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Re Apache

“Da piccolo tifavo sempre per i cow boy, ma crescendo e leggendo molto sulla storia di America, ho cambiato squadra: adesso tifo per i pellerossa, i veri abitanti di quelle bellezze naturali e selvagge, le grandi praterie. Prima dell’arrivo dell’uomo bianco erano loro gli unici proprietari di quei luoghi: i Cheyenne, i Sioux, i Delaware, gli Arikara, i Mohicani, gli Hopi, i Cherokee, i Navajo, gli Apache, tutte tribù sterminate e massacrate dagli avidi conquistatori”. By Coriandoli Bianconeri (2007).

Già: gli Apache.

Nemmeno i più grandi esperti del settore finora sono stati in grado di conoscere le origini di questo popolo straordinario o di indicare il periodo in cui fecero la loro comparsa nel Sudovest. Gli etnologi concordano solo su un fatto: gli Apache appartengono alla famiglia “athapasca”, il più diffuso ceppo linguistico dei pellerossa del Nord America e sono diventati nel tempo la tribù più importante della storia americana. Come sono entrati nella leggenda due dei suoi grandi capi: Cochise e Geronimo.

Adesso un terzo capo Apache è entrato nella storia, nella leggenda che più in questo momento ci coinvolge, quella bianconera: Carlitos Tevez. Carlitos è stato soprannominato Apache da piccolo, dal barrio dove è nato, Ejercito de los Andes, detto anche Forte Apache. Arrivò alla Juve nel giugno 2013, con una presentazione in grande stile, fotografato a più riprese con la maglia numero 10, che fu di Pinturicchio, il più amato, il più riconosciuto bandiera.

Era emozionato visibilmente Carlitos. Lo potevamo notare dalla sua espressione, dai suoi occhi incredibilmente dolci all’interno di una faccia da duro, da Apache.

Tutte le volte che Carlitos viene intervistato non posso non percepire la bontà e la bellezza dell’animo di questo ragazzo semplice, che ha visto la sofferenza giovanile e che è scolpita sulla sua faccia, che si porta dietro la polvere e la fame del suo barrio, accentuata ancora di più da quella cicatrice causata da un bollitore di acqua bollente.

Ma quel giugno 2013 arrivò alla Juve un fenomeno, un fuoriclasse autentico oltre che persona umile e straordinariamente umana, vicina al popolo bianconero ed argentino, ricordato molto spesso dopo una sua prodezza, nella t-shirt bianca sotto la maglia juventina, sempre più sua, sempre più appiccicata al suo cuore ed alla sua pelle.

Ricordo perfettamente, in quel caldo giorno di giugno 2013, il mio sms a Marotta: “Grazie Giuseppe, hai preso un campione vero”. Da persona educata quale è mi rispose quasi in tempo reale.

Sapevo che aveva acquistato un fuoriclasse, che aveva faticato negli ultimi anni solo perché non aveva trovato l’ambiente giusto. Lui, Carlitos, è fatto così: deve sentire intorno a lui svolazzare le note dell’amore per correre come un grande Apache sui verdi prati calcistici.

Lui ha percepito la completa fiducia della Società e l’amore immediato del popolo juventino, ed è salito immediatamente sul suo “mustang” bianconero per regalarci prodezze a ripetizione, che sono già entrate di diritto nella storia del club di Corso Galileo Ferraris.

Mai nessun acclamato campione si era inserito così velocemente all’interno di un gruppo già consolidato. Soffrì Platini, soffrì Zidane, “l’uomo che sussurrava ai palloni”, anche Ibra iniziò a disegnare magie in leggero ritardo, invece Tevez è partito di scatto ed è diventato immediatamente il leader della squadra: Re Apache.

Questa Juve mi ricorda terribilmente la prima Lippiana dei due campionati 94-95 e 95-96. Una squadra tecnica ma allo stesso tempo proletaria, costituita da guerrieri che non mollavano un centimetro di campo e che si aiutavano per novanta minuti, una squadra dove era facile vedere gli attaccanti Vialli e Ravanelli tirare in porta e trenta secondi dopo difendere all’interno della nostra difesa.

Come fanno adesso Tevez e Morata.

Vialli era Re Leone, Tevez è Re Apache.

Troppe similitudini vedo in questi due grandi calciatori, lo spirito di sacrificio, la potenza fisica, l’altruismo, ma soprattutto il fatto di essere leader, riconosciuti da tutti i compagni. Come Vialli, anche Carlitos ha la straordinaria facilità di issarsi la squadra sulle spalle e sorreggerla nei momenti di difficoltà e in quei minuti in cui Mister Allegri fa rifiatare i centrocampisti e la compagine tutta.

Ecco che come una freccia Apache vedi spuntare Carlitos a recuperare un pallone pericoloso, oppure ad inseguire l’esterno avversario di turno. Roba da strofinarsi gli occhi, proprio come succedeva ai tempi di Re Leone Vialli.

Anche la qualità dei goal di Tevez ricordano quelle di Gianluca bianconero, quelle saette precise all’angolino dove il portiere non può arrivare e quella facilità di chiedere al compagno l’uno-due per sferrare il bolide che andrà a gonfiare la rete. Ma la caratteristica che maggiormente unisce questi due giocatori, ripeto, è quella di essere i capi guerrieri di una squadra di guerrieri.

Non starò a ricordare tutte le varie prodezze del nostro Carlitos, sono tante e tutte di fresche memoria, avendo la fortuna di poterle ammirare nel nostro meraviglioso presente tutte le volte che entra in campo, ma vi confiderò la mia speranza: quella di vedere tra le sue braccia forti, ben alta nel cielo, quella Coppa con le Orecchie che Re Leone ci mostrò in quel di Roma 1996. So che sarà molto difficile, ma Carlitos ci proverà, con tutte le sue forze e con tutto il suo spirito bianconero, sempre di più.

Un giorno tornerà in Argentina, questo ormai è accertato. Troppo amore per la sua gente, per le sue terre, che troppo presto videro partire un grande campione, vincitore di tre edizioni del “Balon de Oro”. Lui è riconoscente al suo popolo, colpevole solo di essere povero e sfortunato.

Lui invece si sente fortunato. Madre natura aveva preparato per lui un futuro da fenomeno, fortificando la sua consapevolezza di dover ritornare tra la sua gente, per regalare attimi di gioia ad un popolo che lotta tutti i giorni. Ma lui appartiene a quel popolo, e ne è fiero.

Come gli Apache ama la sua terra, una forza superiore lo spinge a ritornare ad abbracciarla, è più forte di lui.

Arriverà il giorno che ci saluterai, Carlitos, lo sappiamo, ma noi juventini non ti dimenticheremo mai, perché sei già entrato starordinariamente nella storia della Juventus. Intanto continueremo a godere delle tue gesta, delle tue “sviolinate” sotto la Curva, dei tuoi occhi dolci in una faccia da duro.

Grazie Carlitos, Re Apache.

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