà intellettuale, nel pezzo, ce l’ha messa. Scrive Palombo, infatti, che le ormai mitologiche anticipazioni della Gazzetta in materia di sentenze, anticipazioni mai fallaci, non sono frutto di “sfere di cristallo o capacità profetiche ma solo di un’assidua frequentazione dei palazzi dello sport e, grazie al prezioso contributo di un collega come Maurizio Galdi, delle Procure della Repubblica.” Il prode Palombo lo scrive come motivo di vanto, intendiamoci, ma la sua ammissione è propedeutica a spiegare come funzioni la giustizia, sportiva e non, in questo sgangherato Paese. Indagini e procedimenti che dovrebbero essere segreti fino alla loro conclusione diventano di dominio pubblico grazie a questo scambio tra giornalisti ed esponenti della magistratura o dipendenti dei Tribunali o chissà chi.
E se ne vantano pure…

Quella fuga di notizie, nel maggio 2006, fornì al sistema un assist perfetto per far scoppiare lo scandalo prima della fine del campionato, in modo da poter togliere anche quello scudetto alla Juve ed assegnarlo agli Immacolati. Visto che quella stagione non era soggetta ad indagine, era l’unico modo per accontentare qualcuno che, come sappiamo, ha preteso l’assegnazione di quel titolo a risarcimento dei danni subiti in precedenza. O, come sarebbe più giusto dire, per premiare a tavolino tutti gli onerosissimi investimenti fatti nel calcio…

È nel concludere l’articolo, però, che Palombo sforna il capolavoro: “In questo pezzo non trovate un solo nome dei protagonisti di calciopoli. Oblio. Niente altro che oblio.”
Col piffero, Ruggiè!
Tu i nomi non ce li metti solo perché, con tutte le imprecisioni che hai scritto, hai paura che qualcuno le usi per far ballare il tango un po’ anche a te. Perché, caro il mio Palombo, la diffamazione è un reato punibile dal codice penale, e di gente innocente passata per 9 anni nel tritacarne di una inchiesta “con le sue piccole lacune” ce n’è molta, e, sentenze alla mano, non aspetterebbero altro che prendersi una sacrosanta rivincita. Alla faccia delle piccole lacune!

Non una parola sul Processo Telecom, sul sequestro del Pc di Tavaroli che viene spedito a Roma proprio ai carabinieri che indagavano su calciopoli (a Milano non c’era un informatico!?!), non una parola sul carabiniere pentito che svelò come furono svolte le indagini (vicenda scomparsa dai radar dell’informazione nel giro di una settimana), non una parola sull’incontro di Moratti con Auricchio e Narducci nell’ascensore di un hotel romano, non una parola sui pedinamenti e le intercettazioni illecite, non una parola su tutto il castello di accuse della prima ora crollato sotto i colpi delle difese, non una parola sulla sommarietà del processo sportivo, durato meno di 3 mesi e con l’annullamento di un grado di giudizio.

Di solito articoli così vengono chiosati con “si è persa un’occasione per tacere”, perché questo dovrebbero fare in quel giornale: tacere per dignità sulla loro cattiva informazione fatta in quella estate. Io, invece, concludo mutuando un titolone preso dal loro campionario di quella stagione: “Ecco come truccavano l’informazione.”

 

P.S. Ho fatto riferimento al Corriere dello sport che, in queste settimane, sta “celebrando” il decennale di calciopoli intervistando alcuni dei malcapitati protagonisti. Rispetto alle capriole dentro la storia scritte ieri sulla Gazzetta è sicuramente un’iniziativa lodevole, ma ci andrei piano con gli elogi. L’Italia è quel Paese in cui le inchieste giornalistiche non rappresentano mai fatti da accertare, comportamenti da approfondire, scelte da spiegare. No, le vicende di questo Paese sono sempre e soltanto ricorrenze da celebrare.

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