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“And the Oscar goes to…”

… In questo caso, a differenza della recente cerimonia hollywoodiana per l’assegnazione delle statuette del cinema, è decisamente venuto a mancare l’ingrediente fondamentale, cioè la suspense. La corsa alla panchina d’oro 2014/2015 si è conclusa nella maniera più ovvia, cioè con la vittoria di Massimiliano Allegri, allenatore della Juventus. Definirlo un esito scontato potrebbe essere considerato un eufemismo poiché dopo una stagione come quella dello scorso anno chiunque avrebbe scommesso il suo ultimo centesimo su un epilogo simile.  Epilogo che, a meno di clamorosi colpi di scena, potrebbe costituire il naturale suggello per la prosecuzione del rapporto che legherà il destino dei colori bianconeri a quello di Allegri ancora per qualche anno, con buona pace degli scettici. Ed è proprio per chi ancora dubita delle capacità del tecnico livornese che è bene ripercorrere brevemente ciò che è stato, cercando di proiettare il tutto sul presente e sul futuro prossimo. Non per cercare di lavare la testa al proverbiale “ciuccio” di partenopea memoria (sappiamo tutti che in quel caso si finirebbe per perdere tempo, acqua e sapone), piuttosto per realizzare quanto di enorme è stato conquistato nell’arco di questo anno e mezzo e guardare con crescente ottimismo a ciò che verrà nei prossimi tempi.

Allegri si insedia sulla nostra panchina a metà luglio 2014: la cosiddetta “Era Conte” si è appena conclusa, nel peggior modo possibile. Dai tre scudetti consecutivi, dei quali il primo conquistato da imbattuti e l’ultimo con il record di 102 punti, si piomba nell’incertezza più totale, con un tecnico inviso alla maggior parte della tifoseria a causa dei suoi trascorsi milanisti e delle diatribe dialettiche e a mezzo stampa avvenute proprio con il “nostro” Antonio. Conte va via sbattendo la porta, a causa degli ormai noti attriti con la dirigenza bianconera in sede di mercato. Arriva Max e al suo arrivo una piccola folla gli riserva un’accoglienza a base di sputi e improperi, nemmeno degna di un avversario per il quale lo stile Juve imporrebbe un minimo di rispetto. “Noi Allegri non lo vogliamo!” urlano a gran voce coloro i quali qualche mese dopo lo abbracceranno a suon di cori giubilanti a Caselle, di ritorno da Madrid, dopo aver conquistato la finale di Champions League a distanza di dodici anni da Manchester, a spese del Real di Cristiano Ronaldo.

Allegri in pochi mesi ha l’umiltà di raccogliere davvero l’eredità di Conte, senza fare rivoluzioni, senza stravolgere gli equilibri che inevitabilmente si erano creati all’interno di uno spogliatoio in cui il vero intruso è proprio lui. “Trecinquedue” dunque. Solidità difensiva, compattezza che serve a sfruttare il vero braccio armato della Juve, quel Carlos Tevez che travolgerà qualsiasi avversario lungo il cammino, appropriandosi virtualmente del quarto scudetto consecutivo già nel mese di marzo, salvo poi abbandonarsi a una saudade in chiave albiceleste che lo porterà a chiedere la cessione per tornare all’ovile con gli amati Xeneizes. E piano piano anche 4-3-1-2 o 4-3-2-1, soprattutto in Champions, con Vidal trequartista adattato, che si trasforma in fase difensiva in un 4-4-2, si allargano le mezzali e si “schiacciano” i due centrali, proprio quel meccanismo che inceppandosi è costato il gol di Rakitic a Berlino.

L’annata 2014/2015 è stata davvero mostruosa, paradossalmente più di quella dei centoduepunti, perché la Juventus lotta su tutti i fronti, qualsiasi sia il prezzo del menu, dal fast food alle stelle Michelin non c’è ristorante troppo caro. Così, appunto, arriva il quarto scudetto di fila, il numero trentatré. E la Coppa Italia, la numero dieci. E la finale di Champions numero sette, anch’essa dall’esito scontato, che però avrebbe potuto finire in tutt’altro modo, chissà…

Allegri è agli antipodi rispetto al tremendista Conte che esulta sotto la curva, che si fa sentire con l’arbitro di turno, che alza la voce in conferenza stampa, che ribatte colpo su colpo alle frecciate degli avversari, che “perdere è come morire”, che pretende un’esecuzione perfetta di quello spartito provato in allenamento al limite della nausea, che vuole tutti sulla corda, sempre. Che era l’allenatore giusto al momento giusto. Così come lo è stato, ed è tuttora, Allegri. Allegri l’umile (e un po’ paraculo), che rende sempre e comunque merito ai calciatori quando si vince, che assume su di sé gran parte delle responsabilità quando si perde, che abbassa la tensione quando è troppo alta, che carica l’ambiente quando è troppo rilassato, che gestisce al meglio le tre competizioni, che privilegia l’aspetto tecnico rispetto a un calcio fatto di posizioni e movimenti preordinati, che sorride anche di fronte alle sconfitte, perché ha già trovato il modo di evitare le prossime.

Il nuovo progetto tecnico è partito con una vittoria, la terza in pochi mesi, quella ottenuta nella Supercoppa Italiana di Shanghai, che secondo la maggior parte degli esperti è costata un inizio di stagione problematico e una serie infinita di infortuni muscolari. Dalle sconfitte e dalle delusioni di inizio campionato Allegri ha però appreso tanto: ha imparato a conoscere meglio un gruppo completamente rivoluzionato dopo il mercato estivo ripassando al 3-5-2 ma ritoccandolo e adattandolo alle esigenze. Prima i due esterni estremamente alti, per una sorta di 3-3-4; poi un assetto asimmetrico dentro a turno Cuadrado e Alex Sandro, con l’esterno opposto (anche qui a turno Lichtsteiner ed Evra) a “scivolare” dietro per comporre una linea a quattro spuria.

Prima dell’utilizzo della difesa a tre si diceva che Allegri facesse giocare le proprie squadre SOLO con il 4-3-1-2, il 4-3-fantasia tanto criticato l’anno scorso. Quest’anno si è passati a sostenere la tesi secondo cui Allegri andrebbe predicando un solo dogma tattico, ovvero i tre “mediani”, un regista e due mezzali con determinate caratteristiche tecniche. Tutto il resto può cambiare, non i tre mediani. E invece… utilizzando qualche volta il 4-4-2, specie contro avversari che amano sfruttare gli spazi, come il Napoli di Sarri, Allegri ha ulteriormente spiazzato chi lo aveva catalogato in maniera superficiale come semplice gestore di gruppi vincenti.

Allegri si è dimostrato, al contrario, un grande conoscitore e insegnante di calcio, che significa innanzitutto “giocare bene tecnicamente” (ok) ma non significa delegare totalmente ai giocatori l’impostazione della manovra offensiva, come si vuol far passare in maniera semplicistica: significa presa di coscienza dei propri limiti e delle proprie capacità, dei propri difetti e dei propri punti di forza. Significa trasformare situazioni di svantaggio in situazioni di potenziale pericolo per l’avversario. Significa resistere a un fallo a metà campo per consentire alla squadra di ribaltare l’azione, significa portare le mezzali sugli esterni per costringere la linea difensiva ad allargarsi permettendo a Dybala di essere micidiale in mezzo.

A oggi non sappiamo se e cosa possa vincere la Juventus di Allegri. Sappiamo che la Juventus di Allegri è tuttora in corsa in tre competizioni su tre, prima in campionato, in finale di Coppa Italia e con una partita in trasferta contro il secondo peggior avversario possibile sul pianeta. Una partita in cui la Juve ha un solo risultato a disposizione e non ha nulla da perdere. Una partita per cui vale la pena appassionarsi al calcio, da emozioni vere, da attesa dolce e terribile, tutta da vivere.

And the Oscar goes to Max Allegri. Da oggi, dunque, il nostro allenatore sale al secondo posto (alla pari con Zaccheroni, Ancelotti, Prandelli e Lippi) nella speciale classifica del maggior numero di Panchine d’Oro vinte: un friulano, un salentino e poi un toscano. Non è l’incipit della classica barzelletta, li conosciamo bene tutti e tre, perché tutti e tre hanno fatto la storia della Juventus e tutti e tre hanno contribuito a rendere questa storia unica, fantastica, immensa. Anche grazie a loro potete considerarvi fortunati a essere juventini e godere nel far parte di questa meravigliosa famiglia apolide e contro natura come quella bianconera. Allegri è l’unico dei tre ad avere la possibilità di continuare a costruirla questa storia, e ad accrescerne la grandezza. Tifare Juventus è bello. Da oggi tifare Juventus è un po’ più bello, anche grazie a Massimiliano Allegri.

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