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Perché vinciamo noi

Questo post è un colpo di mano. Con i mega-direttori di Juveatrestelle avevamo concordato che questo appuntamento fosse dedicato alle motivazioni per le quali la Juve, quest’anno, con pieno merito è approdata ai quarti di finale di Champions League, e perché ha un vantaggio in doppia cifra in campionato che, facendo gli scongiuri, la porterà a vincere il suo quarto scudetto di fila ed il trentatreesimo della sua storia.

Ma nel frattempo, la cronaca di questi giorni ha preso il sopravvento. Calciopoli/Farsopoli, lo scontro Juliano/Ronaldo, la FIAT che decide i destini del calcio italiano da decenni e ora che si chiama FiCA figuriamoci, mi hanno portato ad ampliare un po’ il ragionamento. Perché vinciamo quest’anno, in questi ultimi anni e, tranne la parentesi farsopolara, vincevamo anche prima?

Perdonatemi la dissertazione, ma devo farla. Nel calcio, quasi sempre i risultati sportivi sono frutto di tre variabili: società, allenatore, squadra. Poi si filosofeggia sulle percentuali da assegnare a ciascuno di questi fattori per sottolinearne l’importanza di uno rispetto agli altri, ma questi sono. Aggiungo solo che, pur se queste variabili hanno ovviamente una natura puramente endogena, quando gli si dà una valutazione (società più o meno “seria”, squadra più o meno forte) è sempre frutto di una comparazione con gli avversari. Quindi la misura qualitativa che si fornisce dei tre elementi è già di per sé relativizzata al valore degli avversari.

Detto ciò e affrontando la questione senza tanti giri di parole, perché l’Inter di Simoni, Moratti e (ci metto anche lui) del Ronaldo di Milano avrebbe dovuto vincere qualcosa intorno alla fine degli anni ’90 ?!? Perché avrebbe dovuto farlo quella di Cuper o Mancini (soprattutto di quel Mancini …) e Materazzi nei primi anni 2000 ?!? Moratti è stato quello che è stato, inutile tornarci su. Le rose di quelle squadre avevano limiti imbarazzanti, soprattutto non erano un gruppo. E gli allenatori? Non sono mica state rase al suolo foreste di allori per coronare le loro teste di sapienti tattici e grandi motivatori. Quando, in quegli anni, si sono verificate alchimie di un certo livello, la Roma di Capello e la Lazio di Eriksonn, hanno vinto i campionati, superando quelle società, la Juve ed il Milan, che quegli anni li hanno fatti giustamente da padroni seppur in certi frangenti e in determinate condizioni (riavvio di un ciclo, maggiore attenzione al fronte europeo piuttosto che a quello nazionale) le hanno viste soccombere.

Chiedo ancora venia, meglio tornare ai nostri giorni. D’altro canto, sono proprio i nostri giorni la miglior risposta ai quesiti di cui sopra: meno trenta siberiano e probabile quarto scudetto di fila. Accidenti, ci sono ricascato …

Allora, partiamo da un concetto semplice. Vincere non è mai facile, né tanto meno scontato o banale. Al di là delle variabili macro suddette, ce ne sono un’infinità che possono mettere in discussione la validità di un’intera impalcatura. La Roma di quest’anno ne è un esempio. Dicevamo della Juve ai quarti di Champions, prima con largo margine in campionato ed in semifinale di Coppa Italia. Una Juve vincente, quindi. Una Juve che, se non cercava conferme da due di quelle famose variabili di cui sopra (società e squadra) le cercava certamente dalla terza, cioè da Massimiliano Allegri. La vera incognita impazzita quest’anno era lui, sia per i dubbi che il mondo juventino (diciamo meglio la tifoseria juventina) poneva nei suoi confronti, sia se non soprattutto per il vuoto che il suo predecessore ha lasciato a metà estate.

Partiamo da un’assunzione secondo me basilare e, permettetemi di dirlo, spero anche scontata. La Juve messa in campo nella stagione 2014-2015 è di Massimiliano Allegri. In lungo ed in largo. Max ha chiaramente ed intelligentemente sfruttato il lavoro egregio di Antonio Conte (sarebbe stato stupido se non lo avesse fatto) ma dando un’impronta propria a delle soluzioni tattiche già definite e trovandone altre laddove sembrava non ce ne fossero. Non entrando in comparazioni senza senso, una cosa è certa: la Juventus è stata brava e fortunata ad incrociare nella sua storia ed in momenti profondamente diversi due tecnici diversissimi ma perfetti se calati nei loro rispettivi contesti. Io per esempio non ho alcun dubbio che se Allegri si fosse trovato al posto di Conte nella Juve della stagione della rinascita, probabilmente non ce l’avrebbe fatta a spuntarla, data quella situazione di partenza così ad handicap (sia da un punto di vista tecnico, sia ambientale). Conte, da tecnico fortemente emozionale, oserei dire addirittura emergenziale, si è perfettamente calato in quella situazione turando falle a destra ed a sinistra, facendo le veci di questo o di quell’altro, rinsavendo la proverbiale juventinità sopita. Massimiliano Allegri, viceversa, è un perfetto catalizzatore e uomo di struttura. E’ un normalizzatore, dando al concetto un’accezione positiva in quanto stabilizzatore di un livello di eccellenza che la Juve aveva già raggiunto. Conte, probabilmente, non sarebbe riuscito a farlo meglio. In ciò, la Juve ha vinto, vince e vincerà perché è (quasi) sempre stata brava e fortunata (binomio imprescindibile per ogni successo sportivo) a trovare l’uomo giusto al momento giusto.

Detto ciò, è opportuno motivare anche tatticamente l’assunzione che, come detto, quest’anno la Juve è di Massimiliano Allegri. Allora diciamo pure che è lui ad aver trovato una soluzione tattica per fare in modo di dare più imprevedibilità e peso in attacco e per mettere i nostri fab four contemporaneamente in campo, adottando un centrocampo a quattro schierato a rombo. Lo stesso sistema di gioco tipico della Juve di Conte, il 352 o 532 che dir si voglia, tranne la prima parte di stagione in cui è stato messo in campo con pochi se non nulli elementi di novità, è stato fortemente rivisitato da Allegri, attribuendo compiti e obiettivi diversi un pò a tutti i reparti ma soprattutto agli attaccanti.

Inoltre, il tecnico livornese ha introdotto ciò che, per importanza e peso nell’attuale stagione, è forse il secondo elemento (insieme a quello tattico) fondamentale per la qualità delle prestazioni e della stagione bianconera: la consapevolezza. A questo proposito, qualcosa tempo fa avevamo detto parlando di consapevolezza europea. Tralasciamo frasi infelici su ristoranti, trattorie, beauty-farm e bordelli più o meno cari, la questione fondamentale è che Allegri, nel momento in cui ha realizzato di essere divenuto allenatore della Juve e di questo gruppo, secondo me, fra sé e sé si è detto: ora questo ben di Dio è mio, devo solo farlo capire anche a loro (cioè alla squadra) quanta qualità c’è e quanto siano forti. Chiaramente ci si sta riferendo alla competitività di questo gruppo a livello europeo, era quello il limite da superare, visto che in Italia si è dominato per tre (quattro?) anni consecutivi.

Allegri ha immediatamente creduto in questo gruppo, ha sciolto nella giusta misura la briglia del talento ancora non espresso nella sua globalità, ponendo molta enfasi all’aspetto tecnico delle giocate a completamento del discorso tattico. In più, lo ha fatto in modo credibile. E non era facile, visti i presupposti di partenza. O ci siamo già dimenticati lo scetticismo che lo ha circondato nei suoi primi giorni alla Juve?

Siamo ai quarti, il campionato sta andando come sappiamo. Tranne cataclismi, gli obiettivi stagionali sono raggiunti. Ma la cosa bella e straordinaria è che siamo ancora in gioco in tutte le competizioni. Vedremo dove arriveremo. Le squadre italiane, nel momento in cui si liberano dell’ansia dell’obiettivo, sono capaci di superare limiti impensabili.

Facendo i debiti scongiuri, anche quest’anno abbiamo vinto. Ha vinto la Juve. Ha vinto Massimiliano Allegri. Ha vinto questo incredibile gruppo di ragazzi le cui motivazioni, dedizione al lavoro, voglia di vincere, sembrano non esaurirsi mai. Ma forse, in questo, la maglia che indossano, la società i cui colori difendono, un piccolo, piccolissimo ruolo ce lo hanno … E disgraziatamente per i nostri avversari, questa maglia e questa società costituiscono le costanti dell’equazione vincente, al di là dei dirigenti, degli allenatori e dei calciatori. Quei colori e quei valori ci sono e ci saranno sempre, nonostante tutto e tutti. Fino alla fine. Fatevene una ragione una volta per tutte.

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