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Storia di un grande amore

Oggi presentiamo un libro.
Un libro sulla Juventus.
Un libro sulla storia di un amore, un amore di tifoso.
Un tifoso della Vecchia Signora, un amico che leggete spesso su queste pagine e che ha messo per iscritto la sua passione per la squadra bianconera.
Una chiacchierata con Francesco Di Castri, autore di “Storia di un grande amore”, appunto.

Ciao Francesco, la prima domanda è banale ma obbligata: perché un altro libro sulla Juve?
Ciao a te, Giuseppe.
Inizialmente ero scettico e dubbioso anche io, a dire la verità, tant’è vero che ho fatto leggere la bozza del manoscritto a un paio di amici “juventini doc” per avere un’opinione in merito.
Le risposte che ho avuto sono state illuminanti. Vero, di libri sulla Juventus ce ne sono tantissimi, ma ogni autore lo vede dalla propria angolazione, dal proprio punto di vista. E così ho fatto io.
Successivamente alla pubblicazione, vedere mio figlio di nove anni sfogliare il libro per imparare le vecchie formazioni e chiedermi di questo o di quel giocatore mi fa capire come l’obiettivo iniziale, quello di pubblicare un libro che possa essere alla portata di tutti, sia stato raggiunto.
E poi, e questo lo dico senza falsa modestia, credo che un libro così, con la storia, i trofei, i record e tutte le rose dalla fondazione ai giorni nostri non fosse ancora stato scritto. Ce ne sono di simili, ed alcuni li ho nella mia biblioteca, ma così completo no.

Il libro è un compendio della storia juventina, concordo; un concentrato di oltre un secolo di successi, facile da consultare ma che trasuda passione da ogni riga. È stato difficile risalire e trovare informazioni sulle stagioni in cui né te né io eravamo su questa terra?
Faccio una premessa: scrivere è una passione che ho sempre avuto, e faccio parte di una famiglia di scrittori (non famosissimi, ma su Wikipedia qualcuno di loro c’è), e ho un blog dove scrivo di qualunque argomento, non solo di calcio e di Juventus.
Cerco di non specializzarmi per evitare il cosiddetto “blocco dello scrittore”. Scrivere di Juventus, però, mi viene molto più naturale, perché gli accadimenti bianconeri hanno sempre accompagnato ogni momento della mia vita.
Detto questo, diciamo che ci sono due aspetti del libro che hanno comportato una notevole difficoltà.
Il primo è quello a cui accenni tu. Il web, come diceva il maestro Umberto Eco, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, dà accesso a troppe informazioni inattendibili ed imprecise.
Ma chi ama la storia, e soprattutto chi ama scrivere sa che le fonti vanno cercate e verificate, incrociate e filtrate. Nella prefazione l’ho scritto, la prima parte del “racconto”, sino al 1976, l’ho esposta con lo sguardo di chi quelle storie le ha lette, ma non vissute.
Passando intere giornate a verificare che non si trattasse di “fake news”. Non è stato sicuramente un lavoro semplice.
Un secondo aspetto, che ha comportato un grande impegno, e al quale tengo molto, è legato a una delle appendici, e precisamente alle “formazioni”.
Diversamente dal solito, non ho inserito i giocatori per ruolo, ma per numero di presenze, almeno fino al 1976. Questo perché la formazione titolare può cambiare a seconda se consideri il campionato o tutte le partite in prima squadra, se conteggi i minuti giocati o le presenze totali o addirittura solo quelle da titolare.
Dal 1976 in poi, però, ho dato sfogo alla passione (che come hai notato è fondamentale per non far scadere il libro in un mero elenco di accadimenti), creando la “mia” formazione ideale con le principali riserve di quella stagione.
Diciamo che, e con questo completo anche la risposta alla prima domanda, chi in futuro decidesse di scrivere un libro sulla Juventus adesso ha una fonte in più.

Ho una domanda difficile: tu ci credi alla storia del DNA di una squadra? Davvero alla Juve ti insegnano cosa significhi indossare quella maglia? O è solo un pretesto per fomentare i tifosi, ma alla fine contano le qualità dei giocatori?
Noi juventini abbiamo una fortuna che altri non hanno. La famiglia Agnelli, che come tutti sanno (e come ho provato a descrivere nel libro), è presente nella storia bianconera ormai da quasi cento anni.
Questo è un aspetto non da poco, considerando soprattutto la tendenza di “imprenditori” stranieri, e mi riferisco soprattutto ai magnati russi e cinesi e agli arabi, che hanno grosse possibilità economiche, ad investire nel prodotto calcio.
Appropriandosi di quella che però deve essere prima di tutto una passione.
Dal 1923, tranne per un breve periodo che tutti conosciamo, coinciso con il passaggio generazionale della famiglia Agnelli dai “vecchi” ai “giovani”, e che guarda caso è collimato con uno dei periodi più bui della nostra storia, la continuità della presenza degli Agnelli ha fatto rima con la parola DNA.
Io non credo che esista un DNA di appartenenza in senso stretto, ma la Juventus è una delle squadre che più si avvicina a quel significato.
Nella nostra storia abbiamo anche avuto la “fortuna” di avere due persone che quel senso di appartenenza, quel DNA, come lo hai chiamato, ce l’avevano impresso in fronte: Boniperti e Del Piero, che hanno coperto praticamente quasi senza interruzione più di 60 anni.
E che “erano” la Juventus. E con Del Piero non è detto che la storia sia finita, perché un incarico dirigenziale, in futuro, potrebbe sempre ricoprirlo.
Attualmente, come ho avuto modo di scrivere, l’identità che avevamo una volta sembra scemata, ma quando poi sento certe dichiarazioni del Presidente mi risveglio da questo torpore e capisco che la Juventus sarà così ancora per molti anni.

Hai raccontato tante Juventus, ce n’è una che ti ha colpito per qualche dettaglio meno famoso? Non per forza una vincente.
Per trovare una Juve non vincente mi fai fare uno sforzo immenso!
A parte le battute, è quasi scontato dire, come fanno molti, che chi non è di Torino tifi Juventus perché vince sempre. In realtà ognuno di noi è diventato tifoso in un momento preciso, e magari se n’è accorto solo dopo.
Io ho sempre detto di essermi innamorato della Juventus vedendola battere, a fatica, una squadra di serie B (il Palermo) in una lontana finale di Coppa Italia, ma in effetti era già da qualche anno che ne seguivo le tracce.
All’inizio, come tutti i ragazzini, seguivo più i giocatori che la squadra, e tifando per la Nazionale, era quasi naturale iniziare a tifare Juventus, visto che otto undicesimi della nazionale del ’78 era composta da giocatori bianconeri.
In realtà, per rispondere alla tua domanda, io rimasi molto deluso, forse perché ci credevo molto, in due occasioni.
La prima fu quella del ’90-‘91, con il fallimento del progetto “calcio champagne”, di cui ci rimasero solo le bollicine. In quella squadra giocava quello che è stato il mio idolo assoluto di quei tempi, Roberto Baggio, e pensavo avrebbe fatto sicuramente bene.
La seconda è stata quella del 2009-10, con Ciro Ferrara in panchina. Nulla da dire sul difensore, anzi, forse uno dei più forti della sua generazione, ma quell’anno sembrava l’applicazione alla realtà della famosa “legge di Murphy”: se qualcosa può andare storto, lo farà.
Speravo molto nella rinascita in quell’anno, ma in fondo, mi è toccato aspettare solo un paio di stagioni…

A cadenza regolare vengono riproposti i sondaggi in cui si chiede ai tifosi di scegliere i giocatori più forti della storia. A me riesce sempre difficile compilare questo genere di classifica o, per esempio, i migliori 11 di sempre: significa lasciare fuori qualcuno di fortissimo. Già partendo dal portiere: come fai a scegliere tra Buffon, Zoff o i 2 protagonisti dei successi continentali, Tacconi e Peruzzi? Esiste un tuo Top 11 juventino?
Secondo me quel tipo di classifiche non hanno senso, e ne ho scritto recentemente sul mio blog. Il calcio è profondamente cambiato, anche nell’interpretazione dei singoli ruoli, quindi è un po’ come voler mischiare l’olio con l’acqua.
Quando vedi un calciatore iper-muscoloso di oggi fai fatica ad accostarlo con i vari Furino, Platini e Scirea, che non spiccavano per il fisico da granatieri.
Io penso che l’unico esercizio che si possa fare in questo senso è fare le varie top 11 suddividendole per periodi, o per decadi. A quel punto risulta un po’ più semplice.
Oppure, un altro “gioco” di fantasia potrebbe essere chiedersi chi dei campioni del passato potrebbe giocare anche oggigiorno.
E allora vedi che spuntano più facilmente i vari Gentile, Cabrini, Scirea, Platini, che sono sicuro potrebbero dire la loro anche oggi.
Ma da vero innamorato della Juventus, non ho una classifica dei preferiti o, come dicevo prima, ho dei giocatori che in determinati periodi mi hanno “eccitato” più di altri.

La tua più grande gioia e la più grande delusione da tifoso.
Diciamo che, tranne la finale di Coppa Campioni del 1973, le altre le ho viste tutte, quindi dal lato delle delusioni posso dire di avere abbondantemente dato.
Mi è rimasta sul gozzo soprattutto la finale del 2003, che è quella che ero sicuro avremmo portato a casa.
Per quanto riguarda le gioie, sinceramente, non sono il tipo che festeggia esageratamente dopo una vittoria, sia che si tratti della singola partita, sia di un trofeo (non durante la partita, momento in cui sono ovviamente inavvicinabile).
Nonostante le mie origini meridionali, sono molto sabaudo in questo, e il giorno dopo penso sempre che quello che è stato fatto, è passato, e ci sono altri trofei da conquistare in futuro.

Ultima domanda sulla stagione in corso: ha fatto bene la Juve a fare all in su Pirlo, proprio in questa stagione? Dove pensi che sarà la Juve, a maggio nelle varie competizioni?
Se ha fatto bene, con molto pragmatismo, lo sapremo solo alla fine. L’ho detto negli anni in cui vincevamo il campionato praticamente a febbraio, figurarsi quest’anno, così particolare.
Per me è stato un errore voler completare un campionato in quelle condizioni, e volerne iniziare un altro praticamente subito. Così hanno buttato via il bambino con l’acqua sporca, come si dice.
Però capisco anche che stiamo parlando della vita e della professione di migliaia di persone, che svolgono un’attività particolare, e che a 32 anni vengono considerati vecchi.
Buttare via due stagioni per molti di loro sarebbe stato molto peggio che non farlo.
Pirlo è una scommessa di Andrea Agnelli, che ha la mia più grande stima e fiducia (anche se ultimamente lo paragono a Giano, dio romano, non tanto per la capacità di vedere sia nel passato, sia nel futuro, ma quanto per il fatto di dire una cosa e farne un’altra), quindi per me, in quanto scommessa, va accettata con tutti i pro e con tutti i contro del caso.
Dove saremo a maggio? Ma davanti a tutti, come sempre.
E se proprio dovesse succedere che non lo siamo, spero che gli altri si godano il breve periodo che avranno per festeggiare, perché, come insegna la nostra Storia, ad ogni caduta, c’è sempre una rinascita.
Perché vincere non è importante. È l’unica cosa che conta.

Grazie Francesco e complimenti per la tua opera che ogni juventino dovrebbe aggiungere alla propria collezione.

Il libro è acquistabile a questo link. Buona lettura!

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