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Partire è un po’ morire

Durante la trasmissione radiofonica di lunedì sera mi è venuta in mente questa riflessione: tutti i giocatori “big” che hanno voluto lasciare la Juve in questi ultimi due anni hanno fatto una scelta professionale che, col senno di poi (per ora), si è rivelata sbagliata. Almeno ai miei occhi.

Vidal e Coman sono andati al Bayern Monaco, per soldi e perché là potevano vincere la Champions League. Sui soldi non discuto, anche se visti gli ingaggi che sta pagando recentemente la Juventus forse qualche considerazione si potrebbe fare, mentre sui risultati non mi pare il Bayern abbia fatto meglio della Juve. Anzi…

Tevez lasciamo perdere: una serie di scelte professionali una più incomprensibile dell’altra. Gli auguro almeno di essere felice in Cina, dove per altro poteva tranquillamente andare a fine carriera. “Finire una carriera” e “mettere fine a una carriera” sempre una carriera finisce, ma non è proprio la stessa cosa…

Morata è stato un caso un po’ particolare: nato e cresciuto nelle giovanili del Real, effettivamente non poteva fare diversamente che tornare a casa. Però di fatto sta facendo il vice di Benzema e sta scaldando tanta panchina: chissà come sarebbe andata se fosse rimasto alla Juve.
Voce di oggi, pare voglia andarsene e gli piacerebbe tornare alla Juve (così dicono).

Per ultimo il caso più succulento: Paul Pogba. Se ne è parlato tanto e non è il caso di tornarci sopra, ma ormai è evidente che l’estate scorsa ha accettato di diventare un uomo immagine, di essere una “operazione di marketing”, rinunciando, almeno per ora, a fare il top player. Unanime era l’opinione che andare in una squadra scombinata, quale era (ed è ancora oggi?) il Manchester United, lasciando una società organizzata e in crescita, quale era la Juventus un anno fa, non avrebbe portato nulla di buono.
Ad oggi, a meno che lo United non vinca l’Europa League o si fino arrampichi al quarto posto, sarebbero due gli anni di assenza dalla Champions League (e non è detto che l’anno prossimo si qualifichi per il terzo anno di seguito, dal momento che in Premier la concorrenza è serrata): per un giocatore di 24 anni, nel pieno della carriera, nel momento della sua possibile consacrazione, non è certo la situazione ideale. Fosse rimasto alla Juve sarebbe titolare in una squadra protagonista.
In futuro vedremo, certo; intanto non gli costava nulla aspettare un altro anno e vedere cosa sarebbe successo, qui e altrove.

Ma al di là dei destini professionali di questi signori, di cui ci frega il giusto, perché le loro scelte si sono rivelate errate? Perché hanno fatto tutti lo stesso ragionamento di un altro “fuggitivo” illustre, che però non pare essere per nulla pentito, anzi: “Non si può mangiare con 10 euro in un ristorante da 100”.

Dietro questa frase c’è la convinzione che la Juve, appunto, questi maledetti 100 euro non li possieda e non li avrebbe messi insieme ancora per molto tempo. In parte è vero. Se guardiamo alla vil pecunia, ossia al fatturato, la distanza con le superpotenze europee è molto ampia e difficilmente sarà colmata nel breve. Lungi da me smentire la relazione tra fatturato e potenzialità sportive (su cui ho scritto molto, di cui sono fermamente convinto e che, se permettete, è un tantino più complessa della banale relazione sarriana più-spendi-più-vinci), e però la distanza tra una squadra e un’altra non è fatta solo di fatturato, ma anche di mentalità, di abitudine a vincere, di ambiente, di organizzazione, di tattica, tecnica, condizione fisica e psichica. E se la distanza nel fatturato rimane molto ampia nei confronti delle big europee, in tutti gli altri campi la Juve è cresciuta in misura decisiva, colmando di fatto la distanza. Ad oggi la Juventus, in meno di Real, Barca e Bayern Monaco, ha solo il fatturato. In più del Manchester United, ad esempio, oggi ha “tutto tranne il fatturato”.

Come è riuscita la Juventus a colmare il gap? Beh, innanzitutto, vincendo. Come dice il sempre attuale Julio Velasco, è vincendo che si acquisisce la “mentalità vincente”. Sembra banale ma la mentalità che c’è oggi alla Juve sono certo non ci sia in squadre tipo Arsenal o Liverpool, che pure fatturano più della Juve ma che non alzano un trofeo importante da troppi anni. In questo sicuramente c’è grande merito in Conte e Allegri che, invece di badare al “bel giuoco”, si sono preoccupati dei risultati; mentre è soltanto merito di Allegri l’aver convinto i giocatori che anche in Europa potevano dire la loro. A furia di dire che giocavamo contro i marziani, qualcuno aveva finito per crederci. Invece non è così. Oggi la squadra è cresciuta molto a livello di mentalità: basta guardare come abbiamo approcciato il Bayern Monaco un anno fa e come abbiamo approcciato il Barcellona recentemente. Non parlo di risultato, parlo di prestazione: andate a confrontare i primi tempi di Juve-Bayern e Juve-Barcellona e vedrete la crescita a livello mentale che è stata fatta in un solo anno.

Ovviamente il merito non è solo di Allegri: l’inserimento in rosa di due giocatori quali Higuaín (sei stagioni e mezzo con sei trofei vinti, 264 partite giocate e 121 reti realizzate al Real Madrid sono un bel viatico) e Dani Alves (non ho abbastanza spazio per elencare tutto quello che ha vinto) ha certamente contribuito ad aggiungere consapevolezza e tranquillità al gruppo.

Insomma, la società Juventus stava crescendo a livello di fatturato, riducendo il gap con le big europee e potendo quindi permettersi certi ingaggi e certi cartellini; questo ha permesso di cominciare a fare mercato ad altissimi livelli, tesserando giocatori di prima fascia (guardate le squadre da cui abbiamo comprato giocatori nelle stagioni 2011/12, 2012/13 e quelle da cui abbiamo comprato negli anni seguenti…); al contempo l’allenatore ha contribuito, con la sua calma, la sua convinzione e alcune notevoli intuizioni tattiche, a dare una nuova mentalità alla squadra; l’innesto di un certo tipo di giocatori (Higuaín, Dani Alves, Khedira, Mandzukic) ha poi fatto il resto. La crescita è stata lenta ma costante, e dovuta a fattori diversi e non omogenei: questo è il motivo per cui ce ne siamo accorti solo oggi (grazie al famoso “senno di poi”) e per cui qualche nostro ex non se ne è accorto per tempo.

Il bello è che certi giornalisti e gli antijuventini non se ne sono accorti neanche adesso.

Ma, in fondo, come diceva mio nonno, a certa gente fai prima a metterlo in -beeep- che in testa.

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