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Un anno superstraordinario. Con il neo europeo.

Limitarsi a definire straordinario il cammino della Juventus in questo campionato di Serie A appena concluso è un eufemismo. Risulterebbe riduttivo perfino un “ superstraordinario ” tanto caro ad Antonio Conte da Lecce, quindi direi piuttosto che è stato indimenticabile, epocale, incredibile, irripetibile, stellare, unico. Un’impresa storica da ascrivere agli annali, da tramandare ai posteri e da celebrare con tutti i crismi. Un’impresa che potrebbe assumere i contorni del mito, nel caso in cui venisse abbattuto un record di punti ottenuto da una squadra che nel 2007 giocò di fatto senza avversari, scippando due tra i giocatori più forti alla Juve del 2006 con la connivenza dei nostri “dirigenti” di allora; uno dei quali, Zlatan Ibrahimovic, era sicuramente il più forte calciatore della Serie A.

E allora cerchiamo di recuperare un minimo di lucidità (per quanto lo si possa fare in questo momento di esaltazione) e proviamo a descriverla, questa cavalcata, a partire dall’estate scorsa, dal sudore di Chatillon. La rosa viene ritoccata dal duo MarottaParatici con l’innesto di Ogbonna, Tevez, Llorente e le partenze di Giaccherini, Marrone e Matri, restando invariata in termini di quantità, ma potenziata notevolmente in termini di qualità. Antonio Conte in quel periodo parlò di indebolimento derivante dalle cessioni di Matri e Giaccherini e qualcuno ebbe la dabbenaggine di credergli. Provando a confrontiare le entrate e le uscite abbiamo la situazione seguente: Tevez per Matri; Llorente per Bendtner; Ogbonna per Giaccherini/Marrone. Indeboliti eh. Tuttavia l’addio del piccolo e duttile Emanuele – natoilcinquemaggio – Giaccherini e quello di Marrone senza adeguati rimpiazzi, almeno a livello numerico, nel centrocampo bianconero, si faranno sentire più avanti. La vera rivoluzione è in attacco dove il titolare Matri viene sostituito dal fuoriclasse argentino mentre Llorente, reduce da un anno da separato in casa a Bilbao, arriva a parametro zero per completare un reparto abbastanza affollato con Vucinic Giovinco e Quagliarella (oltre allo stesso Tevez). Sono in molti a porsi domande sull’ariete da Pamplona il quale, però, smentirà tutti gli scettici una volta pagato lo scotto dovuto all’ambientamento e risulterà determinante per la conquista del trentaduesimo tricolore.

Sono tre i momenti chiave da mettere in evidenza in questa annata di successi.

Il primo è rappresentato dalla sconfitta a Firenze del 20 Ottobre, sfida in cui gli uomini di Conte buttano via una partita vinta, facendosi prima rimontare un vantaggio di 2 gol per poi farsi definitivamente superare incassando complessivamente 4 reti nel giro di 12 minuti. Da quella débacle in poi la Juventus inanella una serie di 12 vittorie consecutive tra le quali spicca lo scontro diretto con la Roma del 5 gennaio, secondo nodo della stagione bianconera. I giallorossi vengono a Torino per giocare vis-à-vis, senza paura, cercando di mettere in campo un gioco fatto di ripartenze micidiali, cercando di sfruttare i dettami tattici dell’ottimo Rudi Garcia. Puntualmente niente di tutto questo si verifica. Conte si adatta all’avversario, aspettando la Roma nella propria metà campo e triturando le convinzioni del francese con un secco 3-0. Questa partita rappresenta una svolta perché da qui in poi la Juventus abbassa il proprio baricentro. Conte capisce che bisogna gestire le forze, in particolare nel vero reparto stellare a sua disposizione: il centrocampo. Come dicevamo in questa zona la società avrebbe dovuto intervenire, quantomeno a gennaio, ma Marotta è rimasto incartato nell’affare Guarin, non è riuscita la cessione di qualche esubero (Quagliarella) e nel mercato di riparazione è arrivato il solo Osvaldo in prestito dal Southampton. Gli infortuni a turno di Marchisio, Pirlo e Vidal, sono andati ad incidere parecchio sulla brillantezza e sul gioco, visto che in mezzo ci sono quattro uomini per tre posti e tre competizioni. Il terzo ed ultimo momento cruciale è rappresentato dalla sfida contro il Genoa in trasferta datata 16 marzo. Quando vinci una partita in cui l’avversario ti costringe a soffrire per 80’ creando diverse occasioni da rete, in cui Buffon para un rigore e, qualche minuto dopo, Pirlo piazza un gioiello su punizione all’incrocio dei pali, capisci che è fatta.

Come dice Conte bisogna anche “ringraziare” la Roma per questo percorso disumano compiuto dalla Juventus. Una Roma sempre lì, a rincorrere fino a poche giornate dalla fine una Juve irraggiungibile. Una Juve che ha dominato in lungo e in largo un campionato di livello tattico sempre elevatissimo, ma assai scadente dal punto di vista tecnico. Un campionato in cui a due giornate dalla fine tra la prima e la terza ci sono la bellezza di 24 punti. I grandissimi meriti della Juventus non si discutono, ma non si può discutere il fatto che nel 2006 certa gente che oggi calca i campi di Serie A avrebbe giocato in Lega Pro. E proprio quest’anno Conte manda in frantumi (tra gli altri) il record di punti realizzato da Capello, appunto nel 2006. Proprio quest’anno in cui il mascellone da Pieris parla di “campionato poco allenante” riferendosi al nostro e rapportandolo alle non esaltanti prestazioni della Juve in Europa. Proprio quest’anno in cui la Juve non è mai stata così vicina per cinismo e pragmatismo proprio a quella di Capello. Possiamo dire che Conte ha battuto Capello con le sue stesse armi. La rosa è stata, come detto, ritoccata, inserendo tre giocatori all’interno di un sistema supercollaudato, di cui il tecnico salentino si fida ciecamente. La formazione base è identica a quella dell’anno scorso, con la sola sostituzione dei due attaccanti. L’inserimento di Tevez ha innalzato enormemente il tasso tecnico del reparto, conferendo maggiore imprevedibilità alla manovra. Llorente è stato preziosissimo con il suo lavoro di sponda, tanto che mai come quest’anno è stato utilizzato il lancio lungo come soluzione tattica. Conte si è evoluto, nel senso che il primo anno si sentiva molto di più la sua “presenza” in campo a causa, probabilmente, di una squadra di caratura non eccelsa. Man mano che il tasso qualitativo è andato aumentando è diminuita la necessità dei correttivi e degli aggiustamenti del tecnico (il primo anno si passò dal 4-2-4 al 4-3-3 al 3-5-2), e quest’anno, in molte partite, più che il gioco ha vinto il singolo. Anche se inseriti nel contesto vincente creato da Conte, le punizioni di Pirlo non sono certo una sua invenzione. O le furiose incursioni di Tevez. Quest’anno, più che mai dai tempi della squalifica, Conte ha dovuto pensare a difendere i propri giocatori ed il proprio lavoro dagli attacchi provenienti dall’esterno, andati aumentando man mano che ci si avvicinava al terzo scudetto consecutivo, impresa che non riusciva alla Juventus dai tempi in cui i pali erano squadrati e la palla era in cuoio grezzo con grosse cuciture in corda. Evidentemente a qualcuno non andava giù il fatto che a risuscirci fosse proprio Antonio Conte, l’antipatico.

La pecca di questa stagione è rappresentata dal deludente cammino europeo. Uscire nel girone facendo solo 6 punti è un grosso passo indietro rispetto a quanto visto l’anno scorso, non tanto dal punto di vista del gioco, ma dal punto di vista dell’autostima di questo gruppo. E’ mancata, infatti la convinzione necessaria per passare il turno, poiché come si è visto dalla doppia sfida contro il Real le possibilità di qualificarsi c’erano tutte. E non è nemmeno questione di modulo, ma di atteggiamento. Il 3-5-2 è poi risultato più spesso un 5-3-2: resto convinto che se applicato 20/30 metri più avanti questo sistema di gioco sia micidiale anche in Europa, come dimostra la partita contro il Chelsea dell’anno scorso. Ma quest’anno, evidentemente, sono venute a mancare alcune risorse ed alcune certezze sia nella testa dell’allenatore che in quella dei giocatori. Una volta usciti da una Champions in cui era impensabile comunque vincere, si è presentata la ghiotta occasione di una finale di Europa League da disputarsi in casa con tutte le possibilità di vincere. Anche qui, dopo aver eliminato il Trabzonspor, la Fiorentina (scampando il pericolo di vedere un eventuale successo viola proprio a Torino) ed il Lione, è arrivata la delusione contro il Benfica. Quello che non è piaciuto, ancora una volta, è l’atteggiamento in particolare nella gara di ritorno allo Juventus Stadium. Una competizione affrontata come un “di più” sia a livello dialettico (da inizio anno dal presidente all’allenatore nessuno ha mai dimenticato di sottolineare come lo scudetto fosse l’obbiettivo primario) che a livello mentale. Si poteva certamente fare di più, inutile nasconderlo. Così come sono sacrosanti gli elogi per il campionato devono essere accettate con serenità le critiche per il fallimento europeo. Inutile parlare di arbitri, sfortuna o esperienza maggiore degli altri (Buffon, Pirlo, Tevez, Llorente, Barzagli non parrebbero giovincelli di primo pelo) solo quando fa comodo. Anche Conte sbaglia, e se dice “chi gioca a quattro dietro ci guarda da casa” sbaglia due volte perché non fa altro che sminuire quello che di grande ha fatto con la difesa a tre e perchè a casa ci siamo noi e nell’Europa che conta giocano tutti, ebbene si, a quattro dietro. Bastava fare nome e cognome, Antonio: Rafa Benitez l’europeo ci guarda in TV. Molto più semplice.

E veniamo al futuro immediato. Conte DEVE restare alla juventus. Attualmente non esiste un allenatore migliore di Conte per migliorare la Juve in Europa, perchè non c’è un allenatore più gobbo di Conte che possa sedere su quella panchina. Piuttosto è auspicabile che la società lo aiuti a sopportere lo stress mediatico il cui peso traspare dal suo sguardo, dalle rughe in aumento sul suo viso. Non parlo di questioni tecniche inquanto Conte ha sempre parlato di “piena sintonia” con Andrea Agnelli e Giuseppe marotta (senza mai menzionare John Elkann il quale, lo ribadisco ancora, tiene i cordoni della borsa, è il padrone). Piuttosto parliamo di filosofia di gestione. Questa Juve, alivello dirigenziale è giovane, ha solo quattro anni: cosa vorrà fare da grande? Credo che in queste ore la stessa domanda se la stia ponendo anche il mister.

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